Chesterton e Waugh: ridere per non dimenticare

di Luca Fumagalli

Apparentemente G. K. Chesterton ad Evelyn Waugh non hanno nulla in comune. Nati in epoche diverse, entrambi portavoce di una poetica personalissima che si sostanzia in uno stile inconfondibile, l’unico punto di contatto tra i due sembrerebbe essere la conversione al cattolicesimo.

In realtà tra loro esiste un legame profondo, a partire da alcuni dettagli biografici condivisi come, per esempio, la passione per il disegno e il cammino di conversione intrapreso dopo aver accarezzato per qualche istante l’ipotesi del suicidio.

Chesterton e Waugh sono, per così dire, l’alfa e l’omega del primo periodo della letteratura cattolica inglese del ‘900, quello che attinge a piene mani dalla tradizione teologico-culturale di Newman e Manning e che si conclude idealmente con il Concilio Vaticano II (criticato aspramente da Waugh) e con il passaggio di testimone a Graham Greene e a una nuova generazione di autori di stampo progressista.

Waugh, del resto, ammirava l’opera di Chesterton, in particolare la ballata Lepanto, un’appassionante cavalcata lirica sulle orme di Don Giovanni d’Austria e della flotta cristiana che sconfisse quella turca nel 1571. A Chesterton, che ebbe occasione di conoscere di persona, l’autore di Ritorno a Brideshead dedicò inoltre un intero ciclo di conferenze.

Quello che più lega i due scrittori è soprattutto lo sguardo con cui l’uno e l’altro indagano la realtà, uno sguardo che si manifesta nei poli, diversi ma complementari, della nostalgia e del sorriso.

Al pari di Guareschi, Chesterton e Waugh sentivano infatti di vivere in un mondo che era loro estraneo. Dietro le ideologie più in voga non potevano non cogliere i semi di future tragedie, ed entrambi si dettero da fare per opporvisi, penna alla mano, attraverso la letteratura o la carta stampata. Quello che a loro stava più a cuore era ricordare allo spaesato cittadino dell’Europa moderna che era ancora possibile credere in quella Verità che solo la Chiesa cattolica aveva avuto il coraggio di custodire intatta nel corso di due millenni di storia.

Di conseguenza i loro scritti sono intrisi della nostalgia dell’Eden, di quella Itaca celeste che è la patria di ogni uomo. Ulisse e il suo metaforico viaggio di ritorno a casa sono evocati da Chesterton nelle pagine inziali de L’osteria volante, dove l’isola greca diventa il simbolo della resistenza all’invasione islamica, a ciò che è anti-umano; Waugh, da parte sua, dà a tutto questo una connotazione più architettonica che geografica. La vecchia dimora signorile di Bridehsead, secondo alcuni il vero protagonista del suo più noto romanzo, è il correlativo oggettivo della coscienza dei personaggi, il polo attrattivo a cui questi ultimi tenteranno in ogni modo resistere ma che, alla fine, li costringerà a una resa benefica che ha il gusto della salvezza eterna.

Il «Contra mundum» gridato a squarciagola da Charles e Sebastian in Ritorno a Brideshead, lungi dall’essere lo slogan di una ribellione post-adolescenziale, è il vessillo sotto cui si trovano a militare Chesterton e Waugh, una sfida lanciata alle convenzioni e alla banalità. E tutti e due, per fronteggiare un universo in declino, decidono di usare il sorriso, un arma oltremodo raffinata, il modo migliore per intrattenere e far riflettere il lettore.

Se Chesterton eccelle nell’arte del paradosso, Waugh opta per la satira, per una risata malinconica, a denti stretti, che sfocia a volte negli estremi dello humor nero. Il suo stile canzonatorio, però, non ha nulla di nichilistico, e la presa in giro non è mai separata dalla pietà e dalla compassione, a evocare le vie misteriose che imbocca la Provvidenza divina per raggiungere i suoi scopi.

Ancora oggi, dunque, Chesterton e Waugh sono due autori che meritano di essere letti e riletti. Quando il mondo sta lentamente scivolando nell’abisso, solo chi freme per un senso, solo chi cerca la verità, solo chi vive di una speranza concreta può permettersi, infine, il lusso dell’allegria.