[CINESPADA] “Cosmopolis”: l’arte di vivere all’epoca dell’imprevisto

di Luca Fumagalli

Cosmopolis-Poster

Un uomo e una limousine. A David Cronenberg non serve altro (o quasi) per imbastire il suo personale affresco della vita postmoderna. Cosmopolis (2012), film tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, è una rivisitazione dell’Ulisse di Joyce, l’avventura di un giorno che diventa metafora della condizione umana.

Il protagonista è il ventottenne miliardario Eric Packer, genio della finanza. Grazie alle sue brillanti doti è riuscito in poco tempo a creare un’impresa di successo, con numerosi dipendenti e un patrimonio da capogiro. La sua vita, caratterizzata da un routine puntigliosa, viene improvvisamente sconvolta da un investimento sbagliato che rischia di far affondare il suo impero. Il giovane, al primo errore in carriera, è turbato. Decide così di raggiungere l’altra parte della città, dove si trova il vecchio parrucchiere di fiducia, per un rilassante taglio di capelli. La limousine, però, procede a passo d’uomo: le strade sono congestionate a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e, a complicare ulteriormente il tragitto di Packer, oltre a una manifestazione politica, la guardia del corpo lo informa che qualcuno è sulle sue tracce per ucciderlo.

Cosmopolis è un film di rara potenza visiva, che sfrutta i pochi mezzi a disposizione a favore di una sceneggiatura fitta di dialoghi. Quasi tutta la pellicola è girata all’interno della limousine, una sorta di casa mobile dove Packer incontra i personaggi più improbabili e in cui, ogni giorno, un medico è fatto salire per effettuargli una colonscopia (il ragazzo è infatti ossessionato dalla sua prostata asimmetrica e teme il tumore).

Robert Pattinson, svestiti i panni del vampiro di Twilight, si dimostra un attore di talento. Il suo Packer, monoespressivo e apatico, tanto da non sembrare neanche un essere umano, svela allo spettatore una realtà in cui i rapporti interpersonali sono semplicemente impossibili. L’egoismo, il desiderio di consumare l’altro per i propri piaceri edonistici, riduce le relazioni a uno sfregamento di corpi, a violenza o a colloqui privi di reale confronto, più che altro monologhi scaturiti dalle pance di spiriti misantropi.

Nel mondo di Cosmopolis non esiste vero appagamento. La noia di vivere si manifesta per la prima volta al protagonista nella forma dell’imprevisto: il rischio del tracollo finanziario è per lui una rivelazione provvidenziale. In altre parole, si rende improvvisamente conto di come l’esistenza che ha condotto fino a quel momento, per quanto piena di successi, sia in realtà la caricatura della vita, uno stanco trascinarsi tra un appetito e l’altro, esattamente come i topi che i contestatori gettano contro la sua automobile. Anche il sesso – nel film sono presenti un paio di scene che, se si vuole, si possono tranquillamente saltare – non ha nulla di esaltante, è solo una fuga provvisoria dagli affanni, è una sospensione del tempo che non appaga in alcun modo.

A Packer viene offerta dal destino la possibilità di cambiare. Lui, che è emblema di quei potenti tanto odiati che tengono per il guinzaglio il pianeta, si sgonfia come un palloncino. Il viaggio in auto è quindi emblema di un cammino di rigenerazione i cui esiti, però, sono tutt’altro che certi. Il protagonista cambia, anche fisicamente, nei vestiti, così come mutano i legami con la realtà esterna. Tutto sta nel vedere se Packer sarà in grado di portare alle estreme conseguenze le scelte maturate, quel nuovo sguardo “asimmetrico” – come la prostata e l’incompiuto taglio di capelli – che ha appena scoperto.

Cosmopolis, col suo sangue e il suo dolore, può piacere oppure no, ma certamente non esiste un film in grado di raccontare con altrettanta efficacia il mondo d’oggi, un mondo abitato da fantasmi che hanno smerciato volentieri la propria anima per paura di un imprevisto. Meglio essere un nulla ubriaco di futilità piuttosto che ambire a diventare qualcosa, qualcuno: è questo il più grande paradosso del tempo presente.