La Vergine immortale ovvero il Cuore che non ha mai smesso di battere

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di Piergiorgio Seveso

Giungeva tempo fa alla redazione di Radio Spada, come gradito dono, la breve e interessante opera di Federico Catani e Florian Kolfhaus “Il cuore non hai smesso di battere. Perché la Madonna non è morta”, edita dalle edizioni Cantagalli nel 2016. Ne facciamo una breve recensione perché il tema era (ed è) molto interessante (checchè ne dica un po’ sbrigativamente Brunero Gherardini). Si tratta di un tema di libera discussione perché il magistero ecclesiastico non si è mai espresso, ovvero in maniera esplicita ed autoritativa, sull’argomento e tema molto controcorrente nell’epoca postconciliare dove i “privilegi mariani” sono stati depotenziali e destrutturati, in altri casi silenziati e  “addomesticati“ dal neo modernismo imperante.  Gli autori espongono in maniera diffusa ed esaustiva per il grande pubblico le due diverse posizioni: quella “mortalista” ovvero la Madonna è stata assunta in cielo dopo breve morte corporale e quella “immortalista” ovvero la Madonna è stata assunta direttamente, senza nemmeno per un istante subire le conseguenze della morte fisica. Come suggeriscono gli autori, tutta la tradizione sulla “morte” della Beata Vergine procede da una fonte inquinata iniziale: lo pseudo-Dionigi l’Areopagita, un falsario greco che fu “testimone oculare” della “morte” della Santa Vergine. (Il falso fu scoperto alla fine dell’Ottocento)

Questa fonte inquinata iniziale porta alla posizione “mortalista” gran parte dei commentatori del passato: tra gli altri, San Giovanni di Tessalonica, San Germano di Costantinopoli, Sant’Andrea di Creta, lo Pseudo  Damasceno, San Tommaso di Villanova, San Pier Canisio, Martino del Rio, il Baronio e Suarez. Si tratta quindi di un raro caso di tradizione “antitradizionale” che pur godendo di ampia diffusione, non aveva i necessari fondamenti. Una “tradizione” che solo la riflessione della teologia ed il sigillo infrangibile del Magistero avrebbero potuto “correggere”.

Come segnala saggiamente Padre Gabriele Maria Roschini in “Marianum “, 21, 1959, pp. 16-80, nell’articolo “Lo Pseudo-Dionigi e la morte di Maria”, molto deboli sono poi gli argomenti “dogmatici” del mortalisti. La preservazione redentiva dalla colpa originale (Immacolata Concezione) esclude infatti nella Santa Vergine direttamente la colpa ma indirettamente anche la conseguenza penale della colpa, ovvero la morte, cui tutti gli uomini sono soggetti, restituendola alla piena integrità dei nostri Protoparenti.  A meno che non si riesca a provare in maniera incontrovertibile che alla Santa Vergine la morte fisica sia stata richiesta per altro titolo. Né la morte fisica della Madonna è necessaria per il riconoscimento del suo titolo di “Corredentrice del genere umano” (dogma che era certamente in fase di studio negli ultimi anni del pontificato di Pio XII). Infatti non è assolutamente detto che Le sia stata storicamente richiesta una morte fisica, anzi, la redenzione fu completa sul Calvario con la morte fisica del Redentore, associata alla morte “mistica” della Vergine Addolorata. Fra la morte sacrificale del Figlio e la morte mistica della madre vi è analogia e ovviamente non identità. Già Leone XIII nell’Enciclica “Jucunda semper” del 1894 parlava della “compassione” e della morte “mistica” della Santa Vergine sul calvario. Quindi è in piena armonia con le verità di Fede che la Madonna non muoia ma sia assunta direttamente in cielo. Essa infatti, per i meriti di Suo Figlio, fu l’unico essere umano ad essere sfuggito al quadruplice morso del serpente infernale: il morso del peccato nell’anima; quello della concupiscenza della carne; quello delle doglie del parto (ricordiamo la perfetta integrità fisica del parto a Betlemme); quello della morte e dell’incinerazione.
La morte d’amore della Santa Vergine in realtà sarebbe stata l’Assunzione diretta del corpo e dell’anima verginale della Madonna in cielo. C’è poi una significativa tradizione alternativa alla leggenda della morte della Vergine che gli autori del saggio analizzano: molti padri della Chiesa hanno mantenuto un decoroso silenzio sull’argomento, altri scrittori minori hanno impugnato anche nel medioevo e nell’evo moderno la “morte” della Vergine. Molte testimonianze possono leggersi nel “Tractatus de immortalitate Beatae Mariae Virginis”, Roma, 1948, edito da C. Balic e una vasta letteratura teologica si è sviluppata pian piano dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e ancor di più durante la proclamazione del dogma dell’Assunzione (tra cui il noto saggio di T. Gallus “La Vergine immortale”, Roma, 1949, approvato da Pio XII). Notiamo con piacere che nel testo si cita con favore anche l’opera precorritrice dell’Arnaldi, un immortalista di fine Ottocento che all’epoca fu ampiamente criticato dai gesuiti e da molte riviste cattoliche per le sue riflessioni sulla “morte” della Beata Vergine. Il libro fa interessanti disamine sia dei testi liturgici, sia della letteratura mistica (o in qualche caso misticheggiante), offrendo al lettore cospicui spunti di riflessione. “De Maria numquam satis”: giusto quindi ricordarlo oggi, aggiungiamo noi, quando i nemici o i laudatori tremuli e pavidi della Beata Vergine si trovano innestati, come tizzoni ardenti, sui troni e sulle cattedre di quello che fu (e speriamo un giorno di nuovo sarà) il Magistero della Chiesa. Questa recensione (comunque di plauso e approvazione) possa essere un piccolo segno di devota venerazione per la Beata Vergine nel giorno dell’Ottava della sua Assunzione (22 agosto 2017) e per quel Cuore misticamente trafitto che la Liturgia romana ricorda oggi.