La disobbedienza civile

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Abbiamo parlato di disobbedienza a leggi ingiuste dal punto di vista cattolico qui. Vale la pena a tal proposito richiamare una figura comunque interessante, ancorché non cattolica, ossia Henry David Thoreau. Articolo originariamente apparso su La Croce e segnalatoci dall’Autore. [RS]

 

di Gianmaria Spagnoletti

 

“La disobbedienza civile” è un libro del 1849, in cui lo scrittore americano Henry David Thoreau esprime le proprie motivazioni a giustifica della legittimità e della necessità, per un cittadino, di ribellarsi a una legge ingiusta. Il libro scaturisce da un’esperienza vissuta in prima persona dall’autore: poco tempo prima, Thoreau si era rifiutato di pagare la “Poll Tax” come gesto di ribellione verso la guerra che gli Stati Uniti stavano conducendo contro il Messico. Di conseguenza era stato imprigionato e poi liberato dopo una sola notte, probabilmente grazie a una parente che aveva pagato il dovuto a sua insaputa.

Centro dell’opera è la critica mossa al governo americano dell’epoca, capace di portare avanti una guerra di aggressione e di accettare l’istituto della schiavitù, e contemporaneamente di proclamarsi custode dello stesso ideale di libertà che aveva animato i suoi Padri Fondatori. Thoreau parte da questa premessa per dire che vi è una legge più importante di quelle fatte rispettare dello Stato, ed è quella della coscienza che l’autore intende (pur senza ben definirla) come capacità di ciascun individuo di distinguere da sé il giusto e l’ingiusto.

E per quanto questa idea di coscienza possa sembrare eccessivamente ottimistica anche per i nostri tempi malati di soggettivismo, essa è posta intelligentemente come antidoto a un governo che si ritiene slegato da vincoli morali e crede di poter mettere qualunque principio a voto di maggioranza. Ciò avvicina di molto Thoreau a un suo contemporaneo cattolico, il Card. John Henry Newman, che intendeva la coscienza come una “bussola” data da Dio all’uomo e posta al servizio della verità, non un paravento dei propri capricci, o peggio, della schiavitù dalle opinioni correnti.

Afferma inoltre Thoreau: «Deve il cittadino – anche se solo per un momento, od in minima parte – affidare sempre la propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una coscienza? Io penso che dovremmo essere prima uomini, e poi cittadini». Insomma, secondo lo scrittore americano il buon cittadino è chi agisce seguendo i propri principi morali e non sempre chi viene additato come tale per la sua perfetta obbedienza ai dettami statali; anzi, sono proprio gli uomini comunemente reputati “buoni cittadini” (popolani, sceriffi, membri della Milizia e dell’Esercito, ecc. ecc.) quelli che talvolta rischiano di permettere grandi ingiustizie mettendo da parte la propria coscienza.

Ma se l’ingiustizia è talmente radicata da essere istituzionalizzata, cioè «quando un sesto della popolazione di una nazione che si è impegnata ad essere il rifugio della libertà è formato da schiavi, ed un intero paese è invaso e sottomesso ingiustamente da un esercito straniero», scrive Thoreau, è giunto il momento di fare una rivoluzione. Non certo una rivoluzione armata ma una pacifica, dove gli “uomini buoni” – quelli ancora dotati di una coscienza – prendano una posizione attiva contro la guerra e lo schiavismo. Non importa quanti siano, e non è necessario che attendano di essere maggioranza, dal momento che «Una minoranza è senza potere quando si conforma alla maggioranza; non è nemmeno una minoranza in tal caso; ma è irresistibile quando è d’intralcio con tutto il suo peso». È sufficiente quindi che mille, o cento, o dieci uomini rassegnino le dimissioni da incarichi pubblici, o smettano di tenere schiavi, affinché il meccanismo di oppressione crolli anche se è tenuto in piedi da una maggioranza. «Se l’alternativa è tenere tutti gli uomini giusti in prigione, oppure rinunciare alla guerra ed alla schiavitù, lo Stato non avrà esitazioni riguardo a cosa scegliere». E forse cominceranno a esercitare il potere uomini con una coscienza, che avranno a cuore il bene collettivo e non useranno gli strumenti dello Stato in funzione dell’ingiustizia.

Benché sia passato quasi inosservato ai tempi della sua pubblicazione, più tardi il saggio “La Disobbedienza Civile” diventò ispirazione per molti movimenti non-violenti. È un libro da riscoprire in questi tempi, disponibile gratuitamente in rete e consigliato a chi esercita professioni legali, a chi insegna o comunque desidera leggere parole forti e chiare sul rapporto tra etica e Stato, e tra Stato e persona.

 

 

 

 

 

 

 

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