Rito pagano in Vaticano. Ma chi ne parla?

rito pagano

 

di Cristiano Lugli

 

Sbarcato in Italia, senza tanto clamore, il Teatro giapponese ha voluto essere il coronamento adamantino per celebrare il 75º anniversario delle relazioni diplomatiche fra il Giappone e il Vaticano [1] . Ci si è serviti appunto del Teatro Nō – forma artistica considerata fra le più prestigiose nello Stato del Sol Levante – per portare un messaggio di “coesistenza possibile” e di “comprensione reciproca” fra le diverse “religioni”: scintoismo, buddismo, cristianesimo, islam, ebraismo, induismo, taoismo; insomma tutte quelle trovatesi a convivere nel Giappone moderno e ormai anche nell’Europa che fu cristiana.

Una sola tappa al Teatro Olimpico di Vicenza, in data 21 Giugno, e poi via di fretta al Palazzo della Cancelleria in Vaticano, per i grandi eventi teatrali. La coesistenza pacifica delle più svariate “religioni” sarebbe una delle problematiche che il mondo attuale deve affrontare, nonché una sfida per la prossima “era” – questo secondo gli organizzatori.
A rappresentare il Giappone in questa folcloristica – ma nemmeno troppo – celebrazione diplomatica fra Giappone e Santa Sede, sono stati inviati 3 importantissimi maestri del Teatro Nō: Kazufusa Hōshō, 20º Sōke, ovvero il legittimo e unico erede della scuola Hōsho; Tatsunori Kongo, 26º Sōke della sua scuola; Sengoro Shigeyama, da anni impegnato nella diffusione del “kyogen”, una sorta di teatro comico sviluppatosi nel XIV secolo, ovvero nello stesso periodo del Teatro Nō.
In scena sono andati tre spettacoli:
HAGOROMO, un dramma che mette assieme due diverse leggende: la prima riguarda le origini della danza Suruga, mentre la seconda racconta la discesa di un angelo sulla spiaggia di Udo. Una storia simile si ritrova anche nella raccolta Sou-shen, pubblicata nel 1400, in cui è citato un poema di Nōin risalente all’XI secolo. L’autore del dramma Noh, Hagoromo, è sconosciuto e viene nominato per la prima volta nel 1524, il che fa ritenere che sia stato scritto in un periodo ampiamente successivo a quello di Zeami (1363 circa – 1443 circa), ritenuto il codificatore del teatro Noh. La trama racconta di un pescatore che, una notte, ritrova appeso ad un ramo il magico mantello di piume di una tennin, uno spirito danzante. La tennin lo vede e rivuole il suo mantello, senza il quale non può risalire al cielo. Il pescatore dopo una discussione, accetta di restituirglielo, a patto che lei danzi per lui. Lei accetta, mentre il coro spiega che la danza simboleggia il quotidiano mutare della luna. Alla fine della sua danza la tennin scompare, come una montagna lentamente nascosta dalla nebbia.
LA RISURREZIONE DI CRISTO, spettacolo basato su un’opera del missionario tedesco Hermann Heuvers, rappresentato nel 1957 da Kurō Hōshō, della diciassettesima generazione Hōshō. Nel 1963 è stato riproposto al “Festival della Cultura Cristiana e delle Arti Classiche Giapponesi” come progetto per una rappresentazione Nō dedicata alla religione cristiana. La trama racconta come dopo la morte di Cristo, Maria di Màgdala e Maria di Cleofa, si recano in visita alla sua tomba e trovano che è crollata in seguito a un terremoto, scoprendo la profanazione del sepolcro. Mentre le due donne piangono alla tragica vista, appare Cristo Risorto.
Hagoromo è andato in scena venerdì 23 Giugno, mentre La Risurrezione di Cristo è stata rappresentata sabato 24.
E qui viene il bello.
Oltre a questi due spettacoli – che di per se spiegano già molto sulle intenzioni new-age del collante romano-giapponese -, per celebrare i buoni rapporti il Vaticano ha deciso di ospitare anche OKINA, di Kazufusa Hōshō. Curioso è notare come quest’ultimo sia andato in scena due sere consecutive: venerdì 23 e sabato 24 Giugno.
Ma qual è la vera trama di questo spettacolo? In effetti, anche a dire degli stessi presentatori, Okina non ha una vera trama. Del resto, Okina non è nemmeno uno spettacolo ma, in realtà, trattasi di un vero e proprio rito pagano celato sotto le mentite spoglie di spettacolo.
La descrizione fatta dai registi non nasconde nulla di tutto quanto finora detto:
“Anche se talvolta è considerato genericamente tale, Okina non è, in realtà, uno spettacolo di Teatro Noh, ma appartiene ad una categoria a sé stante e non ha una trama vera e propria. Si tratta, piuttosto di una rappresentazione rituale in cui gli attori interpretano delle figure divine, che danzano per la pace, la prosperità e la salvezza sulla terra. Il rituale Okina inizia ancor prima dell’entrata in scena. L’interprete di Okina deve purificarsi per un certo tempo prima di dare inizio alla rappresentazione, preparando il suo corpo e la sua mente. Talvolta, il giorno della rappresentazione uno shimenawa (una corda sacra di paglia di riso) è collocata sopra il palcoscenico per purificare il luogo. L’altare viene collocato nel kagami-no-ma (“sala dello specchio” o antisala). Tra le offerte che vengono presentate ci sono il men-bako (il baule delle maschere) che contiene le maschere usate per la rappresentazione e il sake che viene offerto all’altare ed usato per il rituale. Diversamente dagli altri spettacoli, Okina ha l’atmosfera del tutto particolare di un rito sacro: una volta iniziata la rappresentazione il pubblico non può più entrare o uscire dalla sala e diviene testimone di una cerimonia sacra che lo introduce in una atmosfera mistica e sacrale”.
Come si può capire non siamo nemmeno stati esagerati: la descrizione lo è molto di più, ripercorrendo la realtà di ciò che questo “spettacolo” veramente rappresenta.
Che piaccia o no, in Vaticano si è tenuto un grande rito pagano – “omnes dii gentium dæmonia” – con il risultato che nessuno ne ha parlato. Nessuno. Il tutto con il consenso dei Sacri Palazzi, fattisi carico della celebrazione di questo rito scintoista, guarda caso avvenuto proprio fra i giorni del solstizio d’estate.
Altro che Assisi 1986; altro che la Societas Raffaello Sanzio. Questi sono dilettanti allo sbaraglio a confronto.
Una ritualità sincretista è entrata in Vaticano senza che nessuno se ne sia accorto. E si badi bene: non ha scimmiottato o parlato, ma ha agito. Con qualcosa di molto più oscuro e di più grave rispetto al solito.
«Dico che i sacrifici dei pagani sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni» (1ª Cor., X, 14. 19-20). 
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[1] Queste informazioni le devo all’amico Roberto Dal Bosco, il quale ha avuto la prontezza di risalire a questo scandaloso fatto passato sotto collegiale silenzio.

 

 

 

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