[AI PIEDI DEL TRONO VUOTO] Catacombe e osterie

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Questa nuova rubrica di Radio Spada, agile collezione di appunti sparsi, schegge e notarelle epigrammatiche, non nasce senza una pretesa che, nel suo piccolissimo – per non dire infino –, ha del rivoluzionario. Per la prima volta, infatti, due laici, con toni volutamente leggeri, senza alcuna pretesa d’esaustività, consegnano ai lettori una sorta di autodiagnosi del cosiddetto mondo “sedevacantista” italiano. Lo fanno, si diceva, con quel poco di acume che Dio ha avuto la benevolenza di donare loro, consapevoli che in tempi ferrigni come quelli in cui stiamo vivendo, ormai privati di tutto, persino della dignità, l’autoironia è forse l’unica cosa che rimane: non ridarà la speranza, non risolleverà i cuori, ma almeno – si spera – strapperà un sorriso e, chissà, magari toglierà un po’ di polvere dalle menti appassite. A tal proposito è bene precisare che non è intenzione degli autori offendere nessuno. Saranno elencati numerosi limiti di un mondo marginale, angusto, a tratti persino fetido, ma un mondo a cui loro sentono irrevocabilmente d’appartenere. Ci potranno essere persino sferzate indelicate. Nel qual caso saranno date con la medesima asprezza di quelle che pure loro meriterebbero. Ogni difetto evidenziato è quindi anche e soprattutto loro, anzi, forse loro stessi sono il peggio che questo piccolo mondo antico abbia mai prodotto. Non è falsa modestia: in tempi di mediocrità diffusa come quelli in cui viviamo, essere pessimi è pur sempre un segno di distinzione [RS].

di Luca Fumagalli e Piergiorgio Seveso

Seconda puntata

Che il “sedevacantismo” di lingua italiana costituisca un mondo a sé è cosa piuttosto ovvia. Del resto in questi anni persino il “cattolicesimo” lato sensu non gode certo di ottima salute. Malgrado le apparenze, anche il povero Bergoglio è condannato alla marginalità e non si rende conto che le periferie dell’esistenza non sono luoghi lontani, per volenterosi neo-modernisti con velleità da esploratori, ma sono i nuovi ghetti del dopolavorismo filantropico in cui la Chiesa ufficiale vegeta già da parecchio tempo.

Dando seguito al nostro ragionamento, il “sedevacantismo” risulta dunque una minoranza della minoranza o, a voler essere più precisi, una minoranza della minoranza della minoranza, essendo esso stesso – almeno nella percezione giornalistica dei più – un piccolissimo “resto d’Israele” che sopravvive a stento nel mare tempestoso del variegato “tradizionalismo”.

Delle periferie dell’esistenza i “sedevacantisti” abitano più che altro le catacombe (che già nell’articolo della scorsa settimana codificavamo in “scantinati”) e faticano a essere una presenza originale all’interno dell’attuale dibattito ecclesiologico. Non che le posizioni – strenuamente articolate da un gruppetto di combattivi e capaci sacerdoti – portino all’afasia, come suggerivano “nemici” antichi; tutt’altro, ma sovente alla spigolosità delle soluzioni teologiche proposte si assomma quella dei caratteri.

Negli ultimi anni, che potremmo definire di “avvitamento”, è come se si avvertisse costantemente sul collo il fiato di nemici – spesso amplificati, talvolta immaginari – intenti a progettare complotti fantasmagorici vòlti a distruggere questo piccolo Eden in plexiglass del cattolicesimo integrale. Di conseguenza ci si chiude a riccio, e, come la scimmietta emoticon, non si vuole né vedere, né sentire, né parlare. Si precipita così, attraverso un inavvertito trasbordo ideologico della noia, in un’autoreferenzialità maledetta che – come si sta avverando – produce frutti marci e, ancora peggio, un’umanità rancida. Quando si guarda solo al proprio ombelico su voluminosa pancia, praticando una curiosa forma di mistica onfalica, la realtà, piano piano, inizia a dissolversi, sostituita dal nulla o dalla fantasia.

Cantare a squarciagola inni religiosi in qualche osteria di campagna è solo un rito di autoconsolazione che, ricordando “La grande bellezza”, dovrebbe servire ad alimentare un mito: quello di “esserci”. In verità, si rischia di ridurre il mondo alle quattro pareti della propria stanza, alle manie di un complesso narcisistico.

«Pochi ma buoni», o, meno prosaicamente, si dirà che «la Verità fa paura ai più», che «se Dio è con noi siamo la maggioranza» (e altre espressioni analoghe). Tutto verissimo, ma ci si dimentica che nelle catacombe vengono confinati e si rifugiano tanto i Santi quanto i rifiuti. Fermo restando che oggi è praticamente inevitabile, è inutile e dannoso costringersi a credere che così si stia ricreando la societas christiana. Se quest’ultimo è un peccato veniale, combattere l’imperante e dannosa logica dell’inclusione con un esclusivismo inquisitoriale da Bar Sport è però assai più vicino al peccato mortale. Qualcuno potrebbe avere la percezione (Quod Deus prohibeat) di un revival dell’eresia catara.

Allo stesso modo, chi ha il coraggio o semplicemente la volontà di salire gli scalini delle catacombe e saggiare i colori e gli odori della superficie terrestre, pur infettata dal neomodernismo e dal neopaganesimo, non sarà per questo un appestato da evitare a ogni costo, un dead man walking dell’Oblatio Munda. Forse, pur con tutti i suoi limiti, si tratta piuttosto di un uomo che ha capito che il predicare nel buio (oltre che far sovente addormentare) genera ombre (e talvolta mostri).

Solo così, fermando la spirale di un avvilente avvitamento, sarà possibile fare del “sedevacantismo” una presenza originale, un pugno di vinti ma non domi, una lanterna accesa (e non uno zampirone) nella gran notte della Sede vacante, in grado di far sentire al mondo tutto il peso di un giudizio integralmente cattolico sui fatti e sulla realtà.  

Nella festa di San Gaspare del Bufalo – All’Angelus

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