Femina virili pectore: Antonia Mesina, donna, martire, santa.

antonia mesina

 

 

di Giuliano Zoroddu

 

“Mai più sante, solo donne”. È questo lo slogan, a voler esser clementi, ambiguo, la Regione Puglia ha scelto per la Giornata contro la violenza sulle donne, che volendo affrontare un tema sicuramente serio, finisce per trasformarsi nel solito comizio femminista. Sorvolando sul triste motto di codesti difensori della donna (e allo stesso tempo affittuari di uteri), vogliamo presentare una figura di una donna, vittima di violenza, e allo stesso tempo santa. Parliamo della beata Antonia Mesina, vergine di Orgosolo, prima discepola di santa Maria Goretti nella purezza e nel martirio.

Nata a Orgosolo il 21 giugno 1919, il giorno dell’angelico Luigi Gonzaga, in una famiglia povera ma di buoni cristiani, Antonia fu battezzata il 30 giugno nella parrocchiale di sn Pietro. Il 10 novembre dell’anno dopo, ricevette la Santa Cresima per le mani di Monsignor Luigi Canepa, Vescovo di Nuoro. A sette anni, a Corpus Domini, giusta le disposizioni di san Pio X, ricevette la Prima Comunione. In un equilibrato connubio di modestia, serietà, allegria e giovialità, la fanciulla, entra nel 1929 fra le fila della Gioventù Femminile di Azione Cattolica per servire Gesù, Re Sacramentato, sull’esempio di Maria Goretti, che per difendere la sua verginità morì martire il 6 luglio 1902. Appreso di un orrendo delitto avvenuto a Lollove (piccola frazione della città di Nuoro) ella stessa dichiarò alla madre e al padre: «Si diat capitare a mimmi menzus mi dio hahere morrere e ischerfare hommente una hulmiha» (Se dovesse accadere a me, mi farei piuttosto uccidere e schiacciare come una formica)[1].  E questo eroico proponimento lo mise in pratica la mattina del 17 maggio 1934.  Si doveva fare il pane quel giorno e abbisognava la legna, sicché Antonia avrebbe dovuto procurarla. Alzatasi di buon mattino, udita la messa e fatta la comunione, si diresse assieme alla compagna Antonia Anna Castangia verso la località denominata “Ovadduthai”. Qui si compirono la tragedia e il trionfo sul corpo illibato della sedicenne: tal Ignazio Catgiu, di ventuno anni, evidentemente attratto dalla nota bellezza di Antonia le balzò addosso con impura violenza. Mentre Annedda, al grido di Antonia, era corsa a cercare aiuto, il bruto assalitore non riuscendo a trionfare della assalita che si difendeva con ardore – l’autopsia accertò l’intemerata verginità dell’uccisa – la massacrava con 74 colpi di pietra inferti su tutto il corpo. Il viso, irriconoscibile per le impressionanti tumefazioni, quando fu rinvenuto il cadavere, ricordò a tutti il Volto del Crocefisso: la martire era così, anche materialmente, configurata a Colui per amor del quale aveva sparso copiosissimo il sangue! I sacerdoti e il popolo, il giornale diocesano “L’Ortobene”, le personalità di spicco dell’Azione Cattolica e del Laicato la acclamarono tutti ad una sola voce “Martire della Purezza”. Nel 1938 Monsignor Giuseppe Cogoni, allora Vescovo di Nuoro, apriva il processo diocesano per la beatificazione. Armida Barelli si fece propagatrice della storia di questa “piccola sarda” che aveva imporporato col suo sangue di Martire la Gioventù Femminile di Azione Cattolica. A lei, il padre di Antonia, Agostino, consegnò l’abito tradizionale della figlia, perché fosse devotamente conservato a Milano. Sempre lei rese noto il fatto a Pio XI il 5 ottobre 1935: «Nell’’umiliare ai piedi della Santità Vostra l’ardentissimo nostro desiderio di vedere annoverata tra i beati l’umile figlia dei campi [Maria Goretti, ndr], ci permettiamo di presentare il primo fiore della Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana, il primo giglio reciso dal martirio, la sedicenne Antonia Mesina»[2]. «Ecco una nuova Maria Goretti»[3] rispose il Sommo Pontefice.

Giudichino gli atei, i laicisti, gli emancipatori di professione, la muliebre virilità di una donna, l’esempio di fortezza di una Santa, morta per affermare «il primato dell’anima … il senso divino della vita»[4], senza i quali si scade in quell’anarchia morale che con l’emancipazione sessuale apre  la strada ai vizi più turpi che portano solo alla rovina propria e altrui.

 

 


[1] G. Sanna, Martirio a Orgosolo, L’Ortobene, Nuoro, 1987, p. 42.
[2] Ivi, pp. 100-101.
[3] Ibidem.
[4]  Don Gavino Lai, Una Martire di Purezza cit. in G. Sanna, op. cit., pp. 97-98.

 

 

 

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