L’abbigliamento e la lotta al gender

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di Cristiano Lugli
La rivoluzione sessuale del 1968 è riuscita a dare adito alle forze motrici che, con un evidente ruolo ancillare, stavano dietro ad un preciso desiderio di sovvertire l’ordine naturale mediante la demolizione dei ruoli. Ruoli che da quando mondo è mondo sono incarnati dall’uomo e dalla donna.
Mediante un astruso processo rivoluzionario, potremmo dire che il ’68 ha posto l’imprimatur su qualcosa di già iniziato nei primi anni ’60 con l’avvento della minigonna, per la quale Mary Quant, l’inventrice, si è guadagnata l’onoreficenza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico, “per il suo straordinario contributo al settore della moda” – si legge fra le motivazioni di questo titolo ad honorem.

A quella sana dicotomia conosciuta come dono preternaturale – che poneva un’apparente divisoria fra l’uomo e la donna, racchiudendo nell’unione familiare quell’ordinanza di complementarietà perfetta disposta da Dio – si è opposta, di contro, una tremenda ricerca di egualitarismo femminista, per mezzo del quale l’uomo si è svirilizzato facendosi femminuccia, e la donna si è mascolinizzata facendosi ibrido di qualcosa che, per sua stessa natura, non può assolutamente essere. Da qui le ulteriori derive del gender e via discorrendo.
Con grande ragione Mario Palmaro parlava di un fenomeno – quello del femminismo – venutosi a considerare come ineluttabile, perfino dalla stessa Chiesa e contro il quale più nessuno si è mosso, sentendosi come travolto da qualcosa di più grande delle stesse capacità razionali e morali. Una sciagura insomma, di cui oggi si pagano sempre più le tremende macerie che hanno surclassato ogni volontà di coraggio nell’essere umano, fino a renderlo un connubio di pavidità e animalismo. Si intravede la sciagura nella famiglia, e in tutto ciò che è stato l’affondamento della figura del padre e, per logica conseguenza che addirittura la precede, del marito.

Queste figure tutelari venute a mancare, hanno lasciato spazio al ruolo della “femmina” nei suoi risvolti peggiori. La chimerica presunzione di aver ottenuto una certa “dirittualità paritaria” ha ridotto la donna ad essere schiava di se stessa e della società, ingabbiandosi in una falsa libertà sbandierata sotto i calzoni, il capello mascolino e la sigaretta in bocca.
La libertà della donna, quella vera, si fondava sulla sua primaria e squisitamente meravigliosa vocazione: essere genitrice del più alto dono che la natura umana può dare: la vita. “La donna genera ciò che Dio crea”, diceva il Santo Padre Pio XII, e questo va considerato come il più alto dei miracoli che l’umana natura può esprimere.
Nemmeno si può cominciare a parlare di ciò che il modello di donna oggi è divenuto, poiché l’analisi sarebbe troppo lunga e già ripetuta da tanti.
Epperò sarebbe interessante parlare di quelle donne virtuose che ancora vogliono essere tali, veri ed irrinunciabili pilastri della famiglia cattolica.
L’eristico mito ha voluto principalmente colpire la donna nelle sue fattezze, e su questo sarebbe bello offrire spunti di riflessione a tutte le donne – e pur’anche gli uomini – di buona volontà.

La prima questione è la seguente: il gender è un’ideologia perversa e diabolica; su questo ogni persona sana di mente è d’accordo. Siamo d’accordo anche sul fatto che il gender va combattuto con veemenza, senza scendere ad alcun tipo di compromesso e, meno che mai, senza abbassare la guardia davanti all’abbaglio del ladro che vuole entrare per la finestra invece che per la porta.
Davanti a queste ovvietà, però, molto spesso si inciampa in un comportamento del tutto contraddittorio, specie – non ce ne vogliano – quando si parla delle donne e del loro moderno abbigliamento. Senza giri di parole è doveroso dire quanto segue: non si può tentare di combattere il gender se nella propria quotidianità e nelle proprie abitudini si soccombe a quello che il gender vuole, e cioè l’inversione della donna in uomo e dell’uomo in donna.
Per chi ha chiare queste cose non risulterà difficile sapere come anche in un certo ambiente di sani valori cattolici persista il problema, in virtù del fatto che la moda sarebbe cambiata per tutti. Tante donne, infatti, in buona fede e con rigorosa abiezione verso la teoria del gender, vestono tranquillamente e senza manco pensarci con abiti tipicamente maschili, quali pantaloni e collant finanche attillati al corpo.
Orbene, sull’abbigliamento della donna verte un problema di non piccola portata, con l’avallo di una certa cultura femminista che risulta ormai difficile da sradicare, anche nelle donne di più meravigliosa volontà. Va da sé, però, che un’ideologia così perversa va combattuta fin nelle cose che apparentemente risulterebbe banali, essendo invece proprio queste fra le più importanti. La donna, in forza della sua femminilità, deve vestire da donna, così da avvalorare il suo ruolo di moglie e madre, che il gender vorrebbe istericamente sopprimere.

In merito a queste argomentazioni intervenne nel lontano 1960 il Cardinal Siri, con una lettera indirizzata a tutti i Parroci, Sacerdoti e particolarmente ai confessori. Risiedendo il Cardinale a Genova, poté toccare con mano il mutamento che già in quegli anni andava intensificandosi in una zona balneare, giust’appunto legato all’abbigliamento femminile. Nonostante il poco lascito nella sua terra, Siri ha avuto la Grazia di vivere la Chiesa Cattolica per come sempre è stata, nonostante la sua partecipazione al Concilio – verso il quale, in fondo, non esternò riserve di alcun genere, accettando pure senza colpo ferire il nuovo Messale di Paolo VI.
Grazie ad una salda formazione sacerdotale e più episcopale, però, Sua Eminenza ebbe l’accuratezza di notare i primi orribili cambiamenti legati al pudore.
In questa lettera, datata 12 Giugno 1960 e titolata “A proposito del costume maschile della donna”, Siri traccia un profilo molto interessante dell’argomento fin qui da noi trattato, e cioè sì quello morale prima di tutto, ma pur anche psicologico.
Proprio in apertura, il Cardinale dice: “I primi rilievi della ormai tarda primavera avvertono che c’è in questo anno un certo incremento nell’uso del costume maschile da parte di ragazze e donne, anche madri di famiglia. Fino al 1959, in Genova, tale costume designava generalmente la qualità del turista; ora si ha l’impressione che un certo numero non disprezzabile di ragazze e donne genovesi abbiano optato almeno nei giorni di gita, per il costume maschile ( calzoni maschili )”.

Dopo aver esposto questo dato di fatto via via sempre più in crescita, Siri esternò un giudizio prettamente morale, rifacendosi ovviamente a quanto la Chiesa insegna circa la modestia e la verecondia. Nell’uso dei calzoni maschili da parte delle donne vi sono tre aspetti più gravi degli altri, ingiustificabili nonostante l’ipotetica occasionalità:

“L’abito maschile usato dalla donna – continuava il prelato – altera la psicologia propria della donna, tende a viziare i rapporti fra la donna e l’altro sesso ed è facilmente lesivo della dignità materna davanti ai figli”.

Tre punti assolutamente fondamentali, e di cui oggi possiamo conoscerne con maggior evidenza i devastanti frutti. Analizzando il primo dei tre punti è utile riportare, anche in questo caso, il giudizio dato dal Card. Siri:

“Il motivo che spinge a portare abiti maschili è sempre quello della imitazione, anzi della concorrenza rispetto a chi è ritenuto più forte, più disinvolto e più indipendente. Questo motivo manifesta chiaramente che l’abito maschile è l’aiuto sensibile per attuare una abitudine mentale ad essere “come un uomo”. In secondo luogo
– prosegue –, da che mondo è mondo, l’abito esige, impone e condiziona gesti, atteggiamento, contegno ed arriva dall’esterno ad imporre una determinata psicologia.
Non si escluda poi che l’abito maschile portato dalla donna nasconde più o meno una continua reazione a quella femminilità che ad essa pare inferiorità, ed è solo diversità. L’inquinamento della trama psicologica diviene evidente”.

Queste precise ragioni, le quali appaiono più attuali che mai, sono sufficienti a denotare la deformazione suscitata nella mentalità della donna dai calzoni maschili, venuta a rapinare tutta l’eleganza della femminilità cristiana.
Un altro dato riguardante l’alterazione dei rapporti fra i sessi viene citato da Siri, mettendo in evidenza un altro problema odierno. Se la base essenziale ed imprescindibile per l’attrazione è la diversità, allora è normale che quando quest’ultima viene vista come un male da abbattere in nome della “parità di genere” il suo elemento esterno rivelatore viene ipso facto annullato, e un dato fondamentale del rapporto viene alterato. E c’è di più: il criterio del pudore deve precedere l’attrazione, delineando il limite invalicabile del rispetto e del salutare timore. Ma se l’abito muta, allora muta anche l’aspetto di diversità che lo rendeva rivelatore ed incentivo del limite e della difesa. Così viene perciò appiattita ogni distinzione, livellata su un piano di falsa egualità femminista, che ad altro non serve se non a far crollare la barriera stessa del pudore.

Un pudore che poi, corrispettivamente, viene a mancare inverso i figli ai quali senza dubbio non manca il senso della dignità e del decoro della madre. Anche di questo parlava il cardinale genovese, come visto sopra, ripercorrendo la crescita dei bambini legata particolarmente alla madre. A questo proposito, sempre nella lettera indirizzata ai direttori di anime, così scriveva:

“Il bimbo non conosce la definizione dell’esibizione, della leggerezza e della infedeltà, ma possiede un sesto senso istintivo per intuire tutte queste cose, soffrirne e trarne pieghe amare nell’anima sua”.

Quale sarebbe stato il rischio se questo “stile” avesse continuato ad imperversare – come sotto il più nefando stadio possiamo oggi vedere – viene sublimemente esplicitato dal porporato:

“È possibile pensare ad una soddisfacente reciprocità nell’ambito coniugale, se si altera la psicologia femminile? È possibile pensare ad una educazione dei figli, delicatissima nella sua procedura, tessuta di imponderabili nei quali l’intuito della madre e il suo istinto hanno negli anni più teneri la parte maggiore? Cosa sapranno dare queste donne, quando avranno abbastanza portati i calzoni, per sentirsi più in concorrenza coll’uomo che non in funzione di se stesse?”

Forse potrà sembrare forte, ma questa è la realtà a cui siamo andati terribilmente incontro. Se è vero che non è l’abito a fare la donna, è altrettanto vero che anche l’abito fa la nobiltà della medesima. Sarebbe superficiale ridursi a dire che “oggi i problemi sono altri e ben più evidenti”, quando ancora non si è stati capaci di risolvere quelli più immediati e quotidiani.
“La questione dell’abito maschile – diceva in conclusione Siri – va considerato come un elemento che alla lunga è macerante dell’ordine umano”.

Più che di ordine umano – seppur questo abbia la sua valenza – andrebbe detto che deforma anzitutto l’ordine soprannaturale disposto da Dio, dove il Creatore stesso ha voluto creare il riflesso attraverso la legge naturale, ben visibile nella società umana – questa essendo la modalità fondamentale in cui il Signore ha voluto che l’uomo vivesse, lo zoòn politikòn conosciuto nell’antica Grecia.

 
Lo ripetiamo come cornice conclusiva: non si può combattere il gender se ci si sottopone a ciò che questa diabolica ideologia vorrebbe. Ergo, la donne torni a vestirsi da donna portando la gonna ed abiti femminili modesti. Questo per convenire con l’ideale di donna cristiana, di moglie e di madre capace di riappropriarsi del suo mestiere più nobile: essere l’angelo del focolare domestico.
Torni anche l’uomo ad essere uomo, virtuoso e nobile nei suoi atteggiamenti. Solo così la civiltà riuscirà un giorno, con l’ormai ineludibile intervento dei Cielo, a far risplendere quell’autentica complementarietà che unisce l’uomo e la donna così come creati da Dio Padre.