DAT e PAV: un’unione che s’ha da fare

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di Cristiano Lugli

 

Qualche giorno fa la “destra” feltriana tuonava così con gran titolone sulla prima pagina di Libero: “Il silenzio sulla fine vita è la morte della politica”. Argomento da prima pagina dopo l’assassinio statale di Charlie Gard. La solenne firma è quella di Melania (De Nichilo) Rizzoli, il medico internista che nel 2008 si candidò alle elezioni politiche con il Popolo della Libertà nella circoscrizione laziale, venendo eletta deputato. La stessa dottoressa si diletta ora da gran tempo su Radio Radicale, rilasciando interviste o facendo interventi pro amnistia e pro eutanasia, sotto le mentite spoglie del “suicidio assistito”.
Citando un recente editoriale di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, la Rizzoli interroga il Parlamento e in particolare Pietro Grasso sul silenzio di una legge che, a suo dire, viene sempre ingiustamente rimandata o rinviata per “viltà e sudditanza culturale”.

 

Particolarmente curioso è un paragrafo dell’articolo in cui viene affermato che il motivo per cui non si va avanti sulle DAT – almeno per ora – è la paura della Chiesa; è la paura di perdere i voti che vengono dai presunti cattolici allineati politicamente e ben predisposti lungo il capezzale del male minore. Così dice la Rizzoli: “Dai colleghi parlamentari ho sentito obiettare che noi siamo un popolo cattolico, che ospitiamo il Vaticano, il quale ha un atteggiamento intransigente nei confronti della difesa della vita (sic! NdA), e che il varo di una legge come questa dovrebbe avere  il plauso della Chiesa, pena il capovolgimento dei consensi e la disfatta alla prossima tornata elettorale”. La dottoressa un po’ radical e un po’ berlusconiana ammette quindi ciò che qualcuno già sospettava: la legge sulle DAT non è affare dello Stato, ma della Chiesa.

 

La bozza sembra quasi pronta, e Vincenzo Paglia è un po’ che sta cercando di farcelo capire. L’ultimo intervento è stato probabilmente quello rilasciato al Corriere della Sera, dove il Monsignore ha detto che “sul fine vita non dobbiamo lasciare sole le famiglie, è urgente promuovere una cultura dell’accompagnamento“. Questo neologismo molto in auge ultimamente fra le fila della Pontifica Accademia per la Vita viene interpretato notevolmente bene dalla stessa Rizzoli, la quale, citando la frase da noi appena citata di Paglia, così prosegue nel suo articolo: monsignor Paglia ha ribadito “il ‘no’ all’eutanasia, all’accanimento terapeutico ma anche il no all’abbandono di tanti malati gravi, sollecitando una riflessione ampia e uno scatto morale non solo del legislatore, ma dell’intera società. Oggi ad ognuno di voi – prosegue la dottoressa Rizzoli – non può essere somministrata nemmeno una pasticca senza il vostro consenso, ma cosa succede quando perdete la coscienza, quando non potete più esprimere la vostra volontà, chi decide per voi?”.

 

Per tutto il seguito dell’articolo si critica la situazione attuale, dove il medico, non avendo una “legge” che lo tutela, deve sempre fare appello al giudice per il singolo caso. Secondo la Rizzoli questo è ingiusto perché vicino al malato terminale ci sono le autorità mediche competenti, non lo Stato e men che meno il giudice. Ecco perché serve questa legge, ad ogni costo e presto.
Ecco cosa ha sollevato prevalentemente il caso Charlie nella mente di questi falsi moralisti utilitaristi. Non tanto il fatto che medici e tribunale abbiano deciso insieme che Charlie dovesse morire, ma l’imbarazzo dell’equipe medica del GOSH la quale si è dovuta rimettere alla volontà di un giudice.
Se facciamo un pizzico di attenzione possiamo comprendere come questa linea di fatto sia quella parimenti adottata dai Paglia di turno: il presidente della PAV si è infatti lamentato per l’incapacità di un dialogo proficuo fra medici e genitori che sancisse una linea comune, facendo passare il bambino – e il suo annesso assassinio per soffocamento – in secondo piano.

 

Questa volta c’era in mezzo la “volontà” dei genitori, ma se la prossima volta e nel prossimo caso non ci sarà ecco che allora quel dialogo proficuo fra personale competente e genitori sarà raggiunto per il “best interest” del paziente. La pressione esercitata sullo Stato non parte tanto dal paziente, per quanto il titolo di Libero parli di un malato al giorno che chiede di farla finita (fra questi numeri si badi bene che vengono contate anche le persone affette da depressione), ma dal medico professionista stanco di dover dipendere da un vincolo non ancora deliberato e tutelato dalla legge, che non comporti la sua radiazione o, quel che peggio, un processo penale. Vuole, insomma, poter essere libero di decidere quando e come il paziente ha ragione sufficiente per voler morire. La Rizzoli lo conferma in un passaggio dove dice che “la scienza ha allontanato la morte, l’ha resa più difficile, ma ha anche aperto la strada a vite vegetative  ed incoscienti che tiene attive per decenni, inermi ed immobili, senza alcuna speranza di guarigione, che noi non consideriamo degne di essere vissute, perché nessuno di noi vorrebbe giacere inanimato in un letto di dolore, e verso le quali noi medici non abbiamo più spazi liberi lasciati alla nostra umanità, alla nostra professionalità, ed alla vostra valutazione, perché la politica e i tribunali, con le loro leggi mai varate, si sono infiltrate anche fra le lenzuola insanguinate di un letto di ospedale, obbligandoci ad alzare le mani in attesa di decisioni che non arrivano“.

 

Orbene, se qualcuno si fosse chiesto qual fosse il punto su cui dibattere, qui è stato ben esternato. La porta alle DAT è spalancata, ora serve solo il placet della “neo-chiesa”: non che non ci sia già, epperò quella paura oltremodo paventata dai parlamentari è forse segno che la legge deve farla la PAV, non Pietro Grasso. Dal senso di accompagnamento che la Chiesa dovrebbe dare, e cioè di natura spirituale, si è passati ad un senso di “accompagnamento” che deve preparare al lutto intenzionale, voluto ed approvato dai medici e dallo Stato (quest’ultimo ancora per poco) in forza della tragicità percepita sulla situazione irreversibile del paziente. Un accompagnamento alla morte che sa più di terapeutico che di morale. E perché no, se i parenti facessero un po’ fatica a digerire il fatto che un proprio caro sia ucciso intenzionalmente, allora si potrebbe optare per qualche antidepressivo adatto per l’occasione e modellato su misura del parente il cui lutto deve essere presto elaborato. La soluzione non sarebbe da escludere a priori, anche perché potrebbe fruttare nuovi casi di persone depresse – e magari con qualche morso di coscienza – pronte a farsi preparare il calice di pentobarbital.

 

Se volessimo dirla tutta, sa di necroterapia intensiva più che di qualsiasi altra cosa.