Storie di ordinaria apostasia

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Il “quotidiano dei Vescovi italiani” scioglie l’ennesimo inno alla pseudoreligiosità indifferenziata e indifferenzista, con i suoi oltraggiosi atti “liturgici”, con le sue bestemmie, con le sue enormità. Un testo che si commenta da sé. I frutti del Concilio! [RS] 

 

di Stefano Pasta

 

«Un dialogo proficuo tra musulmani e cristiani passa dall’uscita da sé: verso Dio e verso chi non ha giustizia». Don Vittorio Ianari della Comunità di Sant’Egidio sintetizza così il panel che ha presieduto durante l’incontro interreligioso “Strade di pace” a Münster.

Poco prima era stato Saud al-Siyabi del Direttorato del gran muftì dell’Oman a dire: «Due elementi uniscono Islam e Cristianesimo: la fede nell’unico Dio e la ricerca della giustizia peri più deboli». Al-Siyabi è arrivato in Germania dall’Oman, un paese collocato in una zona calda (confina con lo Yemen, che per la guerra civile ha superato i5mila morti) ma che ha avuto la capacita di mantenere posizioni dialoganti. Dice: «Abbiamo portato in Europa mostre sulla nostra cultura e religione, promuovendo il turismo europeo nel nostro Stato. La cultura avvicina i popoli e i credenti».

Anche Qays Al Mubarak, membro degli ulema sauditi e professore dell’Università Re Faisal, è giunto dal Golfo. La sua relazione è ricca di sure, per ribadire che secondo il Corano «d’appartenenza all’Islam di un essere umano viene accettata solo se questi lo ha abbracciato consapevolmente e senza costrizione». Richiamando il libero arbitrio, sostiene che «la libertà di pensiero, consiste di espressione e di opinione». Una presa di posizione significativa per un Paese che non spicca per il rispetto dei diritti umani.

«Il dialogo deve essere prima di tutto testimonianza, vissuta in modo quasi corporeo». Il cardinale Philippe Barbarin racconta la sua amicizia con i musulmani: «Di recente sono stato malato: nella moschea di Lione invocavano la mia guarigione. Durante le feste islamiche, mi reco dai fedeli islamici per gli auguri e viceversa per quelle cristiane». Quando poi gli imam vanno alla Mecca, telefonano sempre al cardinale durante il pellegrinaggio: «E io chiedo sempre di pregare anche per me». Da Barbarin arriva una proposta da replicare: «Con il mio migliore amico musulmano andiamo nelle carceri a trovare insieme i detenuti, mostrando la Misericordia come valore comune». Un gesto che, tra l’altro, può prevenire la radicalizzazione dei prigionieri musulmani. Altro esempio di come il dialogo possa essere concreto arriva da Mindanao, la più grossa isola delle Filippine, dove la guerra tra gli indipendentisti islamici del Milf (il loro leader è a Münster) e il Governo ha fatto 50mila morti dagli anni Settanta. Recentemente si è arrivati a un accordo di pace, grazie alla mediazione di Sant’Egidio e dei religiosi locali.

Il cardinale Orlando Beltran Quevedo è stato uno dei protagonisti: «Abbiamo animato un gruppo composto da ulema, cattolici e protestanti, ottenendo che il Milf si spostasse da posizioni indipendentiste ad autonomiste e togliendo qualsiasi connotazione religiosa al conflitto. Le strade per la pace sono vie artigianali, non c’è una ricetta o un processo meccanico, ma la molla è l’incontro tra due uomini». Anche per il cardinale «la testimonianza personale è la via» e lo dice con commozione, pensando al suo vicario generale Teresito Suganub, rapito dalla cattedrale di Marawi il 23 maggio scorso dai terroristi di Abu Sayyaf, il movimento che si è affiliato al Daesh e che prova a portare il Califfato nelle Filippine. Intanto a Munster si ripetono gli appelli per altri due vescovi, Mar Gregorios Ibrahim e Paul Yazigi di Aleppo, rapiti in Siria quattro anni fa.

 

 

Fonte: Avvenire di oggi 12 settembre 2017, da pag. 7.