“L’oblato”: infine Huysmans posò la pistola e prese la croce

di Luca Fumagalli

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L’oblato è la degna conclusione della parabola umana e letteraria di Joris-Karl Huysmans. Scritto nel 1903, ultimo romanzo del rivoluzionario autore di À rebours, il volume è uno strano impasto dall’andamento cadenzato, così ricco di descrizioni particolareggiate che quasi la trama scompare, schiacciata dall’accumulo di aneddoti religiosi, storici e artistici. Curiosità dotte o squarci d’erudizione agiografica si alternano con regolarità, componendo un prezioso mosaico che acquista senso progressivamente, capitolo dopo capitolo.

La vicenda, che vede il protagonista – il semi-autobiografico Durtal – completare il suo cammino di conversione diventando oblato presso il monastero benedettino della Val des Saints, appare più che altro un pretesto impiegato dall’autore per dipingere un affresco di ampio respiro del cattolicesimo francese a cavallo tra XIX e XX secolo. Anni difficili, caratterizzati dalle leggi repressive del governo massonico e dal diffondersi tra i membri del clero di quella malattia teologica nota come razionalismo. L’oblato è, in altre parole, la cronaca di un universo che sta cavalcando la tigre della rivoluzione, inconsapevole che, insieme alla religione, sta uccidendo anche la civiltà.

Le pagine rimandano costantemente a un contrasto tra la bella e virtuosa tradizione cristiana – che Huysmans, con piglio decadente, sintetizza nei fasti della liturgia benedettina – e la galoppante corruzione della modernità. L’arte sacra è ormai svilita, così come le strade di Digione sono percorse da gente abbruttita dall’agnosticismo, sguardo fisso a terra, del tutto indifferente al richiamo della Fede e, ancora peggio, a tutto ciò che vi è di Bello e Buono.

Seppur meno brillante di À rebours, limitato forse dall’eccessiva lunghezza, L’oblato ha in comune con l’illustre predecessore il tema centrale della fuga dal mondo. Se nel capolavoro del 1884 si trattava dell’isolamento di un esteta insofferente nei confronti dell’uomo comune, in quest’ultimo lavoro la solitudine si carica di un inedito valore mistico. Il monastero non è una torre d’avorio, piena di libri e opere d’arte; all’opposto è un eremo vuoto, privo di qualsiasi distrazione. A renderlo una casa magnifica è piuttosto la pienezza spirituale che Durtal vi respira: la sua anima non ha bisogno d’altro. Ogni orpello alla Des Esseintes è dunque eliminato per poter meglio godere di ciò che è veramente essenziale.

Il «torbido cristianesimo» con cui Praz liquida un po’ troppo sbrigativamente la religiosità dei decadenti, è un’etichetta inapplicabile all’ultimo Huysmans che, come già ricordato, confeziona un libro pregevole, scevro da ambiguità o fraintendimenti. Sfiorato l’abisso della dissoluzione nel romanzo Là-bas (1889), Durtal nei successivi En route (1895) e La Cathédrale (1898) compie un cammino che lo avvicina alla Chiesa di Roma, ripercorrendo come alter ego la vicenda biografica dello scrittore francese. Dopo À rebours, infatti, come sottolineò in una recensione Barbey d’Aurevilly, a Huysmans non rimanevano che due alternative: la canna di una pistola o la croce (e fortunatamente preferì quest’ultima).

Un plauso va dunque alla D’Ettoris Editori che nel 2016 ha dato alle stampe questo piccolo gioiello della letteratura cattolica – gradito regalo dell’amico Piergiorgio Seveso –, impreziosito tra l’altro dall’ottima prefazione di Ferdinando Raffaele.

In conclusione, L’oblato merita di essere letto perché insegna una cosa forse banale, ma di cui spesso ci si dimentica, e cioè che, ancora oggi, l’unico modo per essere pienamente uomini, per provare il brivido di andare controcorrente e sfidare la banalità, è quello di essere cattolici. Altre vie, ci sussurra Huysmans all’orecchio, semplicemente non esistono.