Charlie e la legge naturale

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di Alfredo De Matteo

 

Sulla vicenda del piccolo Charlie Gard è stato detto e scritto tutto. Per quanto mi riguarda cerco soprattutto di riflettere su cosa può insegnare a tutti noi la morte violenta di questo bambino di neppure un anno, strappato a questa vita e all’affetto dei suoi genitori da una banda di assassini in toga e camice bianco, i quali hanno deciso, del tutto arbitrariamente, che la sua non era una esistenza degna di essere vissuta.

Innanzitutto, fin dall’inizio ho avuto la netta impressione che l’azione legale intrapresa dai genitori del piccolo Charlie contro l’ospedale e l’Alta Corte di Londra, che di fatto tenevano in ostaggio il loro figliolo, fosse mal posta. O meglio, Chris e Connie hanno tentato di combattere la loro battaglia nell’unico modo che potesse dare loro qualche piccola chance di vittoria e questo è umanamente più che comprensibile.

In sostanza, la linea di difesa portata avanti dagli avvocati dei Gard ha puntato tutto sulla concreta possibilità che il piccolo Charlie potesse essere trasferito all’estero ed ivi sottoposto, a spese dei genitori, ad una cura sperimentale. Infatti, per i medici del Great Ormond Street Hospital Charlie non aveva alcuna possibilità di guarigione, onde per cui tenerlo in vita (sarebbe meglio dire lasciarlo in vita …) sarebbe equivalso a prolungare inutilmente la sua esistenza terrena. Tanto valeva, dunque, per le eminenze grigie d’oltremanica, lasciarlo morire “con dignità”.

Sappiamo infine com’è andata: seppur vi fosse stata una piccola speranza di poter sottoporre con successo il piccolo Charlie ad una cura sperimentale, i continui e calcolati rimandi dei giudici hanno fatto trascorrere troppo tempo, al punto che ormai davvero, anche per stessa ammissione dei genitori di Charlie, non c’era proprio più nulla da fare.

Ma la questione vera, che non è mai stata dibattuta nelle aule giudiziarie, era ed è un’altra: a prescindere dalla possibilità di cura è lecito oppure no togliere la vita ad un essere umano innocente ed indifeso? Se sì, in nome di quale principio? Chi decide e con quale autorità in quali casi la vita possa essere ritenuta degna di essere vissuta?

Certo, direte voi, un tale modo di procedere sarebbe stato senz’altro perdente in partenza. In una società immersa nel relativismo etico e morale, che ha legalizzato l’omicidio dell’innocente nel grembo materno nel nome di un inesistente diritto della donna all’autodeterminazione, porre questioni di principio, soprattutto in ambito giuridico, pare una mossa del tutto fuori luogo.

Eppure, i nostri avversari, i nemici di Dio e dell’umanità, combattono proprio sulle questioni di principio: il loro obiettivo non è semplicemente quello di far fuori un innocente bensì distruggere alla radice i fondamenti del vivere civile, quel complesso di norme non scritte, universali e necessarie, preesistenti alla stessa società umana, cui il diritto positivo dovrebbe sempre ispirarsi. E dal momento che la neutralità morale non esiste, le norme del diritto naturale, una volta accantonate, vengono sostituite da pseudo norme arbitrarie ad esse diametralmente opposte. Cosicché anziché al diritto alla vita, gli ordinamenti giuridici danno valore alla cosiddetta dignità del vivere e del morire, alla qualità dell’esistenza, ecc. E ciò costituisce una vera e propria trappola ideologica a cui non possiamo più sottrarci, se non ci decidiamo a sfidare i nostri avversari sul piano delle idee e dell’oggettività. La tentazione che da sempre attanaglia il mondo pro life è proprio quella di sfidare l’ideologia dominante non sul piano concettuale ma su quello, ad essa più congeniale, del massimo risultato ottenibile in un determinato momento e data una certa situazione.

Ed è stato proprio questo, a mio avviso, l’errore commesso da Chris e Connie, sfiniti da una vicenda dolorosissima e, probabilmente, mal consigliati e mal assistiti. Non che avrebbero vinto, ma almeno avrebbero veramente combattuto, non solo per la sopravvivenza del loro bambino ma anche per la verità.

A tutto ciò si aggiunge il dato di fatto, estremamente doloroso, per cui chi è maggiormente deputato a porre le questioni di principio e a sostenere i fedeli nelle battaglie etiche e morali, ovverosia la Chiesa Cattolica, risulta del tutto latitante: imbarazzante il silenzio di Papa Francesco su Charlie, a cui ha dedicato solo due miseri e ambigui tweet

Addirittura rivoltante invece l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, che, oltre a mantenere una posizione ambigua e non definita nel corso di tutta la vicenda, ha addirittura chiosato, a firma del suo direttore Tarquinio, a favore degli assassini di Charlie …

Concludo, con un segnale di speranza: ogni anno, ormai da quasi un decennio, una folla determinata e pronta a dare battaglia, si raduna a Roma per partecipare alla Marcia per la Vita, al fine di denunciare senza ambiguità o compromessi l’intrinseca malvagità delle leggi che pretendono di legittimare l’aborto e tutti gli attacchi alla vita umana innocente. La forza della Marcia per la Vita è proprio quella di porre le questioni morali a livello di principio, tant’è che l’obiettivo che essa si prefigge è difendere la verità prima che la vita. Essa non si esaurisce con la giornata dedicata all’evento Marcia né coi numerosi convegni e momenti di formazione che la precedono, ma costituisce un punto fermo a cui tutto il mondo pro life può attingere forza, speranza e conoscenza.

Solamente ripartendo dalle fondamenta del diritto naturale è possibile ricostruire la civiltà umana, costi quel che costi. E’ questo, a parer mio, il più grande insegnamento che possiamo trarre dal sacrificio del piccolo Charlie Gard.