Il razzismo culturale americano non capisce i nostri monumenti

EUR

 

di Marco Ventura

 

Ci mancava solo la manganellata pseudo-culturale del New Yorker. In nome di un’ideologia liberal molto poco liberale, ecco un articolo a firma di una professoressa di storia italiana all’Università  di New York, Ruth Ben-Ghiat. Una docente che ci invita con qualche impaziente indignazione a abbattere i monumenti dell’epoca fascista. In sintesi: «Come mai gli Stati Uniti si sono impegnati in un controverso processo di smantellamento del suo passato confederato, la Francia si è liberata di tutte le strade intitolate al maresciallo collaborazionista Pétain e l’Italia ha permesso ai monumenti fascisti di sopravvivere incontrastati?». Esplicito il riferimento alle parole recenti del presidente della Camera, Laura Boldrini. Marmo dello scandalo stavolta non la scritta “DUX” sull’obelisco del Foro Mussolini, ops! Foro Italico, ma uno dei capolavori dell’architettura razionalista, il Palazzo della Civiltà  italiana all’Eur. “Una reliquia di un’aberrante aggressione fascista”, la liquida la professoressa sul periodico-bandiera della sinistra americana.

“Lungi dal prendervi le distanze, in Italia viene celebrato come un’icona modernista”, aggiunge. Ma in rete la reazione non si è fatta attendere. I lettori non hanno gradito. Perché allora, obiettano alcuni, non smontare il Colosseo dove i leoni sbranavano i cristiani? Che poi l’ultimo esempio concreto di smantellamento di monumenti per motivi ideologico-religiosi è la campagna di jihadisti affiliati a Isis o Al Qaeda contro le vestigia di culture dedite alla “idolatria”. La polverizzazione delle gigantesche statue del Buddha in Afghanistan o la selettiva demolizione di Palmira e altri siti patrimonio dell’umanità . La storia fa strani effetti se viene letta con la lente del presente.

Succede così che la professoressa Ben-Ghiat ignori, o volutamente dimentichi, che intere città  sono state strappate da Mussolini alle paludi infestate dalla malaria. Nell’Agro pontino Latina e Sabaudia, o Littoria. L’Eur stesso fu costruito in quattro anni ed è l’ultimo progetto di respiro urbanistico della capitale, modello di un possibile decentramento amministrativo. Pittori fascisti come Mario Sironi sono stati salutati come “il più grande artista del momento” da artisti comunisti come Picasso che all’Esposizione universale di Parigi del ’37 espose la sua Guernica accanto al mosaico “L’Italia corporativa”. E “Fascio e martello” si intitola il libro-reportage (nato per Limes del tutt’altro che fascista Lucio Caracciolo) a firma Antonio Pennacchi attraverso non 12 come si credeva, ma 147 “città  del Duce”.

Sarà, osservano gli internet-nauti in risposta alla provocazione del “New Yorker”, che la storia per noi italiani (e romani e europei) ha un senso diverso che per gli Stati Uniti dove una torre del ‘700 ha un valore in proporzione analogo a quello dei resti di Pompei e viene messa sotto vetro. Da loro il passato non è remoto ma relativamente recente e non ammette stratificazioni di arte e pensiero millenarie come da noi. Noi camminiamo sulla Storia a ogni passo. Noi non passiamo con le automobili sugli elmetti dei soldati iraniani uccisi nella guerra con l’Iraq e inglobati nell’asfalto di Baghdad. Noi non abbattiamo le statue di Buddha, ma neanche quelle del generale Lee, e ci provoca un’alzata di sopracciglio l’idea che ci possano dare lezioni la Francia che tuttora esalta l’imperialista Napoleone e ne venera la Tomba monumentale, o gli Stati Uniti eternamente attraversati da odio razziale e raptus di follia mitragliera ma che si preoccupano di tirar giù qualche vecchia statua sulla quale cresce il muschio nei parchi della Georgia. Ecco, siamo troppo antichi per poterci permettere di passare il cancellino sul passato e rinnegare Guglielmo Marconi o il futurismo, in nome di una bonifica ideologica che predilige la guerra dei simboli alle lezioni della storia. Nel bene come nel male.

 

 

Fonte: Il Messaggero, ediz. di oggi lunedì 9 ottobre 2017