Bitcoin “truffa”? Eppure le grandi banche di Wall Street…

Bitcoin

 

Notizia del Sole 24 Ore:

 

Jamie Dimon dovrà prendere dei provvedimenti alla riapertura delle sale operative. La settimana scorsa il ceo di JP Morgan aveva tuonato contro il bitcoin, bollandolo come una “truffa” e promettendo di licenziare un solo trader della sua banca che avesse sorpreso a fare trading sulla criptovaluta. Peccato che proprio venerdì, mentre bitcoin era piombato ai minimi più recenti, la stessa JP Morgan è entrata sul mercato per acquistare a piene mani per i suoi clienti.

Non lo ha fatto direttamente perché le grandi banche di Wall Street non investono su uno strumento non ufficiale e senza alcuna garanzia, ma tramite Xbt, un Exchange traded note (Etn) quotato alla Borsa di Stoccolma: si tratta di uno strumento in corone svedesi che replica l’andamento del sottostante, vale a dire il cambio bitcoin-dollaro, sul modello degli Etf. Stando ai dati ufficiali, venerdì JP Morgan Securities figurava tra i principali acquirenti dei certificati Etn. E non è stata la sola: insieme a Morgan Stanley hanno fatto acquisti per un totale di circa 3 milioni di euro.

Non ci sarebbe nulla di strano, trattandosi di uno strumento regolarmente quotato. A far sorgere qualche ironia è il fatto che Jamie Dimon era intervenuto martedì scorso tuonando contro il bitcoin, accusato di aver dato vita a “una bolla finanziaria peggiore di quella dei tulipani”, che “non sarebbe finita bene”.

Una tesi già sostenuta in passato da Dimon stesso e da altri rappresentanti delle banche di Wall Street, ma questa volta le sue parole sono intervenute in un mercato già innervosito dalle voci di imminenti azioni di messa al bando del bitcoin in Cina. Con l’effetto che la criptovaluta ha proseguito la sua flessione che l’ha portata dal picco di 5.000 dollari toccato quindici giorni fa al minimo recente sotto 3.000 proprio venerdì pomeriggio. Da allora le quotazioni sono rimbalzate di oltre il 20% fin sopra 3.600 dollari, livello confermato anche in queste ore.

 


Ciò che è accaduto negli ultimi giorni alle quotazioni del bitcoin potrebbe sembrare interessare solo una nicchia di cultori del fenomeno delle criptovalute: il punto è che questo settore inizia a creare una ricchezza virtuale di sempre maggiore entità, se solo si pensa che le prime 5 piattaforme di moneta virtuale messe assieme capitalizzano più di Goldman Sachs e che in certi casi si è arrivati a rendimenti del 21000 % (ventunomila percento). Si tratta di una forma di ricchezza assolutamente inedita e del tutto virtuale, proprio per questo soggetta ad oscillazioni impressionanti e terreno fertile per speculatori dalle spalle ben coperte. E chi arriva in questo teatro così particolare e potenzialmente redditizio? Sempre loro, le agenzie di rating, col collaudato metodo “abbatti e compra”.

Così, martedì 12 settembre Jamie Dimon, il numero uno di Jp Morgan, definisce “una truffa” il bitcoin, facendone crollare il valore del 40%, per poi – ops! – rastrellare bitcoin per milioni di dollari solo due giorni dopo, assieme all’altro “disinteressato” player Morgan Stanley. Prima dell’intervento di Dimon, un bitcoin valeva 5000 dollari, poi precipitati a 3000 ed è a questa quotazione che JP Morgan e Morgan Stanley hanno comprato: il solo rally di queste due agenzie di rating ha riportato il valore del bitcoin a 3600 dollari. Il tutto, ovviamente, nello smarrito silenzio delle autorità regolatrici del mercato.

Ma quale mercato, poi? Quali autorità? Le criptovalute hanno un mercato loro proprio, tassi e regole di scambio e conversione del tutto peculiari ed in larga parte indipendenti dal comune exchange finanziario: anche per questa ragione, i soliti squali globali si sono svegliati, beneficiando di un deprezzamento da loro stessi provocato.

(Massimo Micaletti)

 

 

 

 

 

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