“Imagine” e la terrificante utopia di John Lennon

di Luca Fumagalli

Imagine

Imagine è una di quelle canzoni che segnano un’epoca ed entrano di diritto nella storia della musica. Le note del brano più celebre di John Lennon sono parte di un immaginario collettivo che affonda le sue radici in un mondo che sta nascendo, al termine della cosiddetta “età dell’oro” della Swinging London e della Beatlemania.

Il risveglio all’alba degli anni ’70, infatti, non fu certamente dei migliori. La “Summer of Love” del 1967 aveva stemperato nei suoi colori un’utopia di felicità universale che ormai aveva lasciato il posto al pessimismo e alla rassegnazione. La guerra in Vietnam non accennava a concludersi e la recessione economica bussava alle porte di mezza Europa. In generale, il decennio delle speranza, degli sconvolgimenti, dei numerosi movimenti che volevano cambiare il mondo, si era arenato sulla spiaggia della disillusione. Per giunta i Beatles avevano da poco annunciato ufficialmente il loro scioglimento.

A Tittenhurst Park, una villa in stile georgiano nei pressi di Ascot, poco distante dalla capitale inglese, John Lennon e Yoko Ono stavano dando libero sfogo al loro estro creativo. Nel 1971, dopo la pubblicazione degli album “simmetrici” che portano il titolo comune Plastic Ono Band, era venuto il momento per l’ex Beatle – nel frattempo impegnato a combattere una dura battaglia contro l’eroina – di lanciarsi in una nuova avventura, verso una fase, per così dire, più “autoriale”.

Imgine bussò alla porta per entrare di nascosto. All’apparenza, niente di trascendentale, solo una manciata di immagini semplici, intessute in un ordito di accordi che non ha nulla di sperimentale. Tre minuti appena per alimentare un miracolo – un sogno hippie che si avvera – e al tempo stesso per esprimere una concezione dell’esistenza che esclude la prospettiva soprannaturale, un cerchio di matrice relativista che si chiude, trovando la sua espressione in chiave musicale. Più che un sogno utopico fatto di pace universale e comunitarismo senza identità o barriere, Imagine appare al fondo come l’elogio di una distopia anti-umana, figlia del nulla, del fallimento esistenziale e di una tristezza che non trova consolazione.

A indagare i molti retroscena della canzone di Lennon ci pensa David Nieri con il suo libro Imagine. Utopia o nichilismo?, pubblicato nel 2016 dalla meritoria casa editrice La Vela. Agile, godibile e scritto meravigliosamente, il saggio di Nieri è una preziosa occasione anche e soprattutto per fare i conti con il retropensiero che è andato a formare l’attuale società secolarizzata. A partire da Imagine, il discorso si allarga per indagare le radici della disillusione postmoderna, di quel milieu di rassegnazione e rabbiosa negazione della religione che caratterizza un’umanità priva di bussola, che per vivere crede basti sostituire il sangue con coriandoli colorati e con tante buone intenzioni.

Imagine, per concludere, è quel grigio riflesso dell’uomo e del suo destino che solo uno specchio deformato dall’ideologia e dal nichilismo può produrre.

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