Gatti, Marianne e bandiere repubblicane: il Dies irae dell’Europa

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di Cristiano Lugli

 

I recenti fatti di Barcellona, di Turku e della Russia,invitano ad una riflessione semplice: il laicismo e il liberalismo tanto decantati dai “valori” illuministi, romantici, che viaggiano dai Voltaire ai Lord Byron, pilastri della cultura europea, stanno finalmente raccogliendo i propri frutti. Dall’avvento dei famigerati “foreign fighters” si è venuto a creare un riflesso di civiltà ben precisa: inerme, inginocchiata, impaurita e mutilata dagli stessi disvalori che si è voluta accaparrare rimuovendo il raziocinio e il buon senso.

 

Basta guardare tutte le immagini documentative che hanno fatto da cornice agli attentati susseguitisi dalla strage alla redazione di Charlie Hebdo fino ad oggi, per scorgere l’umiliazione e l’impotenza di un’Europa martoriata da se stessa grazie all’abbraccio stretto alla laicità dello stato, la soppressione della religione cristiana e, in generale, per aver potato brutalmente le radici di un’Europa che fu cristiana, e che è Europa solo grazie al fatto di essere stata cristiana, con la presenza delle sue grandi dinastie, con la sua arte e la bellezza di un’epoca più splendente la quale, nonostante tutti i tentavi possibili, abbaglia ancor di splendore i nostri sguardi persi sugli schermi dei telefonini e degli orologi che ci ricordano la schiavitù della fretta.
In quelle immagini, dicevamo, non abbiamo visto alcun segno di reazione. Ma non abbiamo in fondo visto nemmeno un segno che richiamasse alla presa di coscienza, a renderci conto che forse qualcosa che non va nell’ingranaggio esiste. No, niente di tutto questo si è visto: solo un segno di resa, di piagnisteo che versa lacrime sulle moloch laiciste – dalla Marianna massonica alla distesa di bandiere statolatriche – le quali risposta mai daranno, ma anzi godon e sogghignano nel vedere il sangue sparso dalle false ideologie pacifiste di cui sono genitrici. Dobbiamo chiederci: a quale stadio dobbiamo arrivare per ammettere il collasso del nostro sistema democratico e liberale? Quale epoca o quale civiltà avrebbe permesso tutto questo senza dare nessun segno di reazione se non quello capitanato dalla mollezza?

 

Nulla è cambiato dall’inizio di queste stragi via via sempre più frequenti, e lo show ha continuato ad essere consumato. Reazioni? Sì: i gessetti colorati sulle piazze, i gattini su Twitter e fiumi di fiori e di ceri accesi non si sa a chi, come una grande manifestazione pagana di cui però non si conosce nemmeno il dio invocato. Nella serata di venerdì 18 agosto, a poche ore dal tremendo attentato che ha contato 15 morti e decine di feriti, nella città di Barcellona si è pensato bene di organizzare una manifestazione antifascista. Non contenti, il giorno dopo, ha avuto luogo anche la manifestazione “anti-islamofobia”. Ogni commento ci pare inutile giacché quando si rasenta la follia ogni cosa è sconnessa dal contatto con la realtà, piaccia o non piaccia. 

 

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Invece che farsi un esame di coscienza, riflettere sul danno che le orme del dialogo e della tolleranza forzata (perché di tolleranza forzata davvero si tratta) hanno fatto, si scende in piazza per proclamare il qualunquismo e gli stereotipi di “pace”, “eguaglianza”, “fratellanza”, insomma le stesse cose con cui la nostra società si è votata al suicidio assistito.

 

Mentre nei palazzi del potere, politicanti burocrati si riempono la bocca con le consuete frasi di circostanza sulla cui pochezza è meglio sorvolare, mentre i servizi segreti d’intelligence dei vari Stati fanno a gara a rimpallarsi vicendevolmente ogni responsabilità, e mentre l’intellighenzia radical chic nostrana spara idiozie insostenibili, i comuni cittadini cosa fanno? Si radunano in piazza, improvvisano marce e fiaccolate per la pace, commossi intonano noti motivetti pop e lanciano sul web stucchevoli hashtag che, diciamolo, non servono a nulla se non a coprirsi di ridicolo. Basti pensare alla grande marcia di bandiere repubblicane svoltasi ieri sera sempre a Barcellona, dove ancora si attende di capire chi fosse il nemico contro cui manifestare – marcia contro il terrorismo, epperò slogan antifascisti, anti-religiosi, e chi più ne ha (di demenza) più ne metta, con la coda dei “re” indegni del loro ruolo.

 

Nel frattempo, le numerose cellule jihadiste presenti sul territorio europeo si riorganizzano pianificando nuovi attentati. E l’Italia, al passo con i tempi, rischia di fare la stessa fine, e non è da escludere che presto la faccia. Nessuno nel vero senso della parola si preoccupa di questo, nessuno pensa a come poter riparare, nessuno si pone verosimilmente il problema, men che meno i governanti, assortiti invece in patetiche parate.

 

Se volessimo poi far fluire il discorso nel suo oggetto principale, e cioè l’Isis, apriremmo un portone che richiederebbe tempo ed approfondimento per la complessità generale del fenomeno in sé. Ciò a cui però si può accennare, permettendo già una riflessione ampia e ricca di elementi, è il mondo islamico: imperterriti, tutti continuano a credere o a proclamare che il vero Islam non è quello dell’Is, e che esiste anche un Islam moderato, rispettoso e privo di qualsivoglia fondamentalismo, rappresentato da tantissime persone musulmane perfettamente integrate in Italia ed in Europa. La medesima idea si inerpica anche sul nostro sistema politico nazionale, fatto di luoghi comuni e di “accoglienza” a tutto spiano. 
Questo ragionamento assurdo è la chiave di volta per comprendere il problema, e cioè che se continueremo a ritenere che l’Islam abbia due facce allora continueremo a perire nell’errore. L’Islam è l’Islam, e sul Corano vi è testualmente scritto che è lecito uccidere gli infedeli e i crociati (che sarebbero i cristiani e di cui oggi, in Europa, non si vede neanche l’ombra). Il quieto vivere che ancora si respira è dovuto piuttosto ad un insano opportunismo e all’incapacità di imporre, per ora, la propria legge. Il Presidente turco Erdogan ne ha dato una netta testimonianza negli anni del suo governo, ripetendo ed incitando a più riprese i musulmani a fare figli – almeno cinque – per popolare l’Occidente conquistandolo non più con la spada (almeno per ora) ma attraverso il celebre detto islamico del “vi conquisteremo con il ventre delle nostre donne”, pronunciato a suo tempo da Houari Boumediene. Ancora sono in pochi e perciò tanti si comportano come pazienti osservatori; altri, invece, potremmo dire con più coraggio – se di coraggio si può parlare – sacrificano la propria vita fin da ora per adempiere i fini che l’Islam svolge da XIV secoli: fare guerra al Cristianesimo. Qualcuno potrebbe darmi del generalizzatore certo, appellandosi al fatto che non tutti i musulmani sono terroristi. Ebbene, rispondo che vi è però un dato su cui gli sforzi di mescolare le carte non attecchiscono, ovvero che non è falso dire che non tutti i musulmani sono terroristi, è tuttavia innegabile che tutti i terroristi sono musulmani. Questo è il vero fattore su cui ci si deve soffermare.

 

 Tutte le bocche da talk-show, gonfie di sciocchezze, sproloquiano da giorni asserendo che le prime vittime di questi attentati sono i musulmani, il ché denota il livello di percezione di realtà che certi giornalisti o tuttologi da televisione hanno. Chiunque abbia a cuore l’obiettività sa che questi attentati rivendicati dall’Isis vengono difficilmente condannati in modo radicale dai c.d. “musulmani moderati”. Per chi volesse una prova di quanto sia vero questo occorre farsi un giro su youtube digitando “Imam di Londra – dichiarazioni”: l’Imam londinese fu intervistato dal programma di La7 “Piazza Pulita” ai tempi dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo; cittadino inglese da tanti anni e riferimento principale dell’Inghilterra per quanto riguarda l’Islam, il nostro non si fece scrupoli nell’affermare cose agghiaccianti, ivi compresa la prossima conquista di Roma da parte delle forze militari musulmane. Detta così non rende abbastanza, ecco perché invito chi non lo avesse già visto a guardare il suddetto video, l’idea sarebbe di gran lunga più resa e si potrebbe tranquillamente affermare che il sottoscritto non sta esagerando.
In una cosa però l’Imam londinese ha ragione: la democrazia ha fallito, il capitalismo pure. I rimedi però si potranno ripescare nell’unica soluzione salvifica efficace, se pur da considerarsi ormai umanamente utopica: il ritorno all’Europa cristiana.

 

Ricostituire una struttura gerarchica, che riprenda confidenza con il principio dell’autorità, affinché si instauri un assetto metapolitico nel suolo sociale, non per imposizione o per dominio violento, ma per un tipo di instaurazione spirituale.

 

Brutale? Anacronistico? Bene, se non vogliamo adoperarci per questo allora non lamentiamoci di ciò che succede e avrà da succedere; non lamentiamoci se verremo soppressi culturalmente, numericamente e – quel che vi è di peggio – fisicamente, come sta già avvenendo a piccole dosi multiple in gran parte del nostro agonizzante continente. L’Islam continua a fare il proprio mestiere. I cristiani di contro hanno smesso di essere tali. A tutto questo sfacelo è il presente e sarà il futuro a rispondere. Finché continueremo a costruire ponti e non riprenderemo a costruire muri – quegli importanti muri che hanno fatto l’Europa magna per secoli – non avremo il diritto di lamentarci.

 

Teniamoci l’illuminismo, il liberalismo e il falso pacifismo, ma non dimentichiamoci di ammettere che eravamo stati avvertiti dalla Santa Romana Chiesa, quando ancora i vertici di Essa, in virtù della propria autorità spirituale e temporale, insegnavano il Cattolicesimo: 

 

“La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.
 

 

I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica “Ubi arcano Dei” e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; […]
Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.”

 

(Pio IX, Enciclica Quas Primas)