[CHARLIE] Scacco matto all’etica

scacchi

 

 

di Cristiano Lugli

 

Siamo infine giunti all’epilogo che nessuno avrebbe voluto vedere, sentire, provare come una lacerazione che ferisce e strazia certamente i cuori.
I coniugi Gard si sono arresi a seguito delle nuove visite specialistiche effettuate dal dottor Hirano, medico statunitense offertosi per capire se fosse possibile tentare la cura sperimentale tanto voluta dai genitori del piccolo.
“È stato perso troppo tempo” – hanno detto i coniugi londinesi – “Siamo a luglio e nostro figlio è stato lasciato in  ospedale senza far nulla mentre la fuori si combattevano battaglie legali”.

 

I contenuti di queste brevi frasi non possono che alimentare rabbia, unita a quel senso di tragica impotenza che ha visto uno scontro legale sulla pelle di un bambino, coinvolgendo i genitori ad un grado di stress e di tensioni certamente altissimo. Il dato è innegabile: se per Charlie non si può più tentare la cura, la colpa è da attribuirsi al Great Ormond Street Hospital e al giudice Nicholas Francis. Costoro non sono solo quelli che a breve “staccheranno la spina” al bambino, ma sono anche quelli che hanno fatto di tutto perché questo innocente venisse soppresso. Sono, in poche parole, sia i mandanti che gli esecutori di un omicidio di stato che grida vendetta al cospetto di Dio.

 

Messo a punto questo sgomento e delineato con gesso bianco il luogo e le tracce del delitto che presto verrà compiuto con uno scacco matto dato all’etica, è doveroso analizzare ancora una volta il percorso dissolutivo e poco razionale che ha portato ad una fine per niente lieta.
I genitori, dopo aver preso atto che la cura sperimentale sarebbe risultata inefficace, sono stai messi con le spalle al muro. Il motivo è dettato dall’impossibilità di guarigione per il bambino, dato assolutamente importante ai fini delle decisioni del boia “Mr. Justice”, il quale ora piange lacrime di coccodrillo mentre affila l’accetta, già pregna di sangue, della sentenza finale con la quale verrà servito il colpo di grazia. Giacché la premeditazione deve presto o tardi arrivare ad una conclusione, se qualcuno o qualcosa non si accorge prima che di premeditazione si tratta. In molti si sono evidentemente scordati di questa premeditazione mortale, si sono scordati che Charlie non andava salvato da se stesso o dalla sua feroce malattia, ma andava salvato da chi, vedendo che la malattia non lo uccideva, voleva intervenire per velocizzare un ipotetico processo che avrebbe condotto Charlie alla morte: ma non ora. E neanche domani.

 

Charlie avrebbe potuto vivere ancora per molto, accudito dall’amore dei suoi genitori e dalle tante persone che per lui hanno pregato, digiunato e continueranno a fare sacrificio fino all’ultimo suo più tenue respiro, fino a quando quell’impavido cuoricino non cesserà di battere perché qualcuno non glielo permetterà più.
E allora non si può nemmeno affermare che Charlie “sarà lasciato andare”. Charlie non sarà lasciato andare, non sarà lasciato spegnere come una candela alla fine con la quale non vi è più nulla da fare se non attendere che la più flebile fiamma anche scompaia; Charlie Gard sarà fatto morire, e non esistono attribuzioni di sorta diverse a questo procedimento. L’appellativo è quello punto e basta.

 

Cosa si pensava di ottenere quindi? Questa è la domanda. Siccome Charlie non può guarire allora deve e può morire, senza pensieri e senza sensi di colpa? Assolutamente no, giacché fra guarigione e cura c’è una differenza abissale sopratutto sapendo che per la prima le speranze sarebbero state comunque poche pur se si avesse avuto a disposizione un tempo maggiore. Curare Charlie però era ed è ancora possibile: curandosi di lui, accompagnandolo giorno per giorno nelle sue difficoltà e continuandogli a garantire quell’affetto che vale più di mille parole, quelle preghiere che contano più di mille medicine. Sant’Agostino insegna, infallibilmente, che non è mai possibile interrompere la vita di un malato: “Non è mai lecito uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso fra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l’anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere“.
Per quanto riguarda i medici, in un discorso sulla rianimazione, si espresse così Pio XII: “Per quanto riguarda i medici, nessuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana pietà, può autorizzare il medico alla diretta distruzione della vita; il suo ufficio non è di distruggere la vita di salvarla”.

 

In queste ultimissime parole ritroviamo il vero parametro oggettivo ed etico per parlare di “#savecharliegard”. Tutto il resto richiama e coinvolge in una spirale erronea di “guarigione”, quasi che salvare quel povero bambino voglia dire guarirlo a tutti i costi. La piega assunta è infatti quella che non vede un Charlie estremamente compromesso sul cervello, non dà una certezza  sul suo dolore, ma nel medesimo tempo, per non saper né leggere né scrivere, lo sottopone a pesanti dosi di morfina per far presente che certamente soffre e che quindi bisogna porre fine a questa sofferenza. Gli apparati sanitari sono oramai i ponti di sbarco della visione anticattolica: i problemi di salute che colpiscono gli uomini non sono più inseriti nella cornice tradizionale di quei valori cristiani quale l’accettazione della sofferenza, la mortificazione del corpo e l’umiliazione del cuore e il totale abbandono alla Provvidenza. I “miracoli al contrario” della tecnologia moderna generano la prepotenza terapeutica che impedisce, attraverso il suo sistema sanitario nazionale e sovranazionale, di accettare come possibile un male che colpisce la persona, cataloga come follia il suo non poter  essere curato, il suo avanzare ad uno stato degenerativo infine facendo sentire le persone tradite, e caricandole ad una segreta carica di emotività negativa. Il bravissimo Prof. Matteo D’Amico, qualche anno fa, dava una definizione perfetta e quanto mai attuale del sistemo sanitario: “I medici da onesti notai ottocenteschi del grado di avanzamento di un male sono passati a essere percepiti come stregoni dotati di un sapere arcano e impenetrabile e assurgono, nei fatti, nel vissuto delle persone, al rango di figure sacerdotali, ieratiche, la cui funzione trascende ampiamente quella di un semplice tecnico che presiede alla valutazione di precisi fenomeni fisiologici e patologici”.

 

L’aspetto del medico moderno non è in effetti altro che questo. Non per niente gli appellativi di super esaltazione sono oggi quanto mai proposti all’impazzata: i “luminari” della medicina, i “maghi””di questa o quell’altra terapia.

Mentre uno stato con sistema sanitario e legale ormai giunto all’apice del suo totalitarismo si divertiva godendosi lo spettacolo del tiro alla fune fra i genitori di Charlie e i medici – attraverso la battaglia in tribunale -, la scienza compiva il suo sporco mestiere arrogandosi, giorno dopo giorno, la facoltà di poter avere in fondo l’ultima parola. Il giudice Francis, di fatto, cosa si aspettava? Cosa voleva sentirsi dire e quali erano i presupposti richiesti per cambiare (eventualmente) idea? Nient’altro che l’ultima parola della scienza. Che fosse del GOSH, che fosse del medico statunitense, questo non importa, contava un ultima sentenza medica.

 

L’inganno ha travolto tutti ivi compresi, purtroppo, i genitori del piccolo bambino inglese. Il fiato sospeso e le battaglie si stavano protraendo fino al 25 luglio per ascoltare il parere – ultimo e deleterio – della scienza detentrice del potere luciferino che decreta se un bambino deve vivere o deve morire: “ipsa scientia potestas est”, come diceva il primo inventore dell’eutanasia Sir Francesco Bacone. Ed ecco dunque che l’obnubilamento causato da questo malsano pensiero porta ad un altra tremenda conseguenza. La conseguenza del “abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, ma non ci sono possibilità per Charlie“. La scienza dice che non si può guarire, e così tutte le speranze e la tenacia vanno a farsi benedire. Si abbandona il senso di sacrificio e si resta inermi ad osservare l’annichilamento e la portata enorme della vita come prova, come sacrificio al quale Cristo stesso, con la Sua tremenda e cruenta immolazione, ci ha chiamati a contemplare fin dall’Antico Testamento… “Tunc acceptábis sacrifícium iustítiæ,
oblatiónes, et holocáusta”.

 

Charlie crea un precedente agghiacciante, confermando tante di quelle ragioni che ha sostenuto il GOSH sino ad oggi. Potranno dire “avevamo ragione”, ma soprattutto potranno aprire nuove danze in quell’ospedale, certi che se sono riusciti con Charlie Gard ora riusciranno con chiunque, perché ciò che viene dopo la salita è sempre più semplice.

La ripugnante disumanità dei medici ora vien mascherata dietro alla finta tristezza, che quasi si vendica negando ai genitori la possibilità di portare a casa il figlioletto a cui già si è affitta la clessidra col conto alla rovescia. Sì, perché la teoria dell’ospedalizzazione coercitiva è un altro nuovo fenomeno subumano che l’ospedale londinese vuol far emergere, fiero, in tutta la sua malignità. La cristianità medievale insegna come i cari parenti venivano fatti morire assolutamente fra le mura domestiche, alla presenza del focolare e di tutta la famiglia. Oggi giorno curare una malattia e morire devono camminare per lo stesso vicolo, e cioè quello dell’ospedale forzato. Nei primordi dell’era medievale nasceva l’ospedale come luogo atto a curare i moribondi e i derelitti privi di qualsiasi altra possibilità, senza una famiglia perché disgraziati o senza una casa perché poveri e abbandonati da tutti, senza nessuno in grado di prendersi cura di loro. La storia cristiana, sin dai tempi di San Benedetto, ci narra che morire in casa propria era una delle cose più importanti e volute da tutti, con la vicinanza dei propri cari e con la presenza di un sacerdote possibilitato in virtù del suo ministero a dare conforto religioso amministrando Santi Sacramenti.

Il ricovero quasi forzato di oggi, facilmente percettibile nel caso di Charlie Gard, ordina invece che si debba morire in ospedale, perché dove è la cura (e quale cura poi, nel caso del piccolo?) ivi deve essere la morte. Allettati in un letto di ospedale bianco, algido e raccapricciante per la sua non familiarità, si deve tosto morire. Lontani da quel calore della propria famiglia, lontani da quei ricordi che hanno allietato e nutrito anche un sol giorno di esistenza umana, insieme ad uno scorribanda di persone, di infermieri e di medici che perlopiù – questo vale nel caso qui trattato – hanno decretato la fine. Avvolti e accerchiati dalla barbarie terapeutica, che smantellata dal suo fine – la cura e il sostentamento – diviene mezzo rovesciato per sospendere la vita. Proprio vero è che quanto più accresce la potenza della tecnica, quanto più ad occhi chiusi ci si abbandona nelle mani dell’apparato tecnocratico, opprimente e letale, tanto più si contrae lo spazio di ciò che è umano nella sua autenticità più profonda e più vera.

Questo e tanto altro ancora avrà da insegnarci la vicenda del piccolo Charlie. Ma adesso non è ancora giunto il momento di piangere. Ora è il momento della rabbia e della preghiera. Ossimorico? Forse. Ciò nonostante si deve essere convinti che non può cessare la nostra supplica a Dio così come non deve cessare quella sana rabbia capace di renderci lucidi e preparati ad affrontare un Nemico giunto all’apice delle sue forze contrarie all’Ordine Divino.

 

Che Charlie, se veramente così dovrà andare, possa intercedere per noi dal Cielo. Ne avremo bisogno.