Referendum: l’insostenibile leggerezza del nulla (forse)

di Luca Fumagalli

Fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Potremmo definire così il battage mediatico nato intorno al referendum del 22 ottobre. Il tentativo di creare le basi per una minima rivendicazione autonomista – di stampo principalmente fiscale – in Lombardia e Veneto ha scatenato un vivace dibattito che, al netto di tutto, ha avuto almeno il merito di riportare in primo piano la cosiddetta “questione settentrionale”.

Il governo, riemerso dal letargo esistenziale da cui si sveglia solo quando suona il gong dello Ius soli o dei diritti civili, è stato costretto a fare i conti con un risultato inequivocabile. Qualcuno, sulle prime, ha cercato di minimizzare, facendo appello alle basse percentuali dei votanti; poi, cambiando rotta, sono seguite una serie di dichiarazioni di ministri e sottosegretari, tutti a dire che il nord può e deve ottenere qualcosa, che avrà certamente un ventaglio più ampio di competenze, ma, naturalmente, i soldi non si toccano: il rubinetto del Lombardo-Veneto dovrà, in altre parole, continuare ad alimentare il pozzo senza fondo della macchina romana.

A tal proposito alcune testate del sud di cui, per pietà, si tace il nome, hanno parlato di fantasmagoriche secessioni, paventando scenari apocalittici di un sud ridotto alla fame, senza più un euro per poter tirare avanti a campare. Oltre al cattivo gusto, questi giornali non si rendono conto che, così facendo, alimentano indirettamente l’immagine – peraltro non così lontana dalla realtà – di un sud cronicamente parassitario, incapace (per colpe proprie e altrui) persino del più piccolo sussulto di dignità.

Chi poi, magari galvanizzato dai recenti scontri in Spagna, si è lanciato in appelli nazionalistici fuori tempo massimo, si commenta da solo. Per essere gentili, diciamo che vive fuori dalla realtà.

Indipendentemente da come la si pensi, quella del referendum è stata comunque una preziosa occasione per riconfermare che in Italia, soprattutto quando vai a toccare il portafoglio, la trinità del “Dio, Patria e Famiglia” unisce destra e sinistra più del calcio. Chissà perché, ma ho il sospetto che se la Sicilia chiedesse la secessione, il nord farebbe festa per settimane intere.

Tornando al tema centrale, è inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta, si diceva, perché le cose semplicemente non cambieranno. Le questioni fiscali, infatti, anche dal punto di vista costituzionale non possono essere materia di contrattazione col governo e, ancora più grave, questo ipotetico percorso verso l’autonomia è guidato da una classe politica che negli ultimi 20 anni è passata con grande sprezzatura del pericolo dalla secessione al federalismo, dal  berlusconismo al nazionalismo salviniano.

Intendiamoci, io ho votato “Sì” e, fosse per me, chiederei domani mattina l’annessione della Lombardia alla Svizzera o all’Austria. Forse è stato fatto un piccolo passo in direzione di una più equa distribuzione della ricchezza, ma nulla mi può togliere dalla mente che le cose, come sempre in questo Paese, o finiranno nel nulla o muteranno corso non appena i politici avranno fiutato nuove e più lucrative opportunità per loro stessi (si veda, ad esempio, la polemica odierna tra Maroni e Zaia a proposito dello statuto speciale per il Veneto).

Spero sinceramente di sbagliarmi.