La tentazione cattolica di Oscar Wilde

di Luca Fumagalli

Tutti conoscono la sfortunata parabola esistenziale di Oscar Wilde. L’irlandese, uno dei più grandi scrittori degli ultimi due secoli, compromise con una condotta riprovevole quella carriera che pareva destinata a una gloria senza riserve. La sottile arte di coltivare l’eccesso, tra anticonformismi e provocazioni, se all’inizio fu una furba scorciatoia per farsi notare nell’affollato mondo letterario londinese, alla lunga si rivelò un’arma a doppio taglio.

Dietro i sorrisini beffardi della banda del garofano verde, quei dandy dinoccolati parodiati da Hichens in un noto romanzo, si celava infatti un mondo di vizi indicibili. Wilde e i suoi erano abituali frequentatori di marchettari, ragazzi disoccupati, per lo più di umili origini, che si fregavano le mani all’opportunità di spillare qualche quattrino al ricco cliente di turno. La maggior parte di essi praticava anche il ricatto, un’utile strumento per arrotondare i magri guadagni. Pure Wilde fu una loro vittima, ma riuscì a parare abilmente ogni colpo.

La sua vera sfortuna, piuttosto, fu quella di avere al fianco il giovane Lord Alfred Douglas, l’amante che lo rovinò. Fu lui, nel 1895, a trascinarlo in un assurdo processo contro il proprio padre, quello che costò a Wilde la condanna e due anni di prigione e un marchio d’infamia che ancora oggi sopravvive nella memoria collettiva. Al Lord, ovviamente, non venne torto un capello. Insieme a lui fu assolta nel silenzio un’intera classe dirigente di disonesti e viziosi, mentre lo scrittore rimase l’unico a fare da capro espiatorio. Wilde perse tutto: moglie, figli, salute e talento. Uscito dal carcere, cercò in qualche modo di rimettere insieme i cocci di un’esistenza in frantumi. Morì poco dopo, nel 1900, a soli 46 anni, in un albergo parigino dove alloggiava sotto falso nome.

Sarebbe tuttavia ingiusto ridurre Oscar Wilde – oggi una delle tante “icone gay” dell’universo LGBT – ai suoi pur ignobili peccati. Se si vuole uscire dalla stereotipo, in ossequio alla verità, è utile tornare ad abbracciare la complessità di un uomo che fu, come la sua arte, qualcosa di eccezionale.

In pochi, ad esempio, conoscono la diuturna liaison tra il caporione dell’estetismo e la Chiesa Cattolica, quella che qualcuno ha definito “la sua lunga conversione”. Wilde, costantemente tentato da un battesimo a cui ogni volta sfuggiva per rigettarsi nelle morte gore della mondanità, divenne cattolico solo in punto di morte, grazie allo zelo dell’amico Robbie Ross. Il tema, affrontato da Paolo Gulisano ne Il ritratto di Oscar Wilde, ritorna con insistenza anche in una celebre biografia come quella di Philippe Jullian, ben scritta ma forse un po’ troppo incline a esaltare il lato sensazionalistico e irregolare della vita del genio irlandese. In essa vi è un intero capitolo – più qualche rimando qua e là – dedicato al contraddittorio rapporto di quest’ultimo con la fede.

Fu a partire dagli anni universitari che il giovane Oscar iniziò a rivolgere lo sguardo a Roma. Il cattolicesimo, spazio d’evasione in un paese protestante, lo attraeva per la sua qualità spirituale, lontana dal materialismo dell’epoca, per la mistica, il latino, per la bellezza della liturgia e per il culto dei martiri, vittime di un mondo che odiava chi si considerava diverso. La Chiesa stessa era un impressionante museo, solennemente rispettoso dell’arte, in cui erano accumulate reliquie e cose meravigliose. Del resto, in quegli anni, due poeti del calibro di Coventry Patmore e Gerard Manley Hopkins si erano appena convertiti, così come J. H. Newman stava dando pubblico spettacolo seminando il panico tra gli anglicani con le sue affilatissime armi apologetiche. Wilde, per curiosità, prese a frequentare le funzioni nella cappella di Sant’Eligio che i cattolici avevano avuto il permesso di innalzare a Oxford. Non disdegnava, inoltre, puntatine a Londra, all’oratorio di Brompton, dove ascoltava con ammirazione i sermoni del cardinal H. E. Manning. Imparò a nutrire una sincera devozione per la Madonna e per grandi santi come Agostino.

I viaggi a Roma corroborarono in lui l’ammirazione per il papato; a Pio IX dedicò alcuni componimenti poetici e, in un’occasione, quando scoprì con imbarazzo di essersi involontariamente messo sull’attenti al passaggio della carrozza reale, ricordò a se stesso di essere un “nero”, cioè un “papista” e un nemico giurato di casa Savoia.

Denaro e ambizione, però, come Wilde dovette amaramente ammettere, sono idoli difficili da sacrificare. La luce era stata intravista, ma seguirla era un altro paio di maniche. D’altronde il padre, un uomo di rigida formazione protestante, lo aveva minacciato: se si fosse convertito, Oscar avrebbe potuto dire addio all’eredità.

A Londra Wilde arredò la casa in cui viveva con mobili e oggetti pregiati, oltre ai quali figuravano una madonna di gesso, una foto di Pio IX e una di Manning. Tra quelle stesse mura scrisse i primi lavori che, negli anni seguenti, gli avrebbero garantito un vastissimo successo (nonché la possibilità di mantenere moglie e figli).

Le opere dell’irlandese, nella maggior parte dei casi, sono lavori profondi e altamente morali. Il ritratto di Dorian Gray, che tanto scandalizzò i salotti britannici per la descrizione dei vizi di cui è vittima il protagonista, fu difeso a spada tratta dalla stampa cattolica che lo ritenne un pregevole strumento educativo, capace di toccare il cuore del lettore. L’insulso narcisismo di Dorian è quello di un Faust tragicamente moderno, che ha nello specchio l’alfa e l’omega della sua vita. Anche le commedie, create sul modello settecentesco, dietro l’apparente frivolezza dimostrano che la verità è la medicina per guarire dalla malattia dell’equivoco. Ne Il fantasma di Canterville si racconta invece della paura che genera i mostri, e di come coraggio e compassione possano sconfiggere il male; mentre nella delicata fiaba Il pascatore e la sua anima – una delle tante della bibliografia wildiana che meritano di essere lette – un novello Andersen denuncia l’inquietante facilità con cui l’uomo è disposto a svendere l’anima al primo acquirente (lo ricorda Silvana De Mari nel saggio La realtà dell’orco).

Tutto questo evidentemente non bastò a Wilde per essere salvato da se stesso. In diverse occasioni non mancò pure di cercare il conforto del confessionale: il sacerdote veniva contattato, si intratteneva con lui in qualche colloquio, dopodiché lo scrittore puntualmente spariva, senza dire nulla, per tornare nel bel mondo che lo stava fagocitando poco a poco. Dopo la prigionia – in carcere, tra l’altro, chiese e ottenne di poter leggere molti testi cattolici – dall’esilio francese scrisse agli amici lettere piene di pentimento, dove annunciava con gioia che aveva iniziato ad assistere regolarmente alla messa; qualche settimana dopo si gettava nuovamente tra le braccia di Douglas, lo stesso che Wilde aveva così lucidamente inchiodato alle sue colpe in quella stupenda preghiera laica che è il De Profundis.

Forse, come ebbe a dire in un momento di lucidità, se il padre gli avesse permesso di convertirsi, il suo talento e la sua esistenza non sarebbero stati sciupati tanto stupidamente. Miseria e grandezza si mescolano nella vita di un letterato, la cui supplica, scomposta e contradditoria come quella di ogni essere umano, venne infine accolta in Cielo. Al pari dell’amato Sant’Agostino, Oscar Wilde non smise mai di invocare una sorta di Grazia posticipata, una Grazia che, per sua fortuna, lo soprese poco prima di esalare l’ultimo respiro.