Alberto e l’interpretazione dei sogni: divertissment in tre movimenti

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(per una miglior comprensione, occorre immaginare il racconto ambientato all’epoca di Benedetto XVI)

                        Primo movimento. Allegretto stravagante

Alberto si trovava in un’aula universitaria. Un’aula magna. Sedeva nei banchi tra studenti e curiosi, in una posizione un poco defilata, sulla destra. Al centro dell’anfitetatro, sprofondato su una poltrona posta dietro un lungo tavolo, un individuo dalle sopracciglia folte e con gli occhi cisposi parlava; disegni di lettere e di note fuggivano copiosi dalla sua bocca dischiusa, volteggiavano per un po’ innalzandosi nell’aria e infine planavano su chiome fluenti e su calvizie, accarezzavano labbra e narici, per poi penetrare fondendosi in occhi e orecchie.

Ma l’università era anche una immensa chiesa dalla moderna architettura, l’interno di una cattedrale. Chiesa? Beh, altro non poteva essere. E l’individuo, con il volto quadrato e una folta barba da gnomo, ora sul pulpito, ora all’altare, si esercitava da giocoliere lanciando e riprendendo ceri accesi, masticando nel contempo fogli di antichi antifonari, che ruminava a lungo trasformandoli in trombe di Menelik. La folla, assopita ma attenta a ogni gesto, sedeva in semicerchio su panche di forma ondeggiante.

Ma la cattedrale era anche un salotto televisivo, addobbato con nudità stagionate che si agitavano sui loro seggioloni come larve di mosca carnaria su una carogna. L’individuo ora parlava con la regina del salotto, e mentre parlava nuotava tra le discinte larve, impiastricciandosene i baffi che lisciava con tozze dita; poi volgeva l’occhio glauco al soffitto, da dove traeva ispirazione. I proseliti guardavano da dietro spessi vetri, accalcandosi gli uni sugli altri.

Ma la televisione era anche una spiaggia, un lungo litorale dove l’individuo, basso e tarchiato, passeggiava e discorreva agitando le braccia, seguito a una decina di metri dalla muta turba degli adepti; e il discorso, unendosi al suono dei passi sulla sabbia, si trasformava nel canto ipnotico di un mantra. Alberto si percepì come un roditore che seguiva il magico pifferaio verso un destino ignoto, sorcio nella fiumana di sorci.

Ma era giunta l’ora del pranzo e la truppa si mosse verso un ristorante. Entrarono, e il ristorante era un enorme uovo di Pasqua di cioccolato, di cui occupavano l’interno; e la folla si era ridotta a una dozzina di persone. L’individuo sedeva al centro di un tavolo rettangolare, attorniato dai fedeli. Arrivavano le varie portate, ma l’individuo non toccava cibo. Continuava invece a parlare, mentre impugnava con la destra il cucchiaio, che era però uno scettro con in cima un uovo. L’individuo mostrava lo scettro ai commensali, e l’uovo dello scettro era la sua stessa testa che parlava loro. Di quando in quando l’individuo volgeva a sé lo scettro, ed ecco che questo si mutava improvvisamente in altri volti con cui dialogava a mezza voce. Alcuni di questi volti sembravano conosciuti, specialmente uno dotato di una barbetta da satiro e di occhialini tondi, ma Alberto non avrebbe saputo dire di chi fossero; altri gli erano del tutto ignoti. Poi lo scettro riassumeva le sembianze della testa dell’individuo, ed egli lo rivolgeva nuovamente agli astanti, a loro edificazione.

Dalla bocca dello scettro uscivano parole, e con le parole uscivano talora getti di cioccolato fuso, che colpivano i volti e gli abiti dei presenti, imbrattandoli. Ma essi erano felici e raccoglievano il cioccolato con le dita, portandosele poi alla bocca e leccandole a lungo. Lo scettro eruttava con particolare generosità quando l’individuo lo orientava verso un anziano signore dalle vesti candide, l’unico che pareva non gradire l’omaggio e che non se ne cibava. La bocca mirava specie al volto e al petto, ma il fluido riusciva a inzaccherare solo la parte dell’abito sotto la cintola, mentre sembrava scivolar via dalle altre zone senza lasciar traccia.

Alberto venne colpito da uno schizzo di cioccolato sulla guancia. Imitò gli altri, raccogliendolo con le dita e portandolo alla bocca. Il sapore gli parve amaro, poco gradevole. Cercò di parlarne con il vicino di sinistra, ma questi era attento solo alle parole che lo scettro riversava in continuazione. Provò con il vicino di destra, che però non si curava d’altro che di continuare a leccarsi le dita. Incrociò lo sguardo dell’anziano signore in candide vesti, che parve addolorato ma rimase in silenzio. Tentò allora di parlare pubblicamente. Lo scettro a questo punto si volse verso di lui con un’espressione di rimprovero.

Alberto si ritrovò improvvisamente su una ripida china montana. Correva disperatamente lungo un sentiero in discesa, mentre dietro di lui volava uno scettro, che dalla bocca di gnomo crudele espelleva confetti bianchi e neri. I confetti erano ciottoli di fiume scagliati con violenza. Venne colpito alla nuca e sentì dolore.

Alberto si svegliò.

«Ohibò, mi son messo a fare sogni cubisti» pensò.

Alberto scappò dallo psicanalista.

                        Secondo movimento. Andante ripetitivo e fuga

«Come diceva Freud…»

Alberto era disteso sul lettino e ascoltava il lento fluire delle parole.

«Come Freud diceva…»

Non era completamente disteso, perché il lettino anatomico gli teneva il busto sollevato con un’angolazione di una trentina di gradi.

«Freud diceva…»

Le pareti erano di un colore indefinibile, che la bassa luce soffusa rendeva ancora più indecifrabile.

«… Freud…»

La temperatura era gradevolmente calda, ancor più gradevole pensando all’intenso freddo invernale dell’ambiente esterno.

«… Freud…»

Da qualche parte nella stanza proveniva una musica di sottofondo, un lento susseguirsi di quiete onde sonore; una musica circolare, che non poteva avere né inizio, né fine, né sviluppo, ma che si avvolgeva incessantemente e impercettibilmente su sé stessa.

«… Freud…»

La voce dello psicanalista era come una nenia ipnotizzante. Era quasi sicuro di aver udito di recente qualcosa di simile, ma non rammentava dove e quando.

«Come dice Freud, lei deve aver avuto un rapporto conflittuale con suo padre…»

Alberto non poteva certo negare che il rapporto con il padre era stato difficile.

«… che, come Freud dice, ha proiettato sul misterioso personaggio del suo sogno…»

L’individuo del sogno in realtà non gli pareva somigliasse minimamente a suo padre, né per i tratti somatici, né per il comportamento. Ma si sa, un sogno è un sogno.

«… lei da bambino, Freud insegna, voleva mangiare cioccolato e suo padre glielo proibiva…»

Certo, mangiare cioccolato gli era sempre piaciuto. Che il padre glielo proibisse non lo rammentava. Però, non gli avrebbe permesso di esagerare: su questo poteva convenire.

«… la violenza esercitata da suo padre, come testimonia Freud, è certo il fattore che spiega l’ambientazione plurima del sogno…»

Alberto cercò di ricordare che tipo di violenza avesse subito dal padre.

«… l’aula universitaria, come si deduce da Freud, indica che suo padre voleva imporle uno studio non gradito…»

Ecco, questo è vero. Padre e madre – ma soprattutto la madre – ci tenevano moltissimo che si laureasse.

«… e la obbligava a andare in chiesa controvoglia, su questo Freud è lampante…»

Anche questo, sì. Da ragazzo avrebbe fatto volentieri a meno di qualche messa. Soprattutto le prediche lo annoiavano mortalmente. Ma era sua madre che soleva imporsi su questo punto.

«… la spiaggia, come indica Freud, significa che lei desiderava passare le vacanze al mare e che suo padre la portava sempre e solo in montagna…»

No, no. Il mare non l’aveva mai potuto soffrire. Però è vero, i suoi lo avevano sempre portato in montagna. E lui che pensava di dover essere loro grato per questo…

«… e non poteva scegliere i programmi televisivi, Freud…»

Dunque, la televisione; chi impugnava il telecomando?

«… secondo Freud, soprattutto le impediva di guardare spogliarelli…»

Questo senz’altro. Ma alla presenza del padre – o peggio ancora della madre – non li avrebbe guardati comunque: sarebbe stato troppo imbarazzante.

«… il sesso… Freud… il sesso… Freud… il sesso… Freud…»

Alberto temette per un attimo che lo psicanalista si fosse ipnotizzato da solo.

«… l’uovo, dice Freud, simbolo sessuale per eccellenza…»

L’uovo, a dire il vero, non gli aveva mai suggerito una simbologia sessuale. Però, era possibile, anzi plausibile, anzi, pressoché sicuro.

«… il cioccolato, che Freud ci insegna essere culmine della fase orale…»

Sì, senz’altro, il cioccolato è fatto per essere mangiato, cos’altro?

«… l’uovo di cioccolato, oh Freud, Freud, anello di congiunzione tra fase orale e fase…»

Le uova di cioccolato lo avevano sempre attratto in modo particolare. Ecco, forse c’era una spiegazione.

«… un desiderio così intenso, per Freud, da proiettarsi nel sogno all’interno dell’uovo di cioccolato…»

Un uovo così grande da penetrarci dentro e mangiarlo dall’interno. L’idea non è male. Quella parte del sogno era stata piacevole. Almeno fino alla scoperta del sapore amaro.

«… regressione, scoprì Freud, nell’utero materno che l’uovo… »

La musica si fondeva alle parole e invitava al sonno, un sonno capace di riportarlo al tempo antecedente la nascita.

«… Freud, suo padre vestiva certo di bianco, ecco il canuto signore…»

No, no, mai vestito di bianco. Abiti chiari però sì, certamente, specie nelle stagioni calde.

«… lei voleva vederlo colpito, Freud dimostra che… »

Questo avrebbe potuto senz’altro escluderlo. Certamente escluderlo. Quasi certamente.

«… ma, grande Freud, non ha avuto neppure il coraggio di realizzarlo nell’inconscio…»

Allora anche questa era un’altra di quelle cose che avrebbe voluto fare e in cui falliva anche in sogno.

«… tranne che le parti basse, Freud e il timore di castrazione…»

Sì, timore del tutto fondato, non è una cosa simpatica.

«… Freud, come transfert in odio ai genitali paterni…»

Ma, a pensarci bene, il padre non era già simbolizzato dal misterioso individuo?

«… Freud, l’interscambiabilità dei simboli, la loro duplicità…»

Allora anche il candido vecchio?

«… come i mille volti dello scettro che, oh Freud!, come cucchiaio vorrebbe mordere e annientare…»

Già, già, lo scettro inizialmente era nient’altro che un cucchiaio.

«… e per autopunizione, Freud lo dice, ha abbandonato l’accogliente nido dell’uovo per l’aspro mondo esterno…»

Cacciato più che abbandonato. Ma forse era un desiderio inconscio.

«… Freud vinxit…»

Eh sì, questo Freud ha sconfitto le tenebre della superstizione…

«… Freud regnat…»

Eh sì, questo Freud è stato proprio un grande…

«… Freud imperat…»

Eh sì, …

«… Freud …»

Freud. Alberto si ricordò improvvisamente di uno dei volti assunti dallo scettro. Quello con la barbetta e gli occhialini tondi, cui non era stato in grado di associare un nome: era il volto di Freud.

Alberto scappò dallo psicanalista.

 

 

 

                        Terzo movimento. Presto risoluto e scherzo finale

 

 

Svoltando di corsa l’angolo dell’isolato, Alberto andò a sbattere contro un esile fraticello avvolto nel suo saio, quasi gettandolo a terra. Iniziò a borbottare qualche parola di scusa, ma il frate non gli diede tempo di continuare. Scrutò Alberto negli occhi e gli disse: «Proprio come immaginavo. È un caso grave. Tu hai bisogno di me. Seguimi». E, senza dargli tempo di rispondere, lo afferrò per il braccio e lo trascinò con sé.

Alberto si ritrovò in una piccola stanza disadorna e quasi fredda, seduto su un basso e scomodo sgabello, sovrastato dal fraticello che si era installato su un trespolo altrettanto scomodo, ma decisamente più alto. Il fraticello iniziò a parlare.

«L’individuo del tuo sogno era il gran rugu di Sebo, un perfido ingannatore che ama travestirsi da filantropo, mescolarsi agli uomini di chiesa, fingere una scienza che non possiede, farsi passare per monaco, frequentare ambigui salotti, ostentare una falsa carità, scrivere libri per corrompere le coscienze, unire quanto dovrebbe rimanere separato e separare quanto dovrebbe restare unito.

«La sua carriera iniziò molti anni or sono, quando riuscì a circuire un pellegrino che credette alla sua mistificazione. Da allora il suo potere è andato aumentando di giorno in giorno e più nessuno osa contraddirlo.

«Nel tuo sogno, che ti è stato inviato per salvarti, hai ripercorso le tappe della tua relazione con lui. Un giorno eri andato a un convegno tenuto presso una facoltà universitaria, mosso dalla curiosità di sentirlo parlare, fidandoti ciecamente delle tue facoltà critiche. Lì egli cominciò a irretirti. Il passo successivo avvenne nel duomo della tua città, dove al rugu fu consentito di predicare e dove continuò a tessere la sua tela. Da allora lo seguisti nelle sue numerose apparizioni televisive, e ti recasti anche presso il lido dove raduna i seguaci, credendo di agire di tua volontà, mentre eri mosso dai fili che egli tirava e allentava a piacere, ormai divenuto padrone del tuo corpo e prossimo a farsi signore della tua anima.

«Infine fosti con lui a un banchetto, e restasti ammaliato dalla sua poliedrica personalità, capace di presentarsi a ognuno dei convitati sotto l’aspetto più congeniale per penetrarne le ultime difese. Ma i mille volti del suo scettro non sono che i mille demoni che lo abitano e che lo istruiscono. Perché, per poter signoreggiare tra gli uomini, si è fatto servo del principe delle tenebre.

«Il vegliardo vestito di bianco è l’unico che avrebbe il potere di annientare il rugu ma, poiché ha confuso la carità con la debolezza, gli manca la determinazione di farlo. Il suo essere però è tale che, nonostante questa pecca, il rugu non può corromperlo totalmente. Ecco perché il sudicio fango che questi emetteva scivolava dal volto e dall’abito senza lasciare traccia. L’umana colpevolezza rende invece possibile che la parte inferiore della veste, ma solo questa, venga lordata dalle infamie.

«Ora vai: conosci tutto quello che devi sapere e capirai cosa dovrai fare.»

Alberto si trovò quasi inavvertitamente sulla strada che conduceva alla sua abitazione. Lungo il percorso passò davanti alla propria parrocchia, dove su una locandina da poco appesa campeggiava il volto ammiccante del rugu di Sebo, effigiato sulla copertina del suo ultimo libro.

Alberto si avvicinò e premette delicatamente sulle lettere, che come per incanto si mossero sotto le sue dita, scambiandosi di posto per comporre il vero nome del rugu, il cui sorriso si mutò in un’orrenda smorfia, vertice di ira e di dolore. Nonostante sforzi disperati, non poté afferrare Alberto e rimase incollato sul muro, col volto per sempre smascherato offerto al ludibrio dei passanti.

Il primo fu un ragazzino: visto il brutto ceffo che occhieggiava dal manifesto, gli stampò sulla fronte quanto restava di un cono al cioccolato.

Alberto si incamminò tranquillamente felice verso la meta.