No, gli immigrati non ci pagheranno le pensioni – I numeri della previdenza smentiscono Boeri

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di Matteo Borghi

“Gli immigrati ci pagheranno la pensione”. Ha fatto scalpore la dichiarazione del presidente dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) Tito Boeri che, in un’audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti, ha dichiarato che i migranti non sarebbero un costo bensì un’opportunità unica per la salvezza del nostro sistema previdenziale. “Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni – ha detto Boeri -. Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps”.

Una dichiarazione che ha sollevato, come ovvio, più critiche che complimenti: per il segretario della Lega Nord Matteo Salvini Boeri “vive su Marte” mentre per la forzista Deborah Bergamini “Inps non vuol dire Istituto nazionale previdenza stranieri”. Secondo i pochi sostenitori di Boeri invece (fra cui non poteva mancare la presidente della Camera Laura Boldrini) le dichiarazioni di Boeri sarebbero state strumentalizzate per farne una polemica politica che, come spesso accade, trascura i dati per concentrarsi solo sulla propaganda. Peccato che, almeno in questo caso, siano proprio i dati a dare torto al presidente dell’Inps.

Sì perché Boeri, nel riportarli, ha quantomeno omesso di precisare qualche dettaglio non di poco conto. Anzitutto è bene precisare che Boeri si riferisce solo a quegli immigrati regolari che, da tempo in Italia, hanno un lavoro regolare che paga loro tutti i contributi. Sono esclusi dal calcolo, dunque, gli stranieri irregolari che svolgono lavori in nero (che per definizione non pagano tasse) ma che usufruiscono dei servizi pubblici come sanità e istruzione. A maggior ragione non sono inclusi nel calcolo i 123mila richiedenti asilo arrivati in Italia nel 2016 (il 60% delle loro domande esaminate è stata respinta e solo il 5% ha ottenuto lo status di rifugiato in senso stretto). Un’emergenza costata ben 4 miliardi di euro: soldi arrivati in gran parte dalle tasche dei contribuenti italiani, visto che nel 2015 l’Ue ha destinato all’Italia appena 560 milioni di euro all’Italia per sostenere l’emergenza migranti fino al 2020, ovvero appena 93 milioni di euro l’anno.

Non solo. Boeri ha omesso di precisare che, essendo quello italiano un sistema a ripartizione, i contributi versati oggi dagli immigrati regolari verranno in futuro da loro riscossi grazie ai versamenti dei nuovi contribuenti, italiani o stranieri che siano. Se oggi sono pochi gli stranieri ad aver raggiunto la soglia della pensione (considerando un arco contributivo medio di 40 anni, prendono la pensione solo gli stranieri che lavorano in Italia da prima del 1977) in futuro non sarà più così. Il rapporto dare/avere dei cittadini stranieri propenderà così a favore del secondo verbo, a meno che i nuovi arrivati siano sempre più numerosi e trovino tutti un buon lavoro regolare. La prima condizione sembra suffragata dai fatti: fra il gennaio e il giugno di quest’anno sono arrivati in Italia 72.744 migranti. Ciò significa che, se si terrà questo trend anche negli ultimi sei mesi dell’anno, a fine 2017 saranno arrivati in Italia oltre 145mila migranti, 22.500 in più del 2016. La seconda condizione è tutt’altro che probabile se consideriamo che, ancora oggi, il nostro Paese vede la disoccupazione viaggiare attorno all’11,5%, percentuale che sale a oltre il 35% nel caso dei giovani. Come possiamo pensare che, in una tale situazione economica, tutti i nuovi arrivati trovino un lavoro stabile in grado di consentir loro di pagarsi in pieno la pensione futura?

Impossibile, anche considerando che i cittadini stranieri hanno di media un reddito molto inferiore rispetto agli italiani. Secondo uno studio della fondazione Leone Moressa, basato sui redditi del 2014, i contribuenti immigrati erano 3 milioni 458mila (l’8,6% del totale) e hanno dichiarato nel complesso redditi per 45,6 miliardi di euro, pari a una media di 13.180 euro lordi pro capite. Gli italiani invece erano 36 milioni 941mila e hanno dichiarato nel complesso redditi per 765,16 miliardi, pari a 20.710 euro lordi pro capite.

Chi guadagna appena 13.180 euro lordi, soprattutto se ha coniuge e figli a carico, ha detrazioni tali da azzerare l’Irpef. Di fatto non paga alcuna tassa diretta e, inoltre, prende gli assegni familiari che nel 2017 ammontano 326,67 euro per chi ha un figlio a carico e a 523,33 per chi ne ha due. Una situazione in cui, di fatto, il lavoratore prende uno stipendio netto più alto del lordo ribaltando a proprio vantaggio il rapporto dare/avere. Non solo. Oltre a prendere più soldi il nucleo familiare usufruisce di tutti i servizi pubblici, dei servizi sociali e delle agevolazioni previste per le famiglie a basso reddito (esenzione del ticket sanitario, sussidi per le tasse universitarie ecc). Anche nel caso in cui i contributi Inps siano superiori agli assegni familiari – erogati sempre dall’Inps – ciò non significa che il cittadino straniero stia salvando il sistema, dal momento che sta solo accantonando un credito pensionistico che riscuoterà in futuro. Certo, c’è il caso del manager inglese che guadagna un milione di euro o dell’ingegnere indiano che arriva a 90mila euro l’anno e che, con un reddito simile, pagano molte più tasse di quanto ricevano in prestazioni e servizi. Ma sono casi limite e isolati che non spostano certamente i grandi numeri.

Un conto è dire che gli immigrati servono a ripopolare un paese che non fa più figli (anche fosse avrebbe più senso incentivare le famiglie italiane), ma dire che gli immigrati stanno salvando le pensioni è – caro Boeri – una solenne fregnaccia. Sarebbe come dire che dipendenti pubblici e pensionati stanno salvando i conti pubblici dal momento che, al contrario dei lavoratori in proprio, non possono evadere le tasse. Trascurando che costoro altro non versano al fisco che una parte dei soldi ricevuti dal fisco stesso.

 

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