“Grantchester”: la serie tv che elogia (involontariamente) il celibato ecclesiastico

di Luca Fumagalli

Grantchester (1)

Ostaggio di una minoranza organizzata che campa grazie alla disinformazione e agli applausi dei guru del politically correct, il cattolicesimo pare ormai ridotto a un magma indistinto, al cui interno convive tutto e il contrario di tutto. Le ipotesi del cardinalato laico e del sacerdozio femminile sono solo gli ultimi frutti di quello sradicamento del Magistero (e del buongusto) che, come un’infezione, dilaga nel reame bergogliano.

Intanto la neolingua orwelliana del post-concilio è ogni giorno al lavoro per partorire vocaboli nuovi, giusto per dare l’impressione di come, tutto sommato, le cose siano le stesse di sempre. “Discernimento” e “primato della coscienza” sono solo due delle espressioni più usate e abusate di recente; in altri termini, nuove falle attraverso cui la nave di Francesco continua ad imbarcare acqua. Di questo passo, al di là delle intenzioni e dalla buona fede dei singoli, ogni cosa diventerà lecita; un po’ come accade nell’universo distopico descritto ne Il Padrone del mondo, un universo che spalanca le porte all’Anticristo.

Tornando a un tema che negli ultimi anni riaffiora a intervalli regolari, quello dell’abolizione del celibato ecclesiastico, un interessante spunto di riflessione giunge da una serie tv britannica, Grantchester, di cui si è da poco conclusa la terza stagione.

Prodotta a partire dal 2014 e basata sul ciclo letterario The Grantchester Mysteries di James Runcie, la serie, andata in onda in Inghilterra sul canale ITV e in Italia su “Giallo”, è una sorta di risposta anglicana al Padre Brown di G. K. Chesterton (nonché a quello del recente sceneggiato BBC).

Nel villaggio di Grantchester, nel Cambridgeshire, il giovane e affascinante reverendo Sidney Chambers (interpretato da James Norton) indaga sugli omicidi che avvengono nella sua parrocchia, affiancando l’ispettore di polizia Geordie Keating (Robson Green). Tra un caso e l’altro, il filo rosso che collega le varie stagioni è la tormentata storia d’amore tra Chambers e Amanda Kendall (Morven Christie), una vecchia fiamma, ora madre e moglie di un uomo d’affari che non ha mai amato.

La vicenda, che inizia nel 1953, anno d’incoronazione della regina Elisabetta II, è vagamente influenzata dalla vita di Robert Runcie, arcivescovo anglicano di Cambridge dal 1980 al 1991.

Nel complesso Grantchester è una serie che merita di essere vista. È ben girata, intrattiene, il livello degli interpreti è ottimo e gli episodi regalano allo spettatore quel giusto compromesso tra dramma e investigazione in grado di tenerlo incollato alla poltrona. Inoltre è interessante il sottotesto sociale che racconta l’evoluzione identitaria e morale del Regno Unito nel corso del XX secolo.

Torniamo ora alla questione che più ci interessa in questa sede.

La relazione difficile e contraddittoria tra il reverendo Chambers e Amanda è, involontariamente, un manifesto a favore del celibato ecclesiastico. I due, perdutamente innamorati ma separati dai rispettivi voti, commettono diversi sbagli che rischiano di compromettere tanto l’onorabilità della donna quanto la vocazione sacerdotale di Sidney.

Chambers, distratto dall’amata, risulta nell’insieme un pastore scarsamente convincente, incapace di porsi efficacemente a guida del gregge che gli è stato affidato. Non è stolto, tutt’altro, ma anche i suoi sermoni, pieni di buoni sentimenti, appaiono poco credibili nel momento in cui sono pronunciati da un uomo del tutto simile al comune fedele. Questo non significa, di riflesso, che il sacerdote cattolico sia esente da difetti, che non possa peccare come chiunque, ma certamente la sua marcata alterità rispetto al laico è fondamentale nel momento in cui celebra la Messa e amministra i sacramenti, investendo il quotidiano di quell’eccezionalità che è coessenziale al sacro.

La dimensione sessuale è un altro nodo pruriginoso. La purezza evangelica dell’ecclesiastico svanisce completamente nel sistema anglicano, così rigidamente ancorato al matrimonio dei presbiteri che Sidney – al pari del suo vice, un timido pretino omosessuale – riceve costanti rimproveri da parte della domestica e dei suoi superiori perché non ha ancora preso moglie (come, tra l’altro, accadeva al giovane Newman). La rispettabilità borghese, a quanto pare, nelle isole britanniche vale più della morale cristiana.

La questione, ovviamente, è molto complessa; questo articolo (e la serie tv) valgono tutt’al più come semplice spunto, un invito alla riflessione e all’approfondimento. Come detto in precedenza, Grantchester, però, ha almeno il merito di mostrare chiaramente quel lato umano, troppo umano – per dirla alla Nietzsche – del ministro protestante. Un’orizzontalità che riflette l’appiattimento culturale e teologico dell’anglicanesimo, uno dei motivi per cui la chiesa nazionale vive da oltre un secolo un’emorragia di fedeli che sembra non avere fine.

Di contro, si pensi, per esempio, a due grandi sacerdoti cattolici della letteratura: il già citato Padre Brown e Don Camillo. Goffo e apparentemente tonto il primo, fumino e ruspante il secondo, pur tra mille difetti non perdono mai di vista il fine della loro vocazione, che non è quello di amare una singola persona, ma di amare tutti in virtù di Cristo, compresi notori peccatori come Flambeau e Peppone.

Questo, in altri termini, è il sacerdote. Questo è quello che non è e non potrà mai essere il reverendo Sidney Chambers.

PS Per dovere di completezza si ricorda che gli ordini anglicani sono stati considerati invalidi da Leone XIII con la bolla Apostolicae Curae del 1896.