Lo ius soli, una sirena acchiappa migranti

sirena

 

di Carlo Nordio

 

La ostinazione con la quale il governo e il partito di maggioranza insistono sulla legge dello jus soli ha delle ragioni che, direbbe Pascal, la Ragione non conosce. Al contrario, razionalità e buon senso dovrebbero ispirarne una riflessione, se non proprio una rinuncia. E questo per tre motivi: uno strategico, l’altro tattico, e il terzo riassuntivo di entrambi.

Il primo motivo, strategico, è evidente. Nel momento in cui il ministro dell’Interno, Marco Minniti, si affanna a predicare all’Europa, all’Italia e al mondo che non possiamo sostenere questo flusso massiccio, ininterrotto e infinito di migranti, naufraghi e richiedenti asilo, l’allargamento dei criteri di concessione della cittadinanza suonerebbe come un invito a ingressi ulteriori. Non importa che questo sia vero: ma è certo che così il provvedimento verrebbe percepito. I trafficanti e gli scafisti ci considererebbero, come spesso è avvenuto nella Storia, un Paese irresoluto ed incerto, capace solo di fare la faccia feroce, che accelera e frena senza avere una direzione sicura. Un disastro nel disastro.

Il secondo motivo, tattico, è altrettanto chiaro: non potrebbe esserci un momento peggiore. Al di là infatti del merito della legge, il buon senso basterebbe a farci capire che essa oggi non costituisce né una priorità né una necessità urgente che giustifichi un ennesimo ricorso alla fiducia. Governo e parlamento hanno davanti colossali problemi elettorali, finanziari e internazionali, aggravati da una litigiosità interna che minaccia di risolversi in una crisi irreversibile. Impantanarsi in una legge che, secondo gli ultimi sondaggi, è ripudiata da due terzi degli italiani, confligge con l’opportunità politica, che, come si sa, è una delle linee guida di un esecutivo assennato.

Il terzo motivo, che riassume entrambi, è forse il più importante. I cittadini hanno capito benissimo l’infernale pasticcio in cui il nostro Paese si è cacciato, accettando di integrare, o meglio di stravolgere l’accordo di Dublino con una clausola che ci impone di accogliere nei nostri porti tutti i migranti, anche quelli raccolti da navi straniere in acque internazionali. La paternità di questa bella pensata è oggi disconosciuta da tutti, e in fondo ci interessa poco ricostruirla a fini polemici. Ma i nostri lettori ricorderanno che da tempo insistiamo su questa singolarità giuridica, che contrasta con il diritto internazionale, con la legge del mare, e, ancora una volta, con il buon senso. Ma ormai la frittata è fatta, e il ministro Minniti, va detto a suo onore, sta sudando sangue per cercare di rimediare.

Orbene, di fronte agli indugi di un’Europa riluttante e al netto rifiuto anche dei Paesi presunti amici – Francia, Germania e Spagna – di aprire i loro porti, l’allargamento della cittadinanza italiana a centinaia di migliaia di immigrati suonerebbe come contraddittoria e quasi paradossale. Immaginiamo il commento beffardo di Merkel e compagnia: «Volete anche farne dei cittadini? Teneteveli».

Detto questo, c’è da chiedersi il perché di tanta inavveduta testardaggine da parte dei promotori. Una risposta non c’è, se non nello stato di necessità che ogni tanto fa capolino nel centrosinistra per ritrovare compattezza attraverso lo sventolamento di certe bandiere. La riprova si trae dall’infelicissima recente iniziativa di punire chi esibisce e commercia l’effigie di Mussolini. Sarà bene ricordare al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che il nostro codice penale, in base al quale verrebbero comminate e irrogate le condanne, è datato 1930, ed è firmato proprio dal Duce. Che faremo? Puniremo anche i magistrati che ne citeranno e ne applicheranno gli articoli?

 

 

Fonte: Il Messaggero, edizione di oggi mercoledì 12 luglio 2017