Gesta Romanorum: XX settembre 1870 – XX settembre 2017

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di Alessandro Luciani

 

20 settembre 1870, Roma. In ranghi stretti e con le armi in pugno un gruppo di uomini tratteneva il respiro e osservava le mura aureliane dall’interno. In mezzo a quei ranghi c’erano uomini che avevano visto pochi inverni e altri che ne avevano visti molti, tutti stringevano nelle loro mani il remington in dotazione con incise le chiavi di San Pietro, quasi come fosse un sostegno al quale aggrapparsi. Tutti erano lì, forse molti erano inadeguati, ma tutti erano pronti ad affrontare ciò che cannoneggiava le mura aureliane. In mezzo a quei ranghi non tutti vivevano a Roma o vi erano nati, alcuni parlavano tedesco, altri francese, altri italiano, tutti però erano giunti nel lato interno dei confini più antichi d’Europa, tutti erano lì a trattenere il respiro, alcuni impauriti e altri concentrati in Dio, pronti a difendere quei confini e la cattedra di verità che custodivano.
Poi un boato e le truppe piemontesi oltrepassano Porta Pia, la battaglia ha quindi inizio mentre ai confini della civiltà si ergono ancora una volta un gruppo di uomini cattolici, romani, anche se non tutti “italiani”… «Fermi ognuno al proprio posto, premendo con gli scudi, combattevano senza prendere il respiro e senza guardarsi indietro; […] avevano come obiettivo l’estrema stanchezza o la notte» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 38.)

 

La breccia sulla quale combatterono quegli uomini non era solo materiale ma anche metafisica: la Roma cristiana, massima sede della Chiesa di Dio, veniva violata e occupata dai suoi nemici, accoliti del tricolore giacobino, i quali con un atto di violenza criminale strapparono al Romano Pontefice la sua indipendenza, la sua autorità civile, il suo impero, al quale anche i Cesari si sottomettevano volontariamente.
L’Imperatore Costantino infatti con la fondazione di Costantinopoli lasciò Roma a Papa San Silvestro I, al medesimo Pontefice e ai suoi successori lasciò le insegne imperiali, i calzari rossi simbolo della dignità imperiale (che solo l’Imperatore poteva indossare) e dodici pretoriani armati di fasci littori, a disposizione – secondo la tradizione e le leggi di Roma – solo di chi deteneva il potere di impero. E’ dunque così che Costantino professa davanti alla neonata Cristianità un principio fondamentale: la sovranità civile, oltre che spirituale e dottrinale, del Papa, Pontefice Massimo, Re-sacerdote di Roma. Costantino non cede attraverso un atto giuridico e scritto al Papa la sua autorità civile ma vi si sottomette, poiché il Pontefice Romano è sulla terra l’origine di ogni giurisdizione e la sua autorità temporale non è determinata dalle concessioni dei sovrani del mondo ma proviene da Dio stesso, unica e comune origine dell’autorità civile e di quella spirituale (cfr Rm XIII, 1). Questo principio, rigettato dalla modernità e dallo Stato sabaudo, porta l’esercito piemontese sedicente “italiano” a cannoneggiare le mura aureliane e a disconoscere con le sue azioni che il Dio del quale il Papa è vicario sulla terra sia lo stesso che concede ai sovrani il diritto di regnare, non un altro.

Ecco dunque il principio della modernità civile e dello “Stato italiano” e laico: la Gnosi. Fu quest’ultima a fare la breccia di Porta Pia, che fu prima di tutto breccia dell’odio contro Dio e la Sua Chiesa nei cuori di chi la fece, breccia antesignana di quella vaticana del Conciliabolo Vaticano II operata dalle medesime forze liberali e gnostiche. Così come la gnosi ,sotto la cui bandiera combatteva e combatte tutt’ora lo stato italiano/piemontese, mutò la concezione dell’autorità civile, così la stessa gnosi conciliare muterà la concezione della sua origine che è Dio: Egli infatti dopo la seconda breccia non è più esterno all’uomo, ma interno. Dio infatti, secondo la nuova dottrina vaticana, non è più dentro il Tabernacolo dell’altare, realmente presente, ma realmente presente dentro ogni uomo (la liturgia bugninian-montiniana stessa ce lo lascia intendere): da qui procede la logica conseguenza della libertà religiosa, dell’ecumenismo, della salvezza anche fuori dalla Chiesa, del Modernismo e dunque della breccia della città terrena – quella dell’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio – nella città di Dio – quella dell’amore di Dio fino al disprezzo di sé – ,una breccia di cui quella di Porta Pia era una premessa, un passaggio necessario e non il fine ultimo.


20 settembre 2017, Roma. In ranghi stretti e con le armi in pugno un gruppo di uomini tratteneva il respiro e osservava le mura aureliane dall’interno. In mezzo a quei ranghi c’erano uomini che avevano visto pochi inverni e altri che ne avevano visti molti, non tutti vivevano a Roma o vi erano nati, alcuni parlavano tedesco, altri francese, altri italiano, tutti però erano giunti nel lato interno dei confini più antichi d’Europa, tutti erano lì a trattenere il respiro, alcuni impauriti e altri concentrati in Dio, altri forse inadeguati, ma tutti pronti a difendere quei confini e la cattedra di verità che custodivano. Quegli uomini siamo noi, tutti al confine della romanità e avanguardia della verità in difesa della Cattedra di San Pietro, siamo al confine della nostra anima nella quale la città dell’uomo vorrebbe far breccia, siamo giovani e vecchi, forse inadeguati, ma cattolici e romani. Non tutti quelli che sono con noi sono nati nella città di Roma, ma tutti sono romani, a differenza di chi sbandiera tricolori giacobini indossando camice rosse o nere, di chi apre brecce o le celebra dopo circa un secolo e mezzo.

Siamo pochi, direte, però «Se pensate che è il numero quello che conta, allora neppure l’intera Grecia basterebbe, perché è poca cosa in confronto alla loro massa. Se invece conta il coraggio, allora anche questi pochi uomini sono sufficienti»  (Plutarco, Apophthegmata Laconica).

 

 

 

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