Scuola, istruzione, educazione e trappole

Foto-depoca-850x491

Nota di Radio Spada: con molto piacere pubblichiamo questo dotto scritto inedito di cui il professor Silvano Borruso ci ha fatto dono in questi giorni, in seguito all’articolo di Andrea Fauro. Conserviamo un caro ricordo dell’autore per un gradevolissimo e fortunato incontro con lui a Milano nello scorso inverno e lo ringraziamo per la Sua generosità. (a cura di Piergiorgio Seveso)

di Silvano Borruso

Esistono due punti di vista circa questioni educative: a) quello accademico, cioè di teorici seduti a tavolino che spulciano l’argomento in tutte le maniere e direzioni possibili; e b) quello di chi ha vissuto la scuola pedibus calcantibus, cioè in contatto personale con studenti, genitori, bidelli, burocrati statali e privati, eccetera.

Appartengo a questo secondo gruppo, per cui chiedo scusa agli accademici se le seguenti considerazioni non sempre coincideranno con le loro. Ma tant’è: non si può far contenti tutti.

Comincio considerando come Tommaso d’Aquino ridimensiona la sottile distinzione tra istruzione e educazione: il processo educativo è “la promozione della prole al perfetto stato di uomo in quanto uomo, cioè lo stato virtuoso”. Un principio è un punto di partenza. Davanti a qualsiasi proposta educativa, sia essa di programmi, di scolaresca, di strutture eccetera, la domanda da farsi è sempre la stessa: la proposta promuoverebbe la prudenza, fortezza, temperanza e giustizia di chi la riceverà? Se no, non si tratta di proposta educativa ma di altro, da definire ad casum.

Una seconda caratteristica dell’educazione accademica è la specializzazione. Chi si occupa, per esempio, della vexata quaestio delle classi miste -di studenti di ambo i sessi-, si limita alle differenze, vere o presunte, nella scolaresca, ma dà per scontata tutta una serie di fenomeni pertinenti ma disattesi, come il modello scolastico prevalente, la sua storia, i docenti (maestro/maestra con scolaresca maschile/femminile/mista), eccetera. La specializzazione fa conoscere sempre di più ma capire sempre di meno: essa è prerogativa del mondo degli insetti, non degli esseri umani; adottarla, e non solo a livello educativo, favorisce il Potere a discapito di tutto il resto; soprattutto, come vedremo, della promozione umana allo stato virtuoso.

E’ inutile quindi tuffarsi nel mulinello dell’educazione mista in maniera avulsa da un contesto che solo la rende intelligibile. Vediamolo.

Il sistema scolastico in auge praticamente in tutto il mondo è retaggio di Napoleone, che riempì il vuoto lasciato dagli ordini religiosi che anteriormente lo monopolizzavano. I laudatores temporis acti rimpiangono ancora il passaggio dell’istruzione dagli ordini religiosi allo Stato, segnalando mirmidoni della Rivoluzione come Luigi Settembrini, che si divertiva a dare alle fiamme gli archivi degli Scolopi nel Regno di Napoli. Ma nessuno riflette (mi si corregga se sbaglio) che gli ordini religiosi avevano ereditato quel modello dalle scuole cattedrali di 1400 anni prima, messe su per formare candidati al sacerdozio.

La cosa più logica, in un tale intorno, era pertanto radunare gli studenti nella stessa aula, esporli agli stessi insegnamenti, e dar loro una stessa forma mentis clericale.

Ma quando il modello si estese al mondo secolare, non funzionò più. Ogni insegnante sa di affrontare giornalmente un’audienza quadripartita: chi ha talento e interesse per la “materia”, chi ha talento ma non interesse, chi ha interesse ma non talento, e infine chi non ha né l’uno né l’altro.

E quanto più si va dalle materie umanistiche a quelle scientifiche, tecniche ecc., tanto più il fenomeno si staglia nella sua nudità. Ogni insegnante di disegno tecnico sa, per esempio, che prestissimo alcuni studenti produrranno disegni perfetti; il resto brancolerà nel buio più assoluto. Ma il modello clericale non ha risorse per rimediare la situazione.

Incredibilmente, il modello della scuola cattedrale vige ancora, non certo intatto, anzi intaccato, ed attaccato, fino a ridursi a quella larva di sistema che non solo non educa, ma attivamente corrompe giovani di ambo i sessi con vacuità intellettuali e disordini morali che ne fanno automi osservabili dovunque. Concludo con Chesterton, che descriveva la sua prima istruzione come “aver ricevuto insegnamenti da persone che non conoscevo su cose che non volevo conoscere”.

Il Punto: Adaequatio

Il grande assente, da qualunque discorso su educazione, è il secondo dei quattro grandi principi filosofici: l’adaequatio tra la mente e le cose che sola produce verità, e con esse non solo conoscenza ma anche libertà.[1] Che quest’ultima non faccia parte dei desiderata dello Stato moderno servile, totalitario e liberticida è vero, ma impertinente. Lo scopo di questo saggio è capire perché l’educazione propinata oggi non funziona e cosa fare per migliorare la situazione.

Qui va richiamata la distinzione accademica tra educazione e istruzione. Si afferma che la vera “educazione” consiste nell’educere, cioè estrarre dall’educando quello che lui/lei ha già dentro. Il che è vero, ma parzialmente: l’educando/a non ha dentro né conoscenze né principii morali che lo possano condurre a una vita virtuosa. Ha qualcos’altro?

Certamente: ha talenti naturali, che appaiono dalla prima fanciullezza.[2] Ne esiste una quantità illimitata, ma impossibile da inserire, se non in minima parte, nel modello clericale. Ecco il perché dello stuolo foltissimo di “tagliati fuori”: coloro che non hanno avuto la fortuna di imbattersi nel maestro giusto, tra i quali spiccano pendagli da forca, geni incompresi, mezzi asini catapultati ad altezze intellettuali oltre le loro capacità di analisi, sintesi o quel che sia, con risultati da fuorvianti a tragici. Mancò a costoro il maestro con la visione necessaria per monitorarne i talenti “educibili”.

DIVERSITÀ UMANA E UGUAGLIANZA RIVOLUZIONARIA

Se neanche due foglie dello stesso albero sono uguali, cosa irretisce gli ideologi dal 1789 in poi a gridare all’uguaglianza umana? E’ un idolo che continua a sfracellarsi, senza preavviso e strepitosamente, sulle teste dei suoi adepti, a cominciare dai burocrati dell’istruzione pubblica, veri accalappiabambini da farcire con menzogne di Stato.

Natura non irridetur: non c’è uguaglianza che tenga tra due individui dello stesso sesso, figuriamoci poi tra un uomo e una donna. Vediamone alcuni tratti.

Perfino gli accademici si accorgono che le femmine si sviluppano con due-tre anni di anticipo rispetto ai maschi. A dodici anni una ragazza è donna; alla stessa età un suo coetaneo è un imberbe senza arte né parte. Ma non ne traggono le dovute conseguenze, tentando, lungo tangenti diverse, di dimostrare l’indimostrabile, asserendo che mettere i due sessi insieme li benefica entrambi.

E’ la natura a sbugiardare codesta asserzione. In tempo di ricreazione, nelle scuole miste si vede sempre lo stesso spettacolo: ragazze da un lato a parlare tutte insieme però capendosi perfettamente, e ragazzi da un altro snocciolando i loro interessi, al di fuori naturalmente degli schemi scolastici. Ma quando li si forza insieme, interviene il fenomeno dei vasi comunicanti: il livellamento avviene inevitabilmente verso il basso, imponendo alle donne un ritardo mentale, morale, psicologico e sociale al livello dei loro coetanei. Non c’è un solo esempio del contrario. Di questo si accorgono tutti, ma senza reagire, anzi rincarando la dose delle incongruità.

Una di queste è l’insegnamento incrociato, sul quale nessuno apre bocca. Valga un esempio: un insegnante che voglia esporre (al di fuori delle forzature ministeriali) la storia dei Due Colossi, cioè di come i genitali di bronzo (!) del Colosso di Rodi fossero andati a finire nella tunica del San Carlone di Arona, un racconto che incolla sprazzi di storia antica e moderna a culture eterogenee, e quindi di valore educativo straordinario, potrebbe solo farlo a patto di essere un uomo davanti a una classe di 16-18enni. Ogni altra combinazione stonerebbe, o risulterebbe del tutto controproducente. Qualunque insegnante che osasse fare un excursus al di fuori delle rotaie burocratiche affronterebbe lo stesso problema, per il quale non esiste soluzione univoca.

Non parliamo poi di punizioni. Un ragazzo punito (come, non importa) davanti ad altri ragazzi dimentica l’avvenuto il giorno dopo; punito davanti a ragazze lo risente forse vita natural durante, e con ragione. Peggio se si tratta di ragazze punite in presenza di ragazzi.

Insomma l’educazione mista è un fallimento sotto tutti i punti di vista. Ci vuole tanto a capirlo?

CHIUDIAMO LE SCUOLE

L’esortazione è il titolo di un tagliente saggio di Giovanni Papini (1881-1956), scaricabile dalla Rete e datato 1914, cioè quando i 600mila e passa giovani che avrebbero lasciato le loro ossa[3] sulle pietraie del Carso erano nel fiore della giovinezza. Vale la pena leggerlo –e rileggerlo- per rendersi conto che non è stato il XX secolo a ridurre la scuola a quella sentina di vizi che è sotto gli occhi di tutti. Cosa fare? Andiamo per ordine.

Perché la promotio prolis ventilata da san Tommaso venga sottratta all’influenza di uno Stato interessato a tutt’altro, la prima cosa da fare è leggere con attenzione gli otto punti della cosiddetta “Buona Scuola” per rendersi conto che non sarà certo lo Stato ad effettuare il cambio necessario. La famiglia deve riappropriarsi del maltolto, a cominciare dall’educazione.

Per capire, si faccia un salto mortale (fortunatamente mentale) che restituisca il posto naturale al lavoro giovanile, all’apprendistato e al senso del dovere, quest’ultimo il solo garante di maturità individuale. Chiamare “maturità” una pappagallata di nozioni per lo più inutili, slegate tra loro ed estratte acriticamente da libri di testo davanti a una commissione di burocrati con interessi creati è una farsa alla quale nessuna famiglia dovrebbe assentire.

Il lavoro giovanile viene regolarmente demonizzato dalla Grande Usura con una bordata dopo l’altra di aggettivi formidabili (etimologicamente, cioè fatti apposta per impaurire) ma falsi. Niente matura i giovanissimi come il lavoro: si ricordi come Mamma Margherita affidasse al quattrenne Giovannino Bosco il suo primo lavoro, facendolo sedere a terra con un fascio di steli di canapa da decorticare, e come lo stesso Giovannino sviluppasse eccellenti doti di sarto, rilegatore di libri, falegname, e perfino di giocoliere e saltimbanco.

Data la radicale disuguaglianza umana, le qualità di Don Bosco giovane saranno perennemente non duplicabili; il messaggio è che l’istituto dell’apprendistato, artatamente distrutto dalle forze della Grande Usura, debba ritornare in auge a furor di popolo. Ma come? E’ solo un suggerimento, ma vale la pena farlo.

Chiudere le scuole e dare un vitalizio (così Papini: oggi si direbbe un reddito di cittadinanza) al personale ridondante metterebbe fuori uso migliaia di edifici scolastici, ma non occorrerebbe demolirli. Si tratterebbe solo di capovolgerne le funzioni. In poche parole i genitori pagherebbero un onorario a maestri per l’addestramento manuale (o intellettuale o in qualsiasi combinazione) del figlio, e i maestri pagherebbero un canone all’amministrazione per le attrezzature locate loro. L’amministrazione metterebbe ordine in orari e turni di insegnamento. I problemi tecnici sarebbero facilmente risolvibili una volta assimilato il principio. La vicinanza fisica di piccole unità di apprendistato faciliterebbe le combinazioni dettate dai talenti naturali dei giovani. 

Ho deliberatamente fatto uso del maschile “figlio” perché nella natura delle cose alle donne non interessano le cose ma le persone; ma non sarebbero da escludere a priori dalla proposta. Sarebbe eminentemente desiderabile infatti che un buon numero di codeste unità di apprendistato fossero di arte culinaria, attività principe di fisica e chimica applicate[4].

Dai frutti si conosce l’albero: il successo inarrestabile di Home Schooling adottato da due milioni di famiglie statunitensi dimostra come una forza d’urto critica sia sufficiente per affrontare con successo il Potere. E i conti tornano: con un minimo di quattro figli sottratti al monopolio statale si risparmia abbastanza da fronteggiare il quotidiano con un solo stipendio.

IN LODE DELL’APPRENDISTATO

Papini auspicava la chiusura di tutte le scuole, dai giardini d’infanzia alle università, sul solo principio che chiunque pretenda di dar lezioni a una scolaresca è in errore. La sola maniera efficace di insegnare è di uno ad uno, cioè l’apprendistato. La Grande Usura ci si è messa di buzzo buono per sminuire, disprezzare e altrimenti vilipendiare l’apprendistato, relegandolo alle abilità manuali. Ma si rifletta: che università frequentarono Michelangelo, Brunelleschi, Palladio, Arnolfo di Cambio e altri geni d’Italia per costruire i capolavori che incutono rispetto al mondo? E’ del tutto artificiale che associazioni di cosiddetti “liberi” professionisti debbano fare assegnamento sulle lauree universitarie per formare i loro successori.  Sarebbe più naturale che essi stessi mettessero su scuole di apprendisti ingegneri, medici, avvocati, giudici ecc. con docenti provenienti dalle loro stesse fila, carichi di esperienza e di probità apprese alla grande scuola della Vita.

E che efficienza! Io stesso sentii un ingegnere strutturale affermare: “Datemi un ragazzo che esce dalla secondaria e in sei mesi gli insegno tutta l’ingegneria della quale avrà bisogno per la vita”.

Quindi, famiglie, sveglia! Liberate i figli dalle galere a tempo parziale (per citare Papini) dove li rinchiudete, per farne uomini e donne liberi, autosufficienti e in condizione di far marameo al Potere e ai suoi mirmidoni.

silvano.borruso@gmail.com

5 Marzo 2017

Riveduto e lievemente ampliato 5 Settembre 2017

[1] Gli altri tre sono la gerarchia dei livelli di essere (metafisica), l’organizzazione dello scibile e la tecnica etica dell’et-et come opposta all’aut-aut. Anche questi esulano dallo scopo dell’articolo.

[2] In un incontro visionato su You Tube una donna citava la figlioletta treenne (!) chiederle: “Mamma, perché ci sono cose”? Ebbi un tuffo al cuore davanti alla profondità metafisica di una tale domanda, e mi chiedo ancora se la risposta della madre abbia aperto orizzonti intellettuali insospettati alla bimba o li abbia chiusi per sempre.

[3] Se ne estrassero anche fosfati per fertilizzanti chimici. Ma questa è un’altra storia, taciuta dai libri di testo.

[4] Internet ospita 1,5 milioni di ricette con video, una vera miniera gastronomica.