Stato o anti-Stato? Notarelle sul “lavoro” moderno.

image1

 

di Cristiano e Davide Lugli  

 

segue da qui: https://www.radiospada.org/2017/09/stato-o-anti-stato-il-culmine-del-quarto-stato/

 

Nel precedente scritto abbiamo tentato di tracciare un quadro storico articolato, complesso, e che ci ha obbligati in qualche modo a visionare i moti storico-politici da un punto di vista generale e rapido. L’esame ci ha ricondotti a riprodurre la cornice di questo quadro che, come spiegato, è il Quinto Stato. Questo 5º livello del disordine gerarchico si caratterizza per l’impatto di un caos organizzato, ma radica i propri fondamenti attraverso un mezzo pratico ridotto all’esasperazione: il lavoro.
Proprio uno degli aspetti distintivi della nostra società, infatti, è l’indifferenziata esaltazione del lavoro, qualunque esso sia e in qualsiasi modo lo si svolga, quasi che il lavoro possedesse – in sé e di per sé – un valore intrinseco bastevole all’uomo per conferirgli “dignità”, senza tenere conto, in tale logica, di nessuna implicazione di ordine superiore.

In realtà, contrariamente a quel che professano le ideologie moderne, un lavoro qualsiasi, svolto da chiunque, con lo scopo di assolvere un dovere in cambio di una presunta dignità sociale, è qualcosa che non ci tratteniamo dal definire “anormale”. Specialmente se si considera che nella maggior parte dei casi il vero scopo che spinge l’uomo contemporaneo a lavorare, è unicamente quello di assicurarsi un salario per vivere (o forse dovremmo dire sopravvivere!), in condizioni nelle quali spesso il lavoro in questione assume caratteristiche a dir poco sub-umane. Le sensazioni di oppressione, schiavitù, insoddisfazione, insicurezza e alienazione che da decenni contraddistinguono le classi lavoratrici, sono talmente all’ordine del giorno da non dover neppure insistere.
Ponendoci invece da un punto di vista prettamente tradizionale – per quel che ci riguarda, l’unico possibile – la questione assume criteri diametralmente opposti. Infatti, una civiltà autenticamente tradizionale pone in Dio il suo principio e, sempre a Lui orientata, rispecchia la naturale gerarchia delle cose. In essa ogni genere di attività umana possiede una propria sacralità specifica, la quale, benedetta da Dio, diviene rito e celebrazione. Nulla è considerato indifferente o insignificante, nemmeno la più umile mansione, e la partecipazione dell’uomo alla dimensione spirituale, qualsiasi cosa egli faccia, è costantemente assicurata dai suoi stessi atti (basti pensare alla cristianità medievale dove ogni attività dell’esistenza, anche la più bassa, rivestiva un evidente carattere religioso). Va da sé che qui l’aspetto relativo al profitto economico e materiale di una qualsiasi attività lavorativa, se pur legittimo, è del tutto secondario e contingente. Diremo di più: in un’ottica tradizionale un mestiere ha effettivo valore solo quando è conforme alla natura stessa dell’uomo che lo compie; in altre parole, esso deve corrispondere ad una vera e propria “vocazione” – nel senso reale del termine – che rispecchi le autentiche potenzialità in atto di ogni singolo individuo.
Ben consci delle “solide” fondamenta democratiche ed ugualitarie su cui si basa, sotto ogni aspetto, la mentalità moderna, riteniamo necessari alcuni chiarimenti in merito a quest’ultimo punto. Come si diceva più sopra, ogni cosa che partecipa all’economia universale – cioè che rende onore al Creatore – ha un ruolo ben preciso che risponde ad un proprio e naturale ordine gerarchico. Se l’uomo contemporaneo riuscisse a sgombrare la mente da radicati pregiudizi, si renderebbe facilmente conto che non potrebbe essere altrimenti; il Sacerdote e il contadino, il leone e la zebra, l’aquila e il piccione, l’oro e il ferro, il diamante e il sasso, la rosa e la margherita non hanno lo stesso grado gerarchico. Nonostante il relativismo imperante, ci permettiamo di affermare, al pari degli antichi, che il grado gerarchico non è una categoria soggettiva, ma un modo d’essere oggettivo della realtà stessa, realtà che a sua volta si manifesta nelle cose secondo la legge stabilita dal Creatore.

Ebbene, ogni gerarchia comporta una distinzione tra vertice e base, collegati fra loro attraverso una scala o progressione graduata di valori. Applicando questo principio all’essere umano, risulta evidente che il primato spetta alla componente spirituale e intellettuale dell’uomo, mentre gli elementi puramente fisici e corporei costituiscono l’aspetto inferiore, ma che al contempo sorreggono l’intera struttura umana; nel mezzo ci sono le attitudini caratteriali dell’individuo, e così via. Le civiltà tradizionali hanno conosciuto, fin dai tempi antichi, un’analogia tra l’ordine gerarchico umano e quello delle istituzioni sociali, come menzionato anche nel precedente articolo, rispecchiando in senso molto generale il seguente schema: al vertice l’autorità spirituale e intellettuale; subito dopo  la funzione regale, il potere amministrativo e militare; a seguire l’insieme dei vari mestieri – in primis quelli artigianali – e delle differenti funzioni economiche, comprese quelle commerciali, finanziarie ed agricole; in ultimo la manovalanza. È facile capire che un “corpo sociale” così concepito, deve essere corrispondente alla qualificazione oggettiva dei singoli membri che lo compongono, affinché gli individui possano esercitare un’attività conforme alla propria natura, partecipando pienamente alla funzione gerarchica che più compete loro; non sulla base di un’illusoria meritocrazia democratica, o per fattori puramente casuali, ma bensì per trasmissione, per diritto, per superiore vocazione, in altri termini per una volontà dall’Alto stabilita. Certo, gli errori di applicazione sono sempre possibili, soprattutto nelle fasi storiche di decadenza, ma questo non diminuisce affatto il valore del principio; ciò che un uomo è potenzialmente alla nascita, lo sarà per la sua intera esistenza. Quando un’organizzazione gerarchica poggia saldamente e veramente su tale principio, allora sorge una società giusta, all’interno della quale ogni essere umano occupa la posizione che naturalmente gli conviene, e tale posizione è da definirsi “retta” e “conforme”. L’uomo attuale dovrebbe comprendere, a questo proposito, che il ritorno alla Tradizione di Roma nella sua immensa cattolicità sarebbe l’unico punto di ritorno, esso significando tutto: verità, giustizia, bellezza, felicità, permettendo a ciascuno lo sviluppo normale della sua natura secondo l’unicuique suum tribuere, che altro non è se non il ridare ad ognuno l’esercizio e l’impiego normale della libertà di cui è degno.

 

Oggi invece ci troviamo in un sistema nel quale ogni rapporto normale è invertito; una “disorganizzazione” nel vero senso della parola, senza centro, senza base, ove gli elementi inferiori soverchiano quelli superiori, al servizio di una falsa gerarchia democratica autodeterminatasi dal basso, in un costante mutamento – irrazionale ed arbitrario – dei princìpi, degli scopi e dei valori. In tale contesto, il lavoro umano non può che assumere una dimensione puramente materiale, economica e quantitativa, in netta contrapposizione con la concezione tradizionale del lavoro e dei mestieri.
Basti pensare alla stessa cacciata dall’Eden per rendersi conto che il lavoro non meritava una tale esaltazione perché prettamente collegato alla caduta dall’uomo; detto questo è pur vero che San Paolo dice “chi non lavora neppure mangi“, ma è proprio in seno all’idea di lavoro moderna che è doveroso opporre delle distinzioni essenziali. L’antichità ha sempre attribuito un valore negativo al lavoro in quanto mero sforzo materiale, sicché si può pensare al verbo latino laborare, spesso sinonimo di “sofferenza” come nel caso della frase “laborare ex capite” (soffrire di mal di testa); così come diversa era la concezione del termine “otium“, oggi interpretato negativamente come qualcosa tipico dei nullafacenti, ma che nell’antichità riguardava invece tutte quelle attività intellettuali, di studio, non soggette a sforzo fisico quanto invece alla filosofia e alle speculazioni in senso classico. Esisteva persino la variante del cosiddetto “otium sacrum“, composto da tutte quelle attività in cui la contemplazione ha il primato assoluto e specifico per asceti e religiosi. Anche l’opera (“opus“) rientrava in antitesi con “labor“, perché quest’ultimo era destinato allo schiavo, mentre al libero uomo erano affidate opere in senso alto, artistico. Qui si cela la radice di “opifex“, che nulla ha a che vedere con il senso moderno di “operaio”, seppur qualcuno voglia farlo credere. Un modello per eccellenza è senza dubbio San Giuseppe, conosciuto anche con l’appellativo di “Exemplar opificum“: Egli, falegname, è il modello e l’esempio delle Opere per eccellenza, il suo mestiere fungendo da nobile mansione per modellare il legno, rendendolo una vera e propria opera d’arte.

 

Il lavoro fisico era quasi ritenuto dagli antichi come una perdita di tempo, che sottraeva l’uomo dallo studio del testo sacro, da preghiera e contemplazione, seppur ovviamente non consona ad ogni tipo di uomo per i motivi di cui sopra. Orbene, ammesso e non concesso che questo possa risultare come fenomeno troppo enfatizzante, va però detto che la controparte ha fatto del lavoro una necessità assoluta, o ancor più una “virtù”, esaltando il lavoro – e di lavoro moderno si tratta – come chiave di volta per un miglioramento collettivo.
Prendiamo come esempio la figura dell’artigiano moderno il quale, a dispetto del suo appellativo, è sempre più il componente anonimo di una determinata categoria lavorativa in cui l’elemento “artistico” è spesso fittizio, se non inesistente. Invero, “artigiano” è divenuto nel corso del tempo un termine come un altro per definire un certo tipo di lavoratore autonomo, una categoria a cui corrispondono norme e regole specifiche sulla base delle quali si possono calcolare imposte, tariffe, aliquote e quant’altro, nell’aberrante pensiero collettivo che tutto vada incasellato e classificato secondo modelli sociali prestabiliti, privi di ogni concreto valore e concentrati unicamente sul piano economico e produttivo. Indubbiamente esistono anche quegli artigiani il cui lavoro è ancora connesso in qualche misura all’arte, o all’idea dell’arte, ma ciò non li risparmia dalle suddette considerazioni, ossia che il fattore economico è effettivamente quello importante, reale, decisivo, anche solo per tirare avanti, considerando che attualmente i piccoli lavoratori autonomi sono tra i più maltrattati dall’apparato politico-sociale. Bisogna inoltre rilevare che, fatte rare eccezioni, il mestiere dell’artigiano si differenzia sempre meno da quello industriale, dove l’oggetto non è più un pezzo unico bensì fabbricato in serie, e dove la componente artistica dell’uomo – la componente qualitativa, quella che dovrebbe fare la differenza – è stata sostituita quasi interamente dall’ausilio di macchine tecnicamente evolute.

 

Tutto ciò non ha niente in comune con il profondo significato che gli antichi attribuivano alla funzione dell’artigiano. Originariamente il termine “artifex” (colui che esercita un’arte) designava sia l’artista sia l’artigiano, non differenziando l’arte dal mestiere, giacché dal punto di vista tradizionale tutto quanto è realizzato in conformità “all’ordine” merita d’esser considerato come un’opera d’arte a tutti gli effetti. Non per un’interpretazione estetica fine a se stessa – come potrebbero intenderla i moderni – ma piuttosto secondo l’accezione dell’arte quale “imitazione della natura nel suo modus operandi” , ovvero nel modo d’operare del Creatore dal Quale tutto dipende e al Quale tutto si conforma, elevando il concetto di lavoro artigianale ad una dimensione spirituale, che pone il suo principio primo ed ultimo in Dio. Più l’azione dell’artigiano, nel suo dominio particolare, si fa simile a quella del Creatore, più la sua opera si integra nell’armonia del Creato. In ciò risiede la sapienza tradizionale, nel ricondurre ogni cosa ad un ordine superiore, a Dio.

Ma tornando sulle arti va detto che non a caso tutte le arti antiche possedevano una propria tradizione sacra, la quale stava a significare, per l’appunto, la presenza di un’origine spirituale recondita. In ciò veniva dunque espressa l’idea di una conoscenza esclusiva e “segreta” delle arti che veniva trasmessa da mastro (maestro qualificato nella conoscenza e nell’insegnamento di una determinata arte) ad apprendista. Era sulla base di tali princìpi che l’artifex d’un tempo svolgeva rettamente la sua attività, fedele a un interesse in nessun modo alterato da motivi materiali e consapevole di occupare il grado gerarchico che gli apparteneva per vocazione. Creando, costruendo ed insegnando, egli concorreva effettivamente alla realizzazione del piano divino e viveva al contempo in ogni atto il valore di un rito.

Per concludere, è d’uopo affermare con fermezza che il nostro Occidente, la nostra Europa che fu cristiana, hanno realizzato una deplorevole ed inumana nebulosa sostituendo la quantità alla qualità e facendosi avvelenare dal siero democratico e livellatore, quando invece una società tradizionale implica la netta ed uniforme differenza qualitativa perché fondata sulla Verità un tempo a tutti palese, matrice di naturale disuguaglianza fra gli uomini. Disuguaglianza che non è sinonimo di lotta, disaccordo, o perlomeno questo laddove un asse tradizionale con al vertice la spiritualità regna sovrano, proteso ad un fine supremo che è la Gloria di Dio.

Questo era nitido quando l’uomo comune era deciso a difendere il Regnum e l’Imperium, riflesso inesauribile dell’Espressione Divina perché costituito sotto il Suo modello.

Regno e Impero come integrità della Tradizione che Il Cattolicesimo Romano ha convogliato in Roma, assorbendo ciò che rimaneva di quella Tradizione per dirigere il grande fiume nel mare dell’Universalità Cattolica, realizzando plenariamente il Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonæ voluntatis, trionfo di Dio e della dignità sacra a cui corrispondere la vera libertà umana.

Se poi le considerazioni sopra esplicitate volessero essere considerate come utopistiche o ancor peggio anacronistiche, non sarebbe altro che un ulteriore segno tangibile di questi ombreggianti tempi, ove la spinta e l’azione di capovolgimento vuole essere intrapresa dal basso, contraendo il termine tipico di “sovversione”. L’orizzonte intellettuale della nostra contemporaneità è purtroppo tutto uguale, e si nota come anche coloro i quali vogliono opporsi al degrado morale, politico e spirituale continuino incoerentemente a simpatizzare per l’umanismo, che reclama i propri “diritti” rivendicandoli per l’appunto dai bassifondi di esistenzialista memoria. In questo uomo contemporaneo è evidente il fastidio – anche di quelli meglio intenzionati e che parlano di “nobile restaurazione” – provocato da sistemi poggianti su principi di autorità e sovranità stabilità dall’Alto.

 

L’urgenza principale è quella di invertire la rotta, rinunciando e superando la condizione sub-umana in cui verte il mondo, e particolarmente il mondo del lavoro.

Va uccisa la macchina, o essa continuerà ad uccidere l’uomo. Egli deve abbatterla per abbattere il mito che essa ha generato, aizzata dal marxismo imperante. Vanno annientate le sue potenze laceratrici assieme alle aberrazioni di cui essa stessa è concretizzazione, precipitazione occlusiva.

Illuso in fondo sarebbe chi pensasse che questo processo di restaurazione avvenga in automatico: le fasi di questa immensa rivolta contro il Quinto Stato e tutto ciò che ne consegue, si compiranno automaticamente purché si torni a far trionfare la Tradizione, procedendo dall’interno all’esterno, e non viceversa, con la riforma delle coscienze prima ancora che con quella dell’esistenza, affinché l’alveo tradizionale torni a splendere nella Santa Chiesa per una dignità nova et vetera dell’Occidente in quel che esso di più puro e nobile ha sempre avuto: l’Universalità Romana, con vero mandato di salvezza del mondo, restituendo ad esso la sua libertà – che altrove non può essere se non in Cristo -, l’onore per ciò che è Vero e infine il sostanziale amore per la conoscenza.
Stolto uomo moderno, rinuncia alle vanità che ti circondano; ribellati alla materia insulsa e macchinosa nella quale ti hanno sepolto. Ribellati con principi elevati, nobili, non personalistici ed egoistici, considerando che Dio è sopra a tutto e deve essere il Tutto, “tutto il resto sarà dato in sovrappiù”. Non scoraggiarti, perché se un tempo poté costare sacrificio dover rinunciare ad un mondo così bello, oggi rinunciare ad un mondo così brutto è estremamente facile.

Così solamente ritroverai quel vincolo di perfezione interiore che è servare unitatem spiritus in vinculo pacis, e godrai di quella pace che solo in Cristo e in ciò che a Lui è sottomesso e disposto con estremo ordine gerarchico si può trovare.