Per quelli che “abbiamo lo stesso Dio degli ebrei” e per quelli della “ermeneutica della continuità”

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Elzeviro del quotidiano dei Vescovi, che si commenta da sé. [RS]

 

di Massimo Giuliani

 

A fine agosto i rappresentanti ufficiali del mondo ebraico ortodosso d’Europa, d’Israele e d’America hanno presentato al Papa e al mondo cattolico un documento dal titolo “Tra Gerusalemme e Roma. A 50 anni da Nostra Aetate” come segno di apprezzamento della svolta conciliare in materia di rapporti con ebrei ed ebraismo. Ampio spazio è stato dato sui media alla risposta di papa Francesco ma quasi nulla ai contenuti (il detto e il non detto) di quel documento, che gli addetti ai lavori hanno definito “straordinario”. In effetti non è cosa ordinaria che il variegato arcipelago dell’ortodossia ebraica si esprima all’unanimità su una materia delicata come il rapporto con il cristianesimo. Questo rapporto non è tra le priorità della vita religiosa ebraica ed è spesso rubricato come una questione di diplomazia.

Le dolorose memorie di secoli di pregiudizio antiebraico da parte cristiana, sommate alle ferite aperte nel XX secolo dalla Shoà, contribuiscono a rimuovere facili aperture verso una Chiesa vista spesso ancora come matrice di ideologia oppressiva. Il documento dell’ebraismo ortodosso si inserisce proprio a questo punto, come unanime e inequivoco riconoscimento che la Chiesa cattolica ha, con la Dichiarazione Nostra Aetate, «ripulito i suoi insegnamenti da ogni ostilità verso gli ebrei, favorendo in tal modo la crescita del rispetto e della fiducia tra le nostre due comunità di fede». Merito del Concilio, e dei papi tutti che l’hanno voluto prima e poi attuato, e che hanno parlato e agito «in netto contrasto con secoli di insegnamenti pieni di disprezzo e di pervasiva ostilità e hanno annunciato un capitolo nuovo e incoraggiante».

Ma il documento non si limita a questo apprezzamento. Riconosce anche, con onestà, che questi cinquant’anni sono stati da parte ebraica segnati da scetticismo e dal timore che le nuove aperture cristiane fossero un’inedita strategia per convertire gli ebrei e soffocare le profonde differenze teologiche Ira le due comunità di fede. Ricordano i rabbini ortodossi che «questa fraternità non può annullare le nostre differenze dottrinali», che sono profonde (sulla persona di Gesù e sulla Trinità in particolare) e che «non possono essere discusse o negoziate».

Da tale punto di vista questo documento ortodosso – ideato sin dal novembre 2015 – si spiega, anche, come reazione a un precedente pronunciamento di alcuni rabbini ortodossi, soprattutto americani (sottoscritto anche dall’argentino Abraham Skorka, l’amico di papa Francesco) del dicembre di quell’anno, teso a legittimare teologicamente l’esistenza del cristianesimo dal punto di vista ebraico, con citazioni a supporto di grandi pensatori medievali come Yehudà HaLevi e Maimonide e di maestri più moderni come Moses Rivkis, Jacob Emden e Samson Raphael Hirsch. Il nuovo documento tace e vuole intenzionalmente non pronunciarsi su questo punto, ben sapendo che «aperture troppo ampie e troppo veloci finiscono per espone a pressioni indesiderate e ingiustificate» (così ha detto il rabbino Arie Folger, tra gli estensori del nuovo testo). Le sole autorità rabbiniche di riferimento citate sono l’inglese Emanuel Jacobovits e l’americano Joseph Soloveitchik. Quest’ultimo, in particolare, ha esercitato dagli anni Sessanta in poi un’enorme influenza sul mondo ebraico ortodosso, raccomandando estrema prudenza e consigliando di dialogare e collaborare con il vasto mondo cristiano soltanto su questioni di etica (giustizia sociale, diritti umani, ecologia, eccetera) ma di evitare incontri e discussioni su questioni teologiche. Non tutti i suoi discepoli hanno seguito questi consigli nel corso del tempo (David Hartman e Irving Greenberg ad esempio), ma il testo “Tra Gerusalemme e Roma” conferma l’idea di fondo di rav Soloveitchik, ossia che «l’esperienza di fede è così personale che spesso ciascuno può davvero comprenderla solo nel contesto della sua propria comunità di fede». Per il resto vi è ampio spazio di collaborazione al fine di «migliorare il mondo» (questo fine in ebraico si chiama tiqqun olam). Andiamo avanti, dicono dunque i rabbini ortodossi, sulla strada fin qui percorsa nel rispetto delle nostre differenze religiose e nella collaborazione per rendere questo mondo più giusto e più vivibile per tutti.

 

 

Fonte: Avvenire (di oggi mercoledì 27 settembre)