[CATALOGNA] La grande farsa

 catalogna

di Lorenzo Roselli

Barcellona, 1-O.

I media nostrani hanno descritto la situazione del 1° ottobre come una violenta repressione ai danni di pacifici manifestanti, con un governo centrale  intento a negare un’autodeterminazione di fatto pretesa dalla maggioranza del popolo catalano.

A vedere i telegiornali, sembrerebbe quasi che la Catalogna sia in questo momento retta da uno stato di polizia, animato dalla Guardia Civil ed il suo minaccioso fascio inciso nell’emblema del corpo.

Chi scrive, si è però trovato nel capoluogo catalano in quei giorni tumultuosi e nutre alcuni dubbi su questa narrazione.

Partiamo dai dati rilasciati dalla Generalitat de Catalunya a referendum concluso.

Solo il 42% degli aventi diritto in Catalogna ha votato nei seggi allestiti dalla Generalitat; un 42% invero supposto dato che, ai seggi, si sono presentati a votare minorenni e persino cittadini stranieri.

 

Alla domanda: « Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica? »

 

Circa il 91,96% ha risposto SI, 8,04% NO e l’1% ha invalidato la scheda o dato scheda bianca.

Un referendum che in Italia non avrebbe ottenuto il quorum necessario e che se tradotto su un piano meramente quantitativo di voti emessi, ci porterebbe alla seguente (e difficilmente sindacabile) deduzione: meno del 40% dei cittadini catalani vuole la secessione dalla Spagna.

Ciò è parso confermato dalla giornata di domenica: a Plaza de Catalunya, dove i separatisti si erano dati appuntamento tutto il giorno per un presidio in attesa dello spoglio, le bandiere catalane sono state in realtà poche decine. Già a partire dalle 16, la piazza è stata letteralmente invasa da una manifestazione spontanea di unionisti, la terza per le strade di Barcellona nel fine settimana del referendum.

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Manifestazione a Plaza de Catalunya domenica pomeriggio, foto di Lorenzo Roselli

 

Le dimostrazioni unioniste sono infatti le grandi dimenticate della cronaca giornalistica: durante la settimana si sono susseguiti presidi per l’unità di Spagna in tutte le principali città iberiche, Barcellona compresa, che ha visto nella giornata di sabato 30, di fronte alla Generalidad, il più grande un grande assemblamento.

 

Ad organizzare il sit-in l’associazione culturale Somatemps che si propone di difendere e promuovere l’identità spagnola in Catalugna, usando interamente la lingua catalana. Domenica mattina abbiamo avuto modo di incontrarne il presidente e fondatore, il Professor Josep Alsina, ad una conferenza di Somatemps in un albergo nel centro di Barcellona.

 

<<Nulla contraddice l’identità catalana più del separatismo.>>  Ci spiega. <<Il separatismo fonda le sue premesse su vere e proprie menzogne storiche ideate dalla propaganda di Luois Companys (presidente della Generalidad di Catalogna durante la guerra civile spagnola, ndr). Non è mai nemmeno propriamente esistito un regno di Catalogna essendo la regione  immediatamente soggetta alla corona di Aragona (diversamente, ad esempio, dal caso valenciano).

Non sarebbe poi immaginabile nulla dell’identità catalana, della sua cultura, della sua lingua e persino e della sua fiorente industria senza la politica protezionistica attuata dal Regno di Spagna nel XIX secolo.>>

 

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Con il Professor Josep Alsina

 

Somatemps è composta interamente da spagnoli “tali perché catalani”, ma non costituisce affatto un’eccezione nel fronte unionista. Tanti nelle piazze rosso-oro sventolano bandiere catalane costituzionali accanto a quelle spagnole, gridando a squarciagola:

“Visca Espanya, viva Catalunya!”

 [Viva la Spagna in catalano, viva la Catalogna in castegliano]

 Tantissimi degli unionisti presenti in piazza ci raccontano di essere di Barcellona o ed essere venuti appositamente da Girona, Tarragona, Lleida.

Insomma, un quadro ben diverso dalle orde di ultras sfegatati radunati da tutta la Spagna che hanno raccontato i telegiornali: i patrioti spagnoli parlavano principalmente catalano.

Del resto, la strategia unionista era proprio quella di organizzare tanti presidi in ogni regione della Spagna anziché un’unica grande adunata nel capoluogo catalano.

Tutto questo avveniva di fronte ad un grande monitor, installato dalla Generalitat, in cui venivano riportati in loop spezzoni di video decontestualizzati ed interviste rilasciate nei giorni precedenti, volti a mostrare le violenze continue che Madrid stava rivolgendo contro i cittadini recatisi ai seggi.

La percezione che se ne aveva in piazza, era quella di una specie di polpettone propagandistico in cui il referendum veniva mostrato come aprioristicamente legittimo senza nemmeno il tentativo di un contraddittorio.

Verso le 17, qualcuno è riuscito a a manomettere l’installazione e far saltare il filmato, un evento funesto accolto dalle grida di giubilo dei manifestanti unionisti.

 

I maggiori moti di parte separatista si sono registrati invece nella giornata di martedì, durante lo sciopero indetto dalla Confederaciòn Nacional de Trabajo (l’antico sindacato anarchico spagnolo) e svariate associazioni catalaniste, oltre a centri sociali locali e micro-formazioni di orientamento marxista o libertario, passando per sigle femministe.

Alla protesta, rivolta contro le violenze del regime di Madrid ed il rifiuto del governo dei Popolari di accettare il referendum, hanno aderito perlopiù studenti e liberi professionisti mentre l’attività dei mezzi pubblici è fortemente diminuita tra le 9:30 e le 17:00.

Nulla di tutto questo ha però avuto un impatto significativo sulla metropoli, se escludiamo il grande corteo separatista che ha attraversato la Rambla al grido Europe, save us  e ha motivato la chiusura della Sagrada Familia per l’intero pomeriggio, creando non pochi disagi ai turisti presenti.

Al termine della giornata, sopratutto con l’approssimarsi del discorso di Re Filippo VI, si sono uditi alcuni boati provenienti da case private accompagnati dal classico Cacerolazo: un gesto dimostrativo di origine sudamericana che consiste nel percuotere rumorosamente e ripetutamente pentolame, suppellettili da cucina od utensili familiari.

Ad una settimana da questi fatti, mentre Puigdemont si appresta a comunicare pubblicamente gli esiti di questo referendum e decretare il futuro della Catalogna, non resta che fare alcune considerazioni in libertà.

Domenica 1-O non si è vista certamente alcuna rivoluzione e, al netto di un clamore mediatico superiore ed una maggiore partecipazione, i dati emersi da questo referendum non sono da leggere in maniera più impegnativa di quelli del 2014.

Né la Guardia Civil né tantomeno i Mossos d’Esquadra sono riusciti a bloccare l’accesso ai seggi che sono risultati funzionanti per circa il 90%, dopo mesi di propaganda distorta del governo regionale volta a convincere i catalani che le posizioni di Madrid fossero mosse da un revival autoritario e non dal mero rispetto della carta costituzionale firmata nel ’78 dalla stessa Generalitat.

Un referendum di tal sorta, del resto, dove hanno votato minorenni, turisti stranieri, persone con documenti falsi anche più di una volta in seggi diversi, non potrebbe essere ritenuto legittimo nemmeno nello Stato Libero di Bananas di woodyalleniana memoria. La stessa Unione Europea verso cui le principali forze politiche separatiste, il Partito Democratico Europeo Catalano (a cui appartiene l’attuale presidente della Generalitat, Puigdemont) e Sinistra Repubblicana di Catalogna, sembrano guardare con tanta bramosia, ha parlato chiaro: Margarit Schinas portavoce della Commissione Europea ha liquidato la “questione catalana” come interna alla Spagna e ha ribadito come il referendum sia illegale.

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Un’ipotetica Repubblica Catalana, del resto, anche solo per fare formale richiesta di ammissione nell’UE dovrebbe ottenere l’assenso di tutti gli stati membri, Spagna compresa. Uno dei cinque passaggi formali che consentirebbero l’apertura dei negoziati è, infatti, l’assenso unanime del Consiglio dell’Unione Europea.

Ma allora a che gioco stanno esattamente giocando Carles Puigdemont e gli amici della coalizione separatista Junts pel Sì che si fonda proprio sull’attuazione di questo inattuabile referendum?

Azzardiamo una possibile risposta quantunque non esaustiva.

A fronte di una disoccupazione giunta nel 2017 ad un ragguardevole 15% e nonostante una martellante retorica su Madrid ladrona, la Catalogna è la regione autonoma a spendere di più in percentuale per il proprio parlamentino: 117.318€ per ciascun deputato ogni anno.

Anche i problemi legati alla corruzione nelle istituzioni regionali, criminalità giovanile e consumo di stupefacenti avanzano in un preoccupante crescendo mentre l’attentato di agosto ha evidenziato, oltre all’incompetenza del sindaco Ada Colau, evidente tare nella sicurezza interna e nell’efficienza dei Mossos.

Tanti aspetti che, a pensarci bene, pongono dubbi molto più seri sull’autonomia degli spauracchi agitati dalle forze separatiste contro il presunto “centralismo castigliano”, facilitata da oltre 40 anni di controllo pressoché totale sul sistema scolastico e mediatico della regione (un bambino proveniente dall’Andalusia, ad esempio, avrebbe seri problemi a frequentare una scuola pubblica dato che, per Legge, le lezioni devono tenersi in catalano).

In una Catalogna che, seppur a rilento, affonda con il resto di Spagna nel baratro dell’eurozona mediterranea, non resta che vendere il mito della secessione n vista dell’età dell’oro, nel quadro una grande farsa volta a tenere insieme il principale partito ultraliberista della regione con quello socialdemocratico, in un tetro milazzismo al rovescio che supera di gran lunga le grandi intese merkeliane.

E poco importa che Puigdemont venga destituito o l’autonomia sospesa: la parte dei martiri è bella che servita insieme ad un consenso facilmente usufruibile nei prossimi anni.

Mentre abbozzavamo questi pensieri, a tafferugli da referendum conclusi, stavamo trascorrendo l’ultima  serata a Barcellona. Ed è allora che abbiamo visto un albergo di pregio togliere dall’ingresso la bandiera separatista catalana. E tutto ci è stato chiaro.