Lamentazioni e speranze sul cadavere di una Nazione

spa

di Giuliano Zoroddu

Il terrore islamista ieri si è abbattuto sulla Spagna, seminando la morte per la Rambla di Barcellona. Davanti a un triste spettacolo di distruzione e di morte, il cristiano ha anzitutto il dovere di suffragare quelle anime ormai passate al tribunale di Cristo per ricevere la mercede dei propri meriti, ma è parimenti portato a riflettere su ciò che quei cadaveri significano. Essi sono anzitutto la manifestazione plastica di quanto sia mortifera la superstizione maomettana – che come al pari di ogni religione diversa da quella di Gesù Cristo (la Chiesa Cattolica Apostolica Romana), Giudaismo attuale compreso, è opera del Demonio – , e questo va affermato di fronte a chi parla in un modo vergognosamente e vilmente generico di “atto disumano di violenza cieca” (Papa Francesco) e di “dimostrazione della più dura intolleranza e totalitarismo” (Comunicato della Conferenza Episcopale Spagnola).

Ma quelle salme  sono anche e in modo più particolare l’immagine del corpo di una Nazione, quella spagnola, moribonda se non già morta e putrefatta in preda a una generale crisi, soprattutto spirituale e morale. Crisi maggiormente evidente proprio in Catalogna, regione che peraltro qualche mese fa ha visto sfilare proprio a Barcellona una manifestazione che, con l’alcaldesa sinistrorsa Ada Colau in testa, richiedeva “meno turisti e più rifugiati”. A quanto è stato detto ieri dalla medesima signora sindaca nella conferenza stampa la richiesta non cambia, anzi viene riproposta: «Barcellona è una città che ha sempre accolto tutti. Continueremo ad agire in questo modo, i catalani sono persone che accolgono gli altri».

Come è vero il “Quos Deus perdere vult, dementat prius”! Ma in tutto questo tripudio di accoglienza e in queste soprattutto di gattini (evoluzione dei gessetti anti-terrorismo), una sola cosa viene pertinacemente tenuta da pare la Religione Cattolica, la Fede della Spagna. Anzi delle Spagne: il variegato panorama dei popoli iberici infatti, ognuno col suo bagaglio culturale, fu così ben cementato dal Cattolicesimo Romano che sorse quella “España Una, Grande y Libre” che Pio XII, gioendo per la vittoria delle forze della Spagna nazionale sulla ciurma brigatista del Comunismo e della Massoneria internazionali, la “Nazione eletta da Dio come principale strumento di evangelizzazione del Nuovo Mondo e come baluardo inespugnabile della Fede Cattolica” (Radiomessaggio “Con inmenso gozo”, 16 aprile 1939). Ora invece, dopo anni di governi democristiani e socialisti, ci troviamo di fronte ad una Sodoma post-moderna, ben peggiore di quella biblica, tutta protesa all’accoglienza non solo di profughi e rifugiati (meglio se musulmani), ma di ogni vizio, fosse anche il più turpe, e di ogni abominazione antiumana, pur di riaffermare quella Liberté rivoluzionaria che, non avendo nessun fondamento nella Verità come invece è la Libertas qua Christus nos liberavit” (Gal IV, 31), può anche essere la libertà dei terroristi di ammazzare persone inermi. Non è cinismo pertanto affermare che su questa lordura e Nazione, così benedetta e beneficata da Dio eppure così ribelle ed ingrata, si abbattono l’ira e la giustizia di Dio per far vendetta dell’onore divino conculcato. Dopotutto “a chi molto è stato dato, molto sarà richiesto” (Luc. XII, 48).

Quando le Spagne erano cattoliche e rette da Principi Cattolici, oltre che in possesso del comune buon senso, i nemici della Religione e della Patria venivano espulsi dai Regni. Nel 1492 furono cacciati i Giudei, i quali al tempo dell’invasione araba avevano aperto le porte all’Infedele e avevano collaborato con lui contro i Cristiani e ormai erano divenuti uno Stato nello Stato. Tra il 1609 e il 1610 poi fu la volta dei Moriscos, che oltre ai problemi che causavano con le periodiche rivolte, potevano dimostrarsi una quinta colonna del Turco. Inutile dire che la Chiesa appoggiò in tutto queste benemerite legislazioni che oggi vedrebbero definite razziste, discriminatorie, xenofobe etc. , e contro le quali si sarebbero scagliati non già i palesemente anticristici poteri laici, ma anche e soprattutto coloro che rappresentano la gerarchia ecclesiastica. Nel XV e XVI secolo però non c’erano ancora i Galantino e gli Scola:  rifulgevano nel cielo della Chiesa, spagnola ed universale, gli astri di un Tomas de Torquemada, di un Francisco Jimenez de Cisneros (crociato a 70 anni!), di un Juan de Ribera.

Quest’ultimo, Patriarca di Antiochia e Arcivescovo-Viceré di Valencia, grande amico di san Pio V, pienamente conscio dell’impossibilità di integrale della compagine moresca, fu il più fiero patrocinatore della sua cacciata. La sua prudenza, componente importante della sua santità, fu riconosciuta dalla Chiesa che lo beatificò con Pio VI e lo canonizzò con Giovanni XXIII. La pace e la sicurezza della Spagna risiedono quindi unicamente nella Fede Cattolica-Romana che vi predicarono Santiago e san Paolo, come riconobbe Alfonso XIII davanti a Papa Pio XI il 19 novembre 1923: “Nella storia spagnola, scorre liberamente, Santo Padre, la linfa della fede. Se la croce di Cristo non si innalzerà sul nostro paese, la Spagna cesserà di essere la Spagna!”.

La Spagna o è di Cristo o muore, Cristo è la sua vita. Non disse forse il Signore: “Sine me nihil potestis facere” (Jo XV, 5)? Da Lui dipende il benessere anche sociale del singolo, come il benessere della comunità e questo benessere lo si ottiene solamente se al suo soavissimo impero volontariamente si sottomettono tanto quello quanto questa, attuando quello che fino a Pio XII compreso si chiamava “Regno sociale di nostro Signore Gesù Cristo”, “Res publica christiana”, “Christianitas”. Solo se si regge su quel Pilar donato dalla Madonna all’Apostolo san Giacomo il 2 gennaio dell’anno 40, davanti al quale il Generalissimo Franco di venerata memoria il 12 ottobre 1954 consacrò i popoli spagnoli al Cuore Immacolato di Maria, questa generosa e benemerita Nazione, potrà essere nuovamente “Una, Grande y Libre” perché Cattolica Apostolica e Romana, perché di Gesù Cristo e di Maria.

Pertanto il mio #PrayforBarcelona, il quale vuole essere il più possibile lontano da ogni agnostico e inutile minuto di silenzio, è quella preghiera con cui il Re, il 30 maggio 1919, consacrava il Regno al Sacro Cuore di Gesù: “Cuore di Gesù Sacramentato, Cuore dell’Uomo-Dio, Redentore del Mondo, Re dei re e Signore dei Signori! La Spagna, popolo di tua eredità e delle tue predilezioni, si prostra riverente dinnanzi al trono della tua bontà …  Voi siete la via sicura che porta al possesso della vita eterna, luce inestinguibile che illumina le intelligenze in modo che conoscano la verità e principio propulsivo di tutta la vita e di tutti i legittimi progressi sociali, fondandosi in Voi e nel potere e nella soavità della vostra Grazia tutte le virtù e gli eroismi che sollevano e abbelliscono l’anima. Venga dunque a noi il vostro santo Regno, che è il regno della giustizia e dell’amore.

Regnate nei cuori degli uomini, in seno alle famiglie, nell’intelligenza dei saggi, nelle aule della Scienza e delle Lettere e nelle nostre leggi e nelle  istituzioni della Patria … Benedite tutti noi che, qui riuniti nella cordialità dei santi amori della Religione e del Patria, desideriamo consacrare la nostra vita a Voi, chiedendovi come premio di  morire nella sicurezza del vostro Amore e nella soavità del vostro adorabile Cuore. Così sia!”. Legato alla Spagna per legami storici in quanto sardo e per legami familiari, non posso che concludere col più caloroso “Arriba España! Viva Cristo Rey!”.