[CHARLIE GARD] Il filo sottile fra accanimento terapeutico e ‘soppressione cattolica’

pietà

 

di Cristiano e Monica Lugli

 

Spopola, in queste ore sul web, una sorta di lettera scritta da un medico cattolico, sulla identità del quale si fatica ad avere certezza. Ma non è questo il punto.

http://www.vita.it/it/article/2017/07/01/un-medico-cattolico-trovare-nuove-risposte-a-domande-inedite/143879/
Lo scritto è stato ripreso principalmente da due siti web: Informare per Resistere e Vita.it, senza contare tutti i blog di minor importanza che hanno fatto proprio il posto scritto su Facebook dalla dottoressa Alessandra Rigoli, che potremmo titolare così: “Ecco perché è giusto staccare la spina al piccolo Charlie”.
Ora, la questione è parecchio delicata e nello scritto c’è pure un ampio velo di savoir faire che rischia di mescolare le carte in una maniera molto difficile da raddrizzare un domani.

 

Il problema tuttavia è molto semplice, e va abbattuto fin dalla radice del presunto discorso etico, medico, o morale che sia: la dottoressa, la quale si dice cattolica, riprende per caso una posizione cattolica? Parla a nome di ciò che la Chiesa dice? La risposta è composta da due semplici lettere: NO. La posizione Cattolica sul tema oggi pare non esistere, e questo fa ovviamente parte di quel lavoro appositamente istituito per far cadere il pensiero cattolico sempre più dalle parti di Peter Singer: la “vita degna di essere vissuta”, l’aborto postnatale, e via di scorrendo. Il Malleus Maleficarum dei progressisti, insomma.Parlando da medico, la dottoressa in questione commette una falla sin dagli albori – facendo capire come nella sua ottica non esista un vero pensiero cattolico – laddove dice:

“L’obiettivo di un medico è salvare la gente, mica farla fuori. Quando la gente mi dice che ha paura dell’anestesia io ridendo dico sempre: “Non si preoccupi caro, io stanotte voglio dormire”. Dunque, non è un nostro obiettivo uccidere.”

Se fosse vero quanto la Rigoli dice, allora ci dovrebbe spiegare perché esiste la figura del medico abortista. Se l’obiettivo di un medico è salvare la gente, allora perché il medico uccide vite con l’aborto? Perché ne intrappola fra la vita e la morte attraverso la fecondazione in vitro? Perché l’eutanasia esiste? Perché il suicidio assistito esiste? E, aggiungiamo, se esistono tutte queste cose – ed esistono realmente – perché qualcuno dovrebbe fidarsi della favoletta del medico che avrebbe come unico scopo quello di salvare la gente? Ragion per cui è poco credibile dire che i medici aventi in carico Charlie siano lì per il suo bene: se un medico ha il “diritto” di uccidere una vita all’interno di un ventre, allora perché non può arrogarsi il medesimo “diritto” per ucciderne una che ritiene incapace di essere qualitativamente meritevole?

 

Ché forse una risposta ci viene fornita già dalla dottoressa? Così dice nuovamente lei:

“Il bene assoluto è la persona e io sono grata a tutti quei medici che mi hanno insegnato a prendermi la responsabilità della persona che ho davanti: è facile quando salvi una vita, hai molta riconoscenza e riconoscimenti, difficilissimo quando ti scontri con il limite, con l’ineluttabilità di un decorso infausto. Gridare al nazista e all’assassino è peggio che sparare sulla Croce Rossa e anche l’accusa di voler fare di questo caso un caso giuridico è del tutto ingiusta. È il punto di vista di chi non ha alcuna esperienza di questo settore”.

Come si può ben comprendere – e dopo vedremo che è ripetuto – a chi si oppone a questa visione assurda viene simpaticamente risposto: non siete del settore, e quindi non potete capire nulla. Il paragone pare poi quello fra una vita da salvare urgentemente a causa di un incidente stradale, e una vita da aiutare attraverso l’aiuto di un ventilatore che ossigena il sangue, che dà respiro.

 

Nella nostra umile esperienza all’interno di una casa di riposo abbiamo visto diversi pazienti con tracheotomia ed annesso ventilatore per respirazione meccanica h24. Uno in particolare, ricordiamo, non aveva nessuna intenzione di morire, e anzi era riuscito a raggiungere uno standard che, nonostante la grave situazione, gli consentiva di godersi quelle piccole cose, senza che qualcuno giudicasse la sua “qualità di vita” troppo scarsa per occupare spazio qui sulla terra.

 

Avanzando si intuisce come “la nostra” voglia far presente, dall’alto della sua esperienza medica, che la terapia va interrotta perché fa soffrire troppo il bambino. Orbene, a parte il fatto che ammette pure l’esistenza di una sedazione (ovvietà), volta quindi a prevenire il dolore, verrebbe da chiedersi se lei abbia mai “stubato” qualcuno senza il consenso dei genitori. Altro punto, non secondario: se questa pratica non consiste in un’azione eutanasica come vuol farci credere la dottoressa, perché è necessaria la rimozione del tubo endotracheale? Ché forse questo non è un atto ponente fine a qualcosa, in questo caso alla fine della vita di Charlie?
Ovviamente, oltre a rimarcare con ipocrisia malcelata la tendenza a togliere la protezione della famiglia per dare ogni potere allo Stato provvidente, qui si vuole vieppiù invertire il bene della vita in quanto tale, quello che cercano punto di declassare a mera qualità (della vita).

Ci si dimentica anche di dire che eutanasia è tutto ciò che rimuove e annienta il sostegno vitale, quale alimentazione, idratazione e, udite udite, pure la ventilazione artificiale; con la mera differenza che quest’ultima può essere rimossa in caso di morte imminente – non cercata o voluta, dunque. La differenza però è sostanziale: Charlie non è in imminente pericolo di morte.Epperò il mantra rimane il medesimo: evitare al bambino sofferenze inutili. Ora, consci del fatto che non si tratta di un caso di accanimento terapeutico, questo “evitare sofferenze inutili” assume un significato quantomeno opinabile. La sofferenza inutile è qui considerata in rapporto all’impossibilità di guarigione del bambino inglese, in virtù di una vera e propria  autodeterminazione liberale di cui lo stato vuole a tutti i costi disporre, a discapito del bambino e degli stessi genitori, fatti passare come belve prive di pietà: e sì, perché se i medici e i giudici inglesi, insieme alla Corte Europea, hanno deciso di scavallare la patria potestà, ciò avviene sulla base di una convinzione di un bene migliore rispetto a quello che il padre e la madre del bambino avrebbero voluto per il proprio figlio. La vera colpa di questi ultimi sarebbe quella di credere in una concezione della vita non esattamente conforme ai parametri dell’individualismo utilitarista. La capacità di amare, di credere e di sperare, diventa ipso facto qualcosa di inappropriato, reo di una colpa punibile con la pressione ad una colpevolezza morale, nonché incapacità genitoriale. In effetti, di converso a ciò che si vuol far credere, quella inflitta a cotesti genitori è propriamente un’interdizione dal loro ruolo principale. È rimosso il fine della loro esistenza.

 

Proprio tornando al contenuto della lettera sin qui trattata, vediamo ancora come il tutto risuoni a gran difesa dei medici, con il rinnovo di quanto sopra affermato: che ne sapete voi, che non siete pediatri rianimatori? E che ne sanno quei genitori del loro figlio? Dice la dottoressa:“Posto che nessuno ha lo scopo di uccidere, potrà un medico valutare che un’opzione sperimentale non sia percorribile? Non ha più strumenti di uno che fa tutt’altro nella vita se lavora seriamente e con un’equipe di esperti per capire cosa è davvero meglio per il paziente che gli è affidato? Perché ritorno al punto: i pazienti sono lo scopo della vita lavorativa di un medico, mica i soldi o il riconoscimento sociale che semmai sono conseguenze. Un bimbo come Charlie, intubato e ventilato può sopportare un viaggio in aereo? Il centro proposto offre delle garanzie adeguate di cura? Ha un livello assistenziale adeguato? Perché io medico ho una responsabilità nei confronti del paziente. Una responsabilità per la quale ho fatto un giuramento. Vi sono criteri di scientificità in queste cure sperimentali proposte? Se un’equipe di esperti dà risposta negativa a queste domande: chi siete voi tutti per giudicare? Che strumenti avete? È pensabile che a questi medici possa non interessare una reale seppur minima possibilità di salvare il bambino?! È il loro lavoro salvare bambini!”

 

Questo passo è molto importante nell’economia di tutti questi discorsi strappalacrime; guardiamone dunque in modo didascalico alcuni passaggi.- Oltre a rimarcare il fatto che nessun medico ha lo scopo di uccidere (lo si chieda ai medici olandesi e belgi, oppure a tutti quelli che mettono in pratica la legge 194 in Italia, come detto prima), la dottoressa parla delle cure sperimentali ricordando che solo il medico può sapere se questa strada è percorribile o meno.
Più precisamente ancora dice: “vi sono criteri di scientificità in queste cure sperimentali proposte?” Ebbene anche qui, volente o nolente, viene fuori il diktat della scientificità statale, contro la quale nessuno può esprimere alcun tipo di dubbio. Qualsiasi cosa esca dai canoni standard di ciò che lo stato – se scientificamente o no non è dato saperlo – proponga, deve essere pregiudicato e sconsigliato per la dubbia efficacia. Lo si è visto del resto con i vaccini: se un pediatra si permette di avanzare dubbi sulla vaccinazione di massa, consigliando ai genitori di sottoporre i propri figli ai test anticorpali per capire se il sistema immunitario ha già naturalmente prodotto un determinato anticorpo contro la malattia, quel medico va decapitato.
Extra scienza statale nulla salus. Nulla!

 

– Ne consegue una bella strigliata di orecchie, con un monito che ricorda tanto quello in auge a Santa Marta, vero e proprio cavallo di battaglia per l’avanzamento del progresso dottrinale e morale: “Se un’equipe di esperti dà risposta negativa a queste domande – dice la nostra dottoressa – chi siete voi tutti per giudicare?” Vi ricorda qualcosa? Anche a noi.
Quindi lo si dica ai genitori! Gli si dica che i medici hanno già sentenziato che quel viaggio sarebbe troppo pericoloso per il bambino. Insomma, per non rischiare che muoia in aereo meglio farlo morire in ospedale. E quale sarebbe il motivo? Ebbene sì, la Responsabilità (maiuscola doverosa) dei medici. Quindi no alla responsabilità del viaggio in aereo per tentare la cura sperimentale, sì alla soppressione nell’ospedale di Londra.

 

-Poco dopo averci chiesto “chi siamo noi per giudicare”, la dottoressa ricade nello strumentale errore: “È pensabile che a questi medici possa non interessare una reale seppur minima possibilità di salvare il bambino?!”
Ma salvare da cosa, richiediamo. Siamo sempre nel campo del sostegno vitale, e quindi non c’è nessun Charlie da salvare ora come ora. Esiste solo un Charlie da “stubare”, soffocandolo con un atto volontario.
Se un paziente attaccato ad una PEG (gastrostomia endoscopica percutanea) viene “staccato” da questa tecnica che consente la nutrizione per via enterale, il paziente muore. E muore con un atto volontario deciso da qualcuno, non perché non aveva più possibilità di vivere.

 

Il grosso di tutto il post scritto dalla dottoressa Rigoli, però, viene quasi alla fine. Non dobbiamo dimenticare che il suo parere è espresso non solo nella sua figura deontologica di medico – “L’etica, diceva Bentham, ha raccolto il nome più espressivo di deontologia” – ma nelle vesti del “medico cattolico”.
Ragion per cui non poteva mancare il discorso sulla morale cristiana, una sorta di docenza sui Novissimi che stona almeno come una chitarra senza due corde.
Ancora dice il medico pediatra:“I cristiani non credono più nella vita dopo la morte? È così che finiamo per accanirci e per fare delle polemiche veramente assurde. Ricordando sempre che non si punta mai come obiettivo a far morire nessuno, ma credo dobbiamo ricordarci anche e di più che in Cielo si sta meglio di qua. E un bambino fila dritto in Cielo”.In tema di quanto appena ricordato, un’altra breve analisi non guasta ma anzi conviene. 

– Nuovamente c’è il bisogno di ricordare che “non si punta mai come obiettivo a far morire nessuno”; tuttavia il bello viene dopo, quando viene detto di “ricordarci anche e di più che in Cielo di sta meglio di qua”.
Che diamine vuol dire questo? Quale excusatio non petita si vuole cercare? Siccome si sta meglio in Cielo che qua allora uccidiamo tutti quelli ben disposti ad andare in Cielo?

 

-Sì, perché è di “ben disposti” che si può parlare per sentenziare il Paradiso. Ed ecco che qui esce fuori non la deformazione professionale, quanto piuttosto la deformazione cattolica: “un bambino fila dritto in Cielo”, dice un attimo dopo la dottoressa. È perciò vitale ricordare alla dottoressa e a tutti i suoi colleghi, che se Charlie ringraziando Dio andrà in Paradiso, questo è perché i genitori lo hanno fanno prontamente battezzare nel Nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo. Altrimenti il destino della sua anima non sarebbe stato il Cielo, per responsabilità dei genitori e finanche dei medici. Alla frase “un bambino fila dritto in Celo”, a proposito di Novissimi, bisogna aggiungere “un bambino battezzato fila dritto in Cielo”.
Nostro malgrado comunque non possiamo convenire con ciò che questo ragionamento vuole far emergere, e cioè che siccome andrà in Paradiso non si deve aver paura a farlo morire. Qui sì che si tratta di ingiustizia. Qui sì che sono dei medici a voler riscrivere un destino per cui Dio molto probabilmente aveva deciso diversamente.
Quando i discepoli di Gesù, passeggiando, videro un cieco nato chiesero al Maestro: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Gesù rispose loro: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv. 9, 1-3).
Inspiegabile, non è così? Tante cose, che apparentemente pure non trovano spiegazioni umane, sono così affinché si manifestino la Potenza e le opere di Dio. “Chi siamo noi per giudicare” questo? Chi siamo per decretare ciò che Dio, se veramente lo volesse, compirebbe con un soffio?

 

Purtroppo la pietra d’inciampo è la seguente: la cornice di pensiero in cui si muovono tutti – anche una moltitudine di cattolici precipitataci dentro senza nemmeno rendersene conto – è quella per cui il dolore è male e quindi va evitato.
È l’utilitarismo, la filosofia nata da Bentham nell’Inghilterra di fine Settecento (Bentham è l’inventore dei diritti animali che scrive pure un “Elogio dell’omosessualità”). Bentham, che fa da padrone in questa pseudo mentalità liberista e pietista, era una delle menti del colonialismo inglese, e il suo lavoro era volto a creare un pensiero il più possibile a-religioso che permettesse di governare il mondo fatto anche di masse di “selvaggi” indiani o africani.
Per l’utilitarismo, il cui massimo campione oggi è Singer, il dolore va evitato in ogni modo (di qui anche la necessità di legalizzare le droghe e il suicidio, perché no?) giacché  bisogna massimizzare la felicità – il piacere – della società tutta intiera. Godere e non patire, qualità e non realtà, autodeterminazione e non più abbandono.

 

La “neochiesa” e i suoi zombie non vedono in alcun modo come questo sia contrario al Dio che muore in croce, al Christus patiens, appunto, paziente. O peggio: lo vede, lo sa, e evita di farlo conoscere.
Hanno paura del dolore, che per secoli era talvolta autoinflitto per sacrificio personale – si pensi alle pareti schizzate di sangue nella camera di San Luigi Gonzaga. Pazzia, direbbe qualcuno. Fanatismo. Eppure questa è la storia dei Santi, della Chiesa di Cristo e non di una falsa “chiesa” dell’uomo, piena di sofisti da retrocattedra universitaria.

 

Come ben sa chi sa, il Concilio (Vaticano II) e la catastrofe geo-politica e spirituale che da esso è conseguita ha contribuito volontariamente ad eliminare l’aspetto primario della venuta di Cristo. Ha tolto la centralità del Rito cruento di Nostro Signore dalla Messa, che sugli Altari si rinnova in modo incruento ma nello stesso ed identico modo. Il Sacrificio ha lasciato il posto alla “festa”, alla convivialità della mensa. Gioire, non soffrire.
Non per niente questo spiega perché gli architetti del Male “cattolico” non vogliono parlarne. Appena sentono l’argomento si fanno prendere dall’ansia della rettifica a tutti i costi.
L’avvicinamento di Singer alla Pontificia Accademia per la Vita per interposta persona significa plasticamente quanto si è detto fin qui.

 

Avviandoci verso la conclusione, ripercorriamo un pezzo di strada verso i Novissimi, ricordando (non fa male farlo) che il problema dell’aborto non riguarda i bambini ma anche e sopratutto le anime di chi li uccide: questo è il vero piano di popolazione infernale. Pervertire l’umanità conta come e più di uccidere, per il Serpente Antico.
I Novissimi valgono per Charlie ma anche per i medici e genitori. Charlie andrà anche in Paradiso, Deo gratias! ma chi staccherà la spina rischierà di perdersi per sempre.

 

È l’uomo che confida in se stesso, che si rivolta alla volontà del Cielo. È l’uomo di cui il Profeta Geremia dice “maledictus homo qui confidit in homine”.

 

La liturgia cattolica, colma di risposte alle domande di ogni anima abbattuta dal Male del mondo e dalle tentazioni, ieri, nella IV Domenica dopo Pentecoste, illuminava il deposito della speranza e dell’abbandono a Dio.
Nella lettera ai Romani San Paolo ci ricordava “che le sofferenze del tempo presente non hanno nulla a che fare con la gloria futura che si manifesterà in noi”  (Rom. 8, 18).Nel Vangelo, invece, vediamo come il Signore gioisce nel veder trionfare in Pietro ciò che sempre ha ribadito: “senza di me  non potete fare nulla” (Gv. 15,5)
Nella sua umiltà, Pietro, pescando tutta la notte, confessa in pubblico di non “aver preso niente”. A proposito di questo episodio, Santa Teresa di Gesù Bambino così commenta: “Forse se l’Apostolo avesse preso qualche pesciolino, Gesù non avrebbe fatto il miracolo, ma non aveva preso niente, perciò Gesù riempì ben presto la sua rete in modo da farla quasi strappare. Ecco precisamente il carattere di Gesù: Egli dona da Dio, ma vuole l’umiltà del cuore“.
“In verbo tuo laxabo rete“. Signore, con lo slancio di Pietro, con zelo di quei pescatori, così diciamo: “sulla tua parola calerò le reti”!
Qui sta l’impegno di ogni cattolico. Qui s’impernia il dovere e l’impegno di ogni medico cattolico che vuole esser considerato tale, prendendosi cura della vita come dono prezioso ed inviolabile, per la quale vi è un Sommo Padre che, Solo, può decidere il da farsi.Tutto il resto, cari amici, sono scuse, chiacchiere; sono manie di autodeterminazione utilitaria e individualista.