Avanti anche coi figli pubblici dei preti. E andiamo.

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di Giovanni Panettiere

 

Il velo di omertà e irresponsabilità, che da secoli ammanta storie e destini dei figli dei preti, sta per essere squarciato. A pochi giorni di distanza dalla pubblicazione della nostra inchiesta sui nati dalle relazioni clandestine dei sacerdoti, la Santa Sede ha scritto per la prima volta in via ufficiale a Coping international, l’associazione che rappresenta su scala mondiale i children of priests. A inviare la lettera è stata la Pontificia commissione per la tutela dei minori, organismo che, pur se istituito nel 2014 da papa Francesco per fronteggiare lo scandalo della pedofilia nel clero, ha come mandato quello più generico di promuovere la responsabilità delle Chiese particolari nella protezione di tutti i minori e adulti vulnerabili.

Tra questi sono annoverabili i circa 4mila figli di preti (fonte Coping international), il più delle volte cresciuti senza un padre che in qualche modo si prendesse cura di loro, in molti casi patendo forti disagi psicologici ed economici, in un contesto sociale ed ecclesiale spesso ostile e contrassegnato da segreti e maldicenze. «Nella riunione più recente della Pontificia commissione per la tutela dei minori — si legge nella missiva del 24 ottobre scorso in cui si esprime apprezzamento per le attività di Coping international — è stato deciso che il gruppo di lavoro incaricato di definire gli orientamenti dovrebbe prendere in considerazione la stesura di linee guida sulla questione dei figli dei preti». Per il momento si aggiunge solo che «stiamo appena iniziando il lavoro», senza fornire alcuna tempistica sull’uscita del documento. Tradotto, la macchina vaticana si è messa in moto, ma ci vorrà il suo tempo per arrivare a destinazione, perché «il problema è complesso e necessita di un’attenta valutazione».

Che il nodo sia difficile da sciogliere lo dimostra il fatto che il diritto canonico, una volta affermato il doppio obbligo per i preti (di rito latino) del celibato e della continenza, non prevede alcuna disciplina specifica per i casi di paternità in abito talare. A dare qualche indicazione ci hanno pensato i vescovi irlandesi che nell’agosto scorso, unici al mondo, hanno pubblicato delle linee guida in materia. Affidandosi al discernimento caso per caso e senza obbligare il sacerdote-papà a lasciare il ministero, l’episcopato della Terra di smeraldo precisa che «il minimo» da farsi in situazioni così delicate è che il diretto interessato «non fugga dalle proprie responsabilità» e che le stesse autorità ecclesiali agiscano in tal senso. «Le necessità del bambino — scrivono i vescovi — devono venire per prime».

In attesa della pubblicazione di direttive universali, la Pontificia commissione per la tutela dei minori chiarisce che «stiamo esaminando tutte le linee guida esistenti su questo tema come la recente dichiarazione della Conferenza episcopale irlandese». Vedremo se paternità e sacerdozio potranno essere compatibili, come pensano taluni teologi e Vincent Doyle, leader di Coping international.

Non la vede così il cardinale Sean O’Malley, al vertice dell’organismo per la tutela dei minori, che ad agosto disse: «Se un prete è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero». Il dibattito resta aperto. «L’importante è che il Vaticano abbia preso cognizione del problema — precisa Doyle —. Spero si concentrino su come affrontare le ferite psicologiche inflitte a un bambino da un genitore che antepone la segretezza al benessere del minore».

 

 

 

Fonte: Quotidiano Nazionale, edizione odierna

 

 

 

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