Cosa ci insegnano gli zombie di Romero

di Luca Fumagalli

«Siamo gente morta in un mondo morto»

(G. Orwell, “Fiorirà l’aspidistra”)

Accanto alla famosa scena finale de Il pianeta delle scimmie, quando Charlton Heston scopre i resti della Statua della Libertà e realizza con sgomento di trovarsi sulla terra e non su un pianeta alieno, i moderni zombie del regista George Romero sono tra le intuizioni cinematografiche più rappresentative del decadimento, forse irreversibile, della civiltà occidentale.

Autore di culto, capostipite con La notte dei morti viventi (1968) di un sottogenere che continua a partorire pellicole su pellicole – anche se spesso di dubbia qualità –, l’americano George Romero è scomparso improvvisamente ieri, all’età di 77 anni, dopo una breve lotta contro un cancro ai polmoni.

Ciò che ha reso grande Romero, e lo ha elevato rispetto alla media dei cineasti dell’horror, è stata l’intuizione di fondere nei propri film l’intrattenimento e la riflessione politico-sociale. È infatti ormai universalmente noto come dietro la metafora dello zombie si nasconda, in realtà, una feroce critica alla società dei consumi, capace solo di spendere, arraffare e ingurgitare ogni cosa. Un messaggio così forte che anche nella parodia L’alba dei morti dementi (2004), pellicola diretta da Edgar Wright, la critica sociologica ritorna genialmente sin dalle prime inquadrature, dove uomini piegati sui propri cellulari, incuranti l’uno dell’altro, affollano i marciapiedi del centro cittadino: sono già zombie, anche prima del contagio vero e proprio.

Ma i morti viventi – e questo è ancora più interessante – sono pure il correlativo oggettivo di un mondo che ha ormai rinunciato sia alla ragione che all’anima.

Torme di persone si barcamenano stancamente tra le gioie e i dolori della vita senza sapere perché, con una passività che è di gran lunga più disgustosa di qualsiasi mostro. La tanto strombazzata crisi dei valori ha la sua origine proprio nel confronto con una realtà che non offre nulla di veramente profondo, nulla che generi un desiderio al limite dell’inestinguibile. Di conseguenza c’è chi si affida al godereccio carpe diem e chi, al contrario, cade in depressione, spendendo tra l’altro non pochi soldi in medicine e analisti.

Anche i rapporti interpersonali, persino in famiglia, rischiano sempre più di essere ridotti alle logiche cannibalesche dell’egoismo postmoderno. Gli altri, in questo senso, diventano meri oggetti: li si sfrutta fino a quando garantiscono una qualche soddisfazione, dopodiché li si butta via senza troppi complimenti. La crisi dell’istituto matrimoniale e la crescente difficoltà tra i giovani di instaurare rapporti al di là del web sono solo due delle molte e terribili conseguenze di questa mentalità.

Sulla falsariga della Terra desolata di Eliot e, con essa, di tutta quell’arte che contesta dal profondo i presupposti del mal di vivere nichilista, i film di Romero si ripropongono oggi come un’interessante quanto inaspettata occasione per fare memoria della Fede, l’unico antidoto in grado di restituire l’uomo all’uomo, di donare alle persone una tridimensionalità e uno spessore esistenziale che va oltre le contingenze. Tutto il resto, per quanto buono, è al massimo un palliativo che nulla può contro un’infezione la quale, al contrario del mito romeriano, ha un’origine nota. Il non serviam è il vessillo di questa drammatica distopia del presente, il vero pensiero unico a cui non ci si deve piegare. L’alternativa, altrimenti, è l’Inferno (zombie) già in terra.