Shane Leslie: l’eccentrico aristocratico anglo-irlandese che divenne apologeta cattolico

di Luca Fumagalli

NPG x1976; Sir John Randolph ('Shane') Leslie, 3rd Bt by Howard Coster

Un tipo umano tutt’altro che raro tra gli intellettuali cattolici delle isole britanniche è quello dell’eccentrico. Anche volendo mettere da parte gli estrosi derelitti del decadentismo convertiti alla Chiesa di Roma – Wilde in testa – rimangono nomi altisonanti, come quello di Chesterton, a rappresentare un’intellighenzia di irregolari che seppe lottare, penna alla mano, contro i mali della modernità.

Nel protestante Regno Unito, prima che in altri stati europei, nel corso XIX secolo la decadenza della Chiesa nazionale aveva aperto una breccia nella società attraverso la quale il positivismo aveva potuto furoreggiare indisturbato, portando con sé una ventata di apostasia diffusa. Fallito il tentativo di opposizione da parte del Movimento di Oxford e di altri gruppi analoghi in seno all’anglicanesimo, il compito di arginare l’incombente minaccia toccò, sociologicamente parlando, all’ultima ruota del carro: i cattolici.

Fu così che da tre secoli di catacombe emersero menti temprate dal sangue dei martiri, scrittori che non vedevano l’ora di contagiare con il benefico virus “papista” lo spirito della morente nazione inglese. Per loro, eterna minoranza, l’apologetica e la teologia non potevano prescindere da una certa dose di provocazione; per attirare l’attenzione, d’altronde, un po’ di trambusto lo si deve pur fare. Nessuno, però, si sarebbe mai immaginato che dai buchi in cui i recusant erano stati confinati per decenni, sarebbero spuntati nomi del calibro di Belloc, McNabb, Baring, Marshall, Greene, Waugh, Tolkien e molti altri ancora.

Uno degli eccentrici par excellence del cattolicesimo britannico dell’ultimo secolo fu l’anglo-irlandese John Randolph Leslie (1885-1971).

Proveniente dalla contea di Monaghan, al confine con l’Ulster, Leslie era cugino di Winston Churchill e rampollo di una delle famiglie aristocratiche più ricche e rappresentative del protestantesimo isolano.

Shane, il nome di battaglia che adottò quando fu il momento di gettarsi nell’agone politico – e con cui oggi è ricordato – testimonia l’intensità del suo zelo patriottico. Leslie, infatti, amava molto l’Irlanda, per la sua terra provava un affetto quasi mistico. Nelle occasioni mondane indossava con orgoglio il kilt irlandese e, tra mille impegni, trovò anche il tempo per portare avanti una campagna ecologista con lo scopo di tutelare il patrimonio boschivo dell’isola di smeraldo.

Militò a lungo nell’Irish Parliamentary Party di John Redmond – ex braccio destro di Charles Stewart Parnell – per ottenere, tramite la via riformista, una qualche forma di autonomia per l’Irlanda. La sua carriera fu tuttavia breve, interrompendosi anzitempo a causa dalle relazioni che intratteneva con gli ambienti politici conservatori di Londra, viste in patria con sospetto.

Per lui l’allontanamento dalla militanza attiva fu un duro colpo, ma fortunatamente non lo atterrò. Continuando la lunga tradizione del nobile dilettante, amante dell’arte e della cultura, mecenate e letterato, Leslie non perse tempo e si gettò a capofitto in molte altre imprese.

Fu poeta, romanziere, saggista, docente universitario in America, giornalista, bibliofilo e critico letterario (a lui si deve, tra l’altro la rivalutazione di Frederick Rolfe “Baron Corvo” e la scoperta di nuovi talenti come Scott Fitzgerald e Joyce). Divenne inoltre noto alle cronache mondane per le magnifiche feste che organizzava nella sua dimora londinese e per i gossip che circolavano sul suo conto a proposito di pruriginose relazioni extraconiugali. Ebbe due mogli, Marjorie Ide e Iris Carola Laing, ma solo quest’ultima, sposata nel 1958 in seguito al decesso della prima, poté beneficiare di un amore incondizionato e della più assoluta fedeltà. L’ultimo dei suoi tre figli, il baronetto sir John, è morto lo scorso anno senza lasciare eredi.

Ma l’evento principale della vita del mitico Shane fu senza ombra di dubbio la conversione al cattolicesimo e il conseguente impegno come apologeta.

Imboccò la strada per Roma grazie a mons. Robert Hugh Benson, autore del noto romanzo distopico Il padrone del mondo. I due si conobbero a Cambridge. Il carisma del sacerdote, che a quel tempo prestava servizio presso la parrocchia cittadina, affascinò alcuni studenti della locale università che trovarono in lui un amico fidato e una guida spirituale. Tra questi vi era Leslie che, tra un esame e l’altro, al King’s College trovò pure il tempo per studiare la liturgia anglo-cattolica, per approfondire la teologia bizantina e per favoleggiare un modello di socialismo cristiano del tutto simile a quello propugnato da Tolstoy (che ebbe modo di incontrare di persona durante un viaggio in Russia).

Solo dopo lunga e sofferta meditazione, sfidando apertamente l’ostilità della famiglia, nel 1908 si fece battezzare in una chiesa di Bayswater. Nelle sua mente saranno sicuramente riecheggiate le parole che tante volte aveva sentito pronunciare a Benson e che, col tempo, erano diventate per lui quasi un motto: «L’anticonformismo è il sale della vita».

Wilfrid Meynell, editore, giornalista e confidente del cardinal Manning, fu colui che lo introdusse nei circoli culturali cattolici del regno.

Nel giro di pochi anni Leslie divenne direttore del «Dublin Review», uno dei più importanti periodici “papisti” dell’epoca, si guadagnò la stima e la confidenza di diversi cardinali (tra cui qualche curiale), donò diverse proprietà di famiglia alla Chiesa e combatté la buona battaglia attraverso la saggistica, per lo più di genere biografico, confutando le tesi dei protestanti e degli agnostici. Scrisse praticamente su ogni argomento e solo una brutta accusa di indecenza riferita a certi passaggi di un suo romanzo – che descrivevano uno stupro con una vivacità lessicale all’epoca giudicata sconveniente – gli impedì una carriera ancora più sfolgorante.

Shane Leslie fu dunque un uomo di fede, una laico impegnato, ma certamente non un santo. Eppure, sotto molti punti di vista, la sua rimane una biografia esemplare.

La storia di Leslie è un invito rivolto ai cattolici a lasciar perdere la tiepidezza e a scendere in campo per combattere dalla parte della Verità con i talenti che Dio ha dato a ciascuno. La sua esistenza, spesa tra l’Irlanda, la Francia, gli Stati Uniti e l’Inghilterra, testimonia inoltre quella solidarietà internazionale delle forze cattoliche che oggi può e deve costituire una valida alternativa alla globalizzazione tecnocratica. Al di là delle differenze politiche e culturali, quello che unisce l’umanità, infatti, è semplicemente il riconoscersi figli di uno stesso padre.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.