Come pregare ‘infallibilmente’? Pregare con umiltà [da Sant’Alfonso M. de’ Liguori, ‘Del Gran Mezzo della Preghiera’]

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Volentieri offriamo ai nostri lettori alcuni estratti della celebre opera di Sant’Alfonso M. de’ Liguori intitolata “Del Gran Mezzo della Preghiera” (capo III), per imparare a pregare “infallibilmente” [RS]

III. – PREGARE CON UMILTÀ.

Quanto l’umiltà sia necessaria alla preghiera.

Il Signore ben guarda le preghiere dei suoi servi, ma dei servi umili (Sal 101,18). Altrimenti non le riguarda, ma le ributta. Dio resiste ai superbi, e agli umili dà la grazia (Gc 6,6). Dio non sente le orazioni dei superbi, che confidano nelle loro forze, e perciò li lascia nella loro propria miseria; ed in tale stato essi, privi del divino soccorso senza dubbio si perderanno. Ciò piangeva Davide: Io, diceva, ho peccato, perché non sono stato umile (Sal 118,67). E lo stesso avvenne a S. Pietro, il quale quantunque fosse stato avvisato da Gesù Cristo, che in quella notte tutti essi discepoli dovevano abbandonarlo: Tutti voi patirete scandalo per me in questa notte (Mt 26,31), egli nondimeno invece di conoscere la sua debolezza, e di domandare aiuto al Signore per non essergli infedele, troppo fidando nelle sue forze, disse, che se tutti l’avessero abbandonato, egli non l’avrebbe mai lasciato: Quando anche tutti fossero per patire scandalo per te, non sarà mai che io sia scandalizzato (Mt 26,33). E ancorché il Redentore nuovamente gli predicesse, che in quella notte prima di cantare il gallo l’avrebbe negato tre volte, pure fidando nel suo animo si vantò dicendo:

Quand’anche dovessi morire teco, non ti negherò (Ibid. 35). Ma che avvenne? Appena il miserabile entrò nella casa del Pontefice e fu rimproverato per discepolo di Gesù Cristo, egli tre volte infatti lo negò con giuramento, dicendo di non averlo mai conosciuto (Ibid. 72). Se Pietro si fosse umiliato, e avesse domandata al Signore la grazia della costanza, non lo avrebbe negato.

Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima di un monte sospesi sull’abisso di tutti i peccati, e sostenuti dal solo filo della grazia; se questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso, e commetteremo le scelleratezze più orrende: Se Dio non mi avesse soccorso, sarei caduto in mille peccati, ed ora starei nell’inferno (Sal 93,17); così diceva il Salmista, e così deve dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora san Francesco di Assisi, quando diceva, ch’esso era il peggiore peccatore del mondo. Ma, padre mio, gli disse il compagno, questo che dite, non è vero; vi sono molti nel mondo che certamente sono peggiori di voiSì che è troppo vero quel che dico, rispose il Santo, perché se Dio non mi tenesse le mani sopra, io commetterei tutti i peccati.

E’ di fede che senza l’aiuto della grazia non possiamo noi fare alcuna opera buona, e neppure avere un buon pensiero. Gli uomini, dice S. Agostino, senza la grazia, nulla possono fare di bene o col pensare, o con l’operare (De correct. et grat. c. II). Come l’occhio non può vedere senza la luce, così diceva il Santo, l’uomo non può fare alcun bene senza la grazia. E prima già lo disse l’Apostolo: Non perché noi siamo idonei a pensare alcuna cosa da noi come da noi, ma la nostra idoneità è da Dio (2 Cr 3,5). E prima dell’Apostolo lo disse già Davide: Se il Signore non edifica egli la casa, invano si affaticano quelli che la edificano (Sal 126,1). Indarno si affatica l’uomo a farsi santo, se Dio non vi mette la sua mano: Se il Signore non sarà egli il custode della città, indarno vigila colui che la custodisce (Ibid.). Se Dio non custodisce l’anima dai peccati, invano attenderà ella a custodirsi con le sue forze. E perciò si protestava poi il santo Profeta: Dunque non voglio sperare nelle mie armi ma solo in Dio che può salvarmi (Sal 42,7).

Onde chi ritrovasi fatta qualche cosa di bene, o non si trova caduto in maggiori peccati di quelli che ha commessi, dica con san Paolo: Per la grazia del Signore, sono quel che sono (1 Cr 15,10). E per la stessa ragione non deve lasciar di tremare e temere di cadere in ogni occasione: Per la qual cosa chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere (1 Cr 10,12). E con ciò il santo Apostolo vuole avvertirci, che sta in gran pericolo di caduta, chi si tiene sicuro di non cadere. E ne assegna la ragione in altro luogo dove dice: Imperocché se alcuno si tiene di esser qualche cosa, mentre non è nulla, questi seduce se stesso (Gal 6,3). Onde scrisse saggiamente sant’Ambrogio che in molti la presunzione di esser fermi è di ostacolo alla loro fermezza; nessuno certamente sarà fermo, se non chi si crede infermo (Serm. 76, n. 6. E. Bn.). Se taluno dice di non aver timore, è segno che costui fida in se stesso, e nei suoi propositi fatti; ma questi con tal confidenza perniciosa da sé medesimo viene sedotto, perché fidando nelle proprie forze, lascia di temere, e non temendo, lascia di raccomandarsi a Dio ed allora certamente cadrà. E così parimenti bisogna che ciascuno si guardi di ammirarsi con qualche vanagloria dei peccati degli altri; deve allora più presto tenersi in quanto a sé, per peggiore degli altri e dire: Signore, se voi non mi aveste aiutato avrei fatto peggio. Altrimenti permetterà il Signore, in castigo della sua superbia, che cada in colpe maggiori e più orrende. Pertanto ci avvisa l’Apostolo a procurarci l’eterna salute; ma come? sempre temendo e tremando (Fil 2,12). Sì, perché quegli che molto teme di cadere, diffida delle sue forze, perciò riponendo la sua confidenza in Dio, a Lui ricorrerà nei pericoli; Dio lo soccorrerà, e così vincerà le tentazioni, e si salverà.

S. Filippo Neri, camminando un giorno per Roma, andava dicendo: Sono disperato. Un certo religioso lo corresse: ma il Santo allora disse: Padre mio, sono disperato di me, ma confido in Dio. Così bisogna che facciamo noi, se vogliamo salvarci; bisogna che viviamo sempre disperati delle nostre forze; poiché così facendo, imiteremo S. Filippo, il quale, dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce.

Questa dunque per concludere, è tutta la grande scienza di un cristiano, dice sant’Agostino, il conoscere che niente egli è, niente può (In Ps. 70). Perciò così non cesserà di procurarsi da Dio con le preghiere quella forza che non ha, e che gli bisogna per resistere alle tentazioni e per fare il bene, ed allora farà tutto col soccorso di quel Signore, che non sa negare niente a chi lo prega con umiltà. La preghiera di un’anima umile penetra i cieli, e presentandosi al trono divino, di là non parte senza che Dio la guardi e l’esaudisca (Ecli 35). E siasi quest’anima resa rea di quanti peccati si voglia, Dio non sa disprezzare il cuore che si umilia (Sal 50,19). Quando il Signore è severo con i superbi e resiste alle loro domande, altrettanto è benigno e liberale con gli umili (Gc 4,6). Questo appunto disse un giorno Gesù a S. Caterina da Siena: Sappi o figlia, che chi umilmente persevera a chiedermi le grazie, farà acquisto di tutte le virtù” (Ap. Blos in concl. c. 3).

Dobbiamo preferire la via comune alla via straordinaria

Giova qui addurre un bell’avvertimento, che fa alle anime spirituali che desiderano di farsi sante, il dotto e piissimo mons. Palafox vescovo d’Osma, nell’annotazione che fa sulla lettera XVIII di S. Teresa. Ivi la Santa scrive al suo confessore, e gli dà conto di tutti i gradi d’orazione soprannaturale, con cui il Signore l’aveva favorita. All’incontro il citato prelato scrive che queste grazie soprannaturali, che Dio si degnò di fare a S. Teresa, ed ha fatte ad altri santi, non sono necessarie per giungere alla santità, poiché molte anime senza di esse vi sono giunte: e per contrario molte vi sono giunte, e poi si sono dannate. Pertanto dice di esser cosa superflua anzi presuntuosa, il desiderare e cercare tali doni soprannaturali, mentre la vera ed unica strada per diventare un’anima santa è l’esercitarsi nelle virtù, nell’amare Dio; al che si arriva per mezzo dell’orazione, e col corrispondere ai lumi ed aiuti di Dio, il quale altro non vuole che vederci santi (1 Ts 4,3).

Quindi il suddetto pio scrittore, parlando dei gradi dell’orazione soprannaturale, di cui scriveva la Santa, cioè dell’orazione di quiete, del sonno e sospensione delle potenze, dell’estasi, del ratto, del volo ed impeto di spirito e della ferita spirituale; saggiamente scrive e dice, che in quanto all’orazione di quiete, ciò che noi dobbiamo desiderare e domandare a Dio è, che ci liberi dall’attacco e dal desiderio dei beni mondani, che non danno pace, ma apportano inquietudine ed afflizione allo spirito: vanità delle vanità, ben li chiamò Salomone, afflizione di spirito (Ecli 1,2.14). Il cuore dell’uomo non troverà mai vera pace, se non si vuota di tutto ciò che non è Dio, per lasciare luogo al di Lui santo amore, affinché egli solo tutto lo possieda. Ma ciò l’anima da sé non può farlo; bisogna che l’ottenga dal Signore con replicate preghiere.

In quanto al sonno e sospensione delle potenze, dobbiamo chiedere a Dio la grazia di tenerle sopite per tutto il temporale, e solamente svegliate per considerare la divina bontà e per ambire l’amor divino, ed i beni eterni.

In quanto all’unione delle potenze, preghiamo che ci doni la grazia di non pensare, di non cercare, e di non volere se non quello che vuole Iddio; poiché tutta la santità e la perfezione dell’amore consiste nell’unire la nostra volontà con la volontà del Signore.

In quanto all’estasi e ratto, preghiamo Dio, che ci tragga fuori dall’amor disordinato di noi stessi e delle creature per tirarci tutti a sé.

In quanto al volo di spirito, preghiamolo a darci la grazia di vivere tutti staccati da questo mondo, e far come fanno le rondini che anche per alimentarsi non si fermano sulla terra, ma volando prendono il loro alimento: viene a dire che ci serviamo di questi beni temporali per quanto bisogna a sostenere la vita, ma sempre volando, senza fermarci sulla terra a cercare i gusti mondani.

In quanto all’impeto di spirito, preghiamo Dio, che ci doni il coraggio e la fortezza di farci violenza quanto bisogna per resistere agli assalti dei nemici, per superare le passioni, per abbracciare il patire anche in mezzo alle desolazioni e tedii spirituali.

In quanto finalmente alla ferita d’amore, siccome la ferita con il suo dolore rinnova sempre la memoria del suo male, così dobbiamo pregare Iddio di ferirci talmente il cuore col suo santo amore, che abbiamo sempre a ricordarci della sua bontà, e dell’affetto che ci ha portato; e con ciò viviamo continuamente amandolo e compiacendolo con le nostre opere ed affetti.

Ma tutte queste grazie non si ottengono senza l’orazione; e con l’orazione, purché ella sia umile, confidente e perseverante, tutto si ottiene.