Cronache dell’Anticristo: “L’inviato” di Michael D. O’Brien

di Luca Fumagalli

 

L'inviato

 

Con il suo ultimo romanzo, L’inviato, uscito nelle librerie nel novembre 2016, Michael D. O’Brien (Ottawa, 1948) chiude la trilogia dedicata all’Anticristo, iniziata nel 2008 con Il librario e proseguita nel medesimo anno con il Il nemico.

Scrittore cattolico, O’Brien è riuscito col tempo a ritagliarsi una piccola nicchia di ammiratori anche in Italia grazie soprattutto alle pregevoli traduzioni curate dalle Edizioni San Paolo. Proprio a partire da L’inviato il testimone è passato alla casa editrice veronese Fede & Cultura che continua l’opera di pubblicazione nella Penisola dei romanzi dell’autore canadese.

La trilogia, che ha come obiettivo quello di riscrivere una sorta di versione moderna del Padrone del mondo, racconta la storia dell’anziano vescovo Elia, ebreo scampato alle stragi del ghetto di Varsavia e quindi divenuto cattolico. In un mondo distopico avverso alla religione, dove il cristianesimo è affare di una manciata di dissidenti, il Papa affida a Elia il compito di combattere quello che si sospetta essere l’Anticristo in persona: il presidente degli Stati Uniti d’Europa, nuovo astro nascente della politica mondiale, colui che in nome di un umanesimo antropocentrico sta coalizzando il mondo contro la Chiesa. L’impresa a cui è chiamato Elia sembra impossibile, un disperato tentativo di arginare l’inevitabile. Per fortuna, però, può almeno contare sull’aiuto di frate Enoch, compagno inseparabile, e su quello di numerosi benefattori, testimonianza visibile della Provvidenza divina.

La penna di O’Brien, felice nella lineare semplicità del fraseggio, offre una narrazione generalmente robusta che riesce godibile anche nella traduzione italiana. Quello che manca è forse un pretesto narrativo un po’ più solido dal momento che, ne L’inviato, il duello tra Elia e l’Anticristo si riduce a una tenue cornice che raccoglie una serie di incontri/scontri tra il protagonista e curiosi personaggi secondari, ciascuno con una storia da raccontare (il medico cattolico convertito dall’islam, la miliardaria ex terrorista comunista, il produttore di film a luci rosse ecc.). Questi passaggi sono tra i più riusciti del libro, in particolare quando l’autore mostra l’intrinseca fragilità di uomini votati al male, tristi e apatici, ma la cui anima non è ancora perduta.

Non mancano altre ingenuità a livello di trama. Il presidente degli Stati Uniti d’Europa, per esempio, convince poco nel ruolo del Nemico. Poco ispirato è anche il modo con cui O’Brien descrive visioni, miracoli e rituali blasfemi di cui Elia è testimone; tutto è sfuggente, a tratti assurdo, più magico che mistico, da far storcere il naso al lettore più smaliziato.

Al netto dei limiti, però, L’inviato è un libro che merita di essere letto almeno per un motivo: rivela con grande lucidità – cosa piuttosto rara nella letteratura moderna, anche di stampo cattolico – qual è la vera essenza del male, che non ha origine nella violenza, quanto nel non serviam luciferino. Si tratta, in altre parole, dell’autodeterminazione assoluta di chi non vuole riconoscere altra autorità al di sopra di sé. Quando l’egocentrismo diventa l’unico criterio esistenziale, il mondo è pronto a partorire nuovi e terribili mostri.

L’inviato non fa dunque apologetica spicciola, a buon mercato. È anzi una mappa utile per aprire gli occhi sulla cupa attualità, dove i nemici si contano purtroppo anche tra le fila di quelli che dovrebbero essere gli amici.

 

Il libro: Michael D. O’Brien, L’inviato, Verona, Fede & Cultura, 2016, p. 315, Euro 18.

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