Padre Sewell, Paolo VI e l’oracolo vaticano: un’insolita alleanza tra modernismo e tradizionalismo

di Luca Fumagalli

Sul numero del «Times» del 5 agosto 1968 venne pubblicata, nella colonna dedicata alla corrispondenza, una lettera del carmelitano Brocard Sewell (1912-2000); l’incipit non lasciava nulla di sottointeso: «L’enciclica Humanae Vitae mostra, se non altro, che la Chiesa ortodossa e le altre Chiese orientali sono pienamente giustificate nel loro atteggiamento negativo nei confronti dell’ufficio papale così come esso è andato sviluppandosi nel corso dei secoli, a partire dal grande scisma. Il “primato dell’amore” conosciuto dalla prima Chiesa cristiana indivisa è stato da tempo sostituito con quello “romano” […]. Questo è il problema».

Il numero dell' "Osservatore Romano" che riporta il testo in inglese dell'enciclica di Paolo VI
Il numero dell’ “Osservatore Romano” che riporta il testo in inglese dell’enciclica di Paolo VI

Quella di Sewell fu solo la prima epistola delle tante scritte da laici e sacerdoti che invasero i giornali britannici a pochi giorni dalla promulgazione della nota enciclica di Paolo VI sulla dottrina matrimoniale (25 luglio 1968). Il carmelitano, che tra l’altro nella sua lettera invitava Montini a dimettersi, mal sopportava l’atteggiamento eccessivamente rigorista adottato nei confronti della contraccezione, soprattutto tenendo conto che la commissione istituita dal pontefice per studiare la questione pareva orientata verso posizioni maggiormente aperturiste. Al pari degli altri oppositori, Sewell considerava l’Humanae Vitae il simbolo della disattesa di quei cambiamenti auspicati dal Concilio Vaticano II: Paolo VI, a suo dire, si era limitato a riprendere l’enciclica Casti Connubi di Pio XI (1930), aggiungendo qua e là qualche piccolissima modifica.

Il clero inglese non fu l’unico a manifestare ad alta voce il proprio disappunto. Altre conferenze episcopali come quella austriaca o scandinava giunsero agli estremi di minacciare, più o meno velatamente, lo scisma. Statistiche alla mano, la maggioranza dei fedeli all’epoca si dichiarò delusa dall’enciclica montiniana e i vescovi ebbero un bel daffare per arginare il malcontento. Più di un vaticanista pronosticò addirittura l’inizio di una terribile crisi per la Chiesa.

La pubblica protesta di Sewell non tardò ad attirare l’attenzione dei superiori: al carmelitano fu prima impedito di predicare e confessare, dopodiché venne allontanato dalla diocesi e mandato in Canada, a molte miglia di distanza dal campo di battaglia europeo, nel frattempo diventato rovente. Né a lui né agli altri sacerdoti sospesi venne mai rivolta un’accusa esplicita. Si preferì piuttosto mettere a tacere i dissidenti nel modo più sbrigativo e indolore possibile, evitando a tutti i costi scandali mediatici.

Sewell fu particolarmente infastidito dalla durezza con cui le autorità trattarono il suo caso. Il carmelitano, in verità, non era un modernista tout court; lui stesso si definiva piuttosto un estremista di centro. Del resto, durante gli anni del Concilio, si era segnalato come uno dei più fieri avversari della riforma liturgica intuendo che la Messa in volgare, più che avvicinare, avrebbe allontanato i fedeli (soprattutto nei paesi di tradizione protestante, dove la lingua vernacolare era uno dei simboli dell’opposizione a Roma). Avanzò riserve anche a proposito della riforma degli ordini religiosi, e nella sua autobiografia, The Habit of a Lifetime (Tabb House, 1992), fu costretto ad ammettere che la Chiesa cattolica, a cui si era convertito nel 1930, aveva ormai perso quella compattezza dottrinale che, all’epoca, lo aveva convinto ad abbandonare l’anglicanesimo. Nel medesimo tempo, però, le sue dichiarazioni a favore del matrimonio dei presbiteri, dell’ecumenismo e della collegialità rivelavano una mens incline al progressismo.

Il carmelitano Brocard Sewell
Il carmelitano Brocard Sewell

Sewell, che in gioventù aveva lavorato presso la redazione del «G.K.’s Weekly», da Chesterton aveva ereditato una certa caparbietà. Dopo essersene stato tranquillo per qualche mese, nel 1970 diede alle stampe per la casa editrice Duckworth un libro destinato a far discutere: The Vatican Oracle.

A partire da una serrata critica dell’Humanae Vitae, l’autore si prendeva l’ampio spazio consesso dalle circa 200 pagine che compongono il saggio per sviluppare una lunga argomentazione – anche se non sempre coerente – sul tema del primato petrino e dell’infallibilità del Papa. Il suo obiettivo era quello di dimostrare come l’idea autocratica del papato che si era sviluppata in Occidente negli ultimi secoli fosse frutto di un’interpretazione ultramontana e “papolatrica” (l’espressione è sua) del ruolo assegnato da Cristo all’apostolo Pietro, in netta contrapposizione alla sana tradizione collegiale della Chiesa ortodossa.

Per il carmelitano, infatti, il caso Humanae Vitae aveva aperto gli occhi ai tanti che, come lui, credevano che dopo il Concilio fosse possibile l’obiezione di coscienza di fronte alle posizioni espresse da un Papa in un enciclica, soprattutto se frutto dell’esclusiva opinione di quest’ultimo. Il documento conciliare Lumen Gentium, con l’invito a una collaborazione più stretta tra vescovi e pontefice, era stato dunque tradito. Il superamento dell’infallibilità, così come era stata intesa durante il Concilio Vaticano I, non era avvenuto e, anzi, Paolo VI ribadiva che i cattolici erano moralmente tenuti a sottomettersi ai suoi insegnamenti. Il Papa continuava perciò ad assomigliare a una sorta di oracolo vaticano che era proibito contestare, servito e riverito da una pletora di servi docili e ciechi.

A partire da queste premesse, in Vatican Oracle Sewell conduce il lettore in un viaggio nella storia della Chiesa. Attinge a piene mani dal saggio di Newman sull’evoluzione della dottrina – già apprezzato da diversi modernisti – e sciorina tutta una serie di casi illustri, come quello di Papa Onorio o quello di Papa Libero, per sostenere una posizione che lo stesso autore non teme di definire “conciliarista” (rifacendosi esplicitamente al decreto Sacrosanta del Concilio di Costanza). A fare da contorno diverse digressioni a proposito dell’insegnamento ordinario fallibile, delle modalità con cui il Papa esercita il munus che gli è proprio e dei limitatissimi casi in è applicabile la clausola dell’ex cathedra.

La copertina di "The Vatican Oracle" (1970)
La copertina di “The Vatican Oracle” (1970)

L’auspicato ridimensionamento del primato petrino, sempre secondo Sewell, eviterebbe così al fedele di disubbidire ogni qual volta un insegnamento possa essere considerato in coscienza errato. Inoltre, sul piano dell’ecumenismo, si offrirebbe una concreta opportunità per rinegoziare una nuova unione col mondo ortodosso, tornando, come nella Chiesa antica, al modello dei cinque patriarchi (con quello di Roma ridotto a un primo tra pari).

Molto altro ancora si potrebbe dire sulle tesi contenute nel libro; nei capitoli finali, per esempio, l’analisi si amplia andando a toccare ulteriori temi scottanti come il monachesimo e la riforma del sacerdozio. Ciò che però sorprende al termine della lettura di Vatican Oracle, scritto tra l’altro in un inglese semplice e lineare, è la strana tangenza che si coglie tra gli argomenti propugnati da Sewell e quelli di una grossa fetta del cosiddetto “tradizionalismo”. Davanti alla crisi della Chiesa seguita al Concilio, il problema, infatti, sembra essere il medesimo: quello, cioè, di mettere in discussione e di arginare in qualche modo l’infallibilità del pontefice, trovando scorciatoie per giustificare il rifiuto di determinati insegnamenti. Come sommariamente descritto in precedenza, anche le prove addotte, grosso modo, sono le medesime. Naturalmente non mancano le eccezioni, su certi punti la distanza è siderale; tuttavia l’impianto complessivo delle due visioni è sostanzialmente sovrapponibile.

Dopo il polverone causato dalla pubblicazione del libro, Brocard Sewell adottò una strategia più prudente. Negli ultimi anni di vita si dedicò all’insegnamento e a coltivare quegli studi letterari per cui ancora oggi è ricordato. Poco prima di morire gli fu infine concesso di tornare in Inghilterra.

La storia di questo carmelitano dissidente, e soprattutto del suo Vatican Oracle, è, in conclusione, un piccolo esempio di quelle affinità tra modernismo e tradizionalismo che il più delle volte si preferisce ignorare. Legami inconfessabili che, purtroppo, sono ben lontani dal puro caso. Se Pietro smette di essere una roccia e diventa un ostacolo, si rischia, come nel terribile finale del romanzo Il Padrone del mondo, che insieme a lui crolli l’intera Chiesa. E la cosa, tutti converranno, non è certamente un bene.