I social, il Russiagate. E noi.

russiagate

di Massimo Micaletti

Le evoluzioni del Russiagate lo fanno sempre più somigliare ad una di quelle nefaste malattie per cui il sistema immunitario dell’organismo ne attacca, senza alcuna reale causa, la parte sana senza più riconoscerla. Voglio dire: non c’è Presidente più americano di Trump dai tempi di Ronald Reagan (o forse prima) eppure l’apparato USA si mobilita contro di lui sulla base di poco più che fuffa ribollente. Forse perché l’apparato – o come lo chiama qualcuno con una suggestiva locuzione, il deep state – americano non è… americano, ma funzionale ad altri interessi. E dinanzi alla disorientata spocchia dei clintonari e degli obaminevoli si può solo evocare una fulminante battuta cinematografica di non ricordo più quale film: “Cosa è successo al sogno americano?” “E’ successo che si è avverato”.

Ma non è di Trump che voglio parlare, anche perché il personaggio ha limiti evidenti, al di là della coraggiosa, costante e coerente battaglia sul fronte della tutela della vita e della famiglia che da sola, a mio sommesso avviso, gli guadagna comunque, ad oggi, un giudizio positivo; voglio parlare di una interessante tappa del Fuffagate, meglio noto come Russiagate.

Mi riferisco alle audizioni dei responsabili di Facebook, Twitter, Alphabet e Google da parte degli inquirenti del Congresso che devono ricostruire (a tutti i costi, pare) i presunti legami tra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia. Evidentemente, ai venticinque milioni di dollari dell’Arabia Saudita alla campagna della Clinton penseranno un’altra volta (venticinque milioni di dollari! Quasi non ne restavano più per finanziare l’ISIS!).

Come qualcuno avrà letto o sentito, infatti, il primo novembre queste aziende hanno diffuso dati relativi ai loro utenti ed ai presunti rapporti tra i loro post (o tweet o ricerche o visualizzazioni YouTube) e contenuti “sostenuti dalla Russia”.

Facebook, ad esempio, ha depositato una memoria scritta ove ha dichiarato che oltre centoventiseimilioni di utenti sono stati “esposti” a questi contenuti (individuati come pericolosi solo perché riferibili ad aziende russe[1]), con tanto di ammenda di Zuckerberg che si è impegnato a “controlli più severi contro gli abusi”. A detta della stessa intelligence USA, questi abusi su Facebook consistono, nel caso di specie, nell’acquisto di “ads” da parte di 470 profili “non verificati” per centomila dollari nell’arco di due anni (centomila dollari per pubblicità aziendali (centomila dollari in due anni: ripensate ai venticinque milioni sauditi alla Clinton). E’ singolare constatare che in ordine a questi 470 “profili non verificati” non c’è alcuna prova del legame con la Russia e che i post “incriminati” non sono di propaganda elettorale o pro Trump, bensì hanno ad oggetto il contrasto alle pretese LGBT, il diritto alle armi, questioni razziali et similia[2]: tutte tematiche “pesanti” in USA, certamente, ma altrettanto certamente non appannaggio esclusivo di Donald Trump né tantomeno ex se indicative di una longa manus russa. Giusto per fare un paragone, i “profili non verificati” operanti in propaganda elettorale nelle scorse elezioni francesi sono stati 30.000 (trentamila) mentre ce ne sono stati “migliaia” (come ha ammesso lo stesso Zuckerberg) anche nell’ultima tornata in Germania: tutti tentacoli sovietici? Ora, se questi sono gli “abusi”, viene da chiedersi in cosa consisteranno i controlli: se uno pubblica la foto di una bottiglia di Vodka viene bloccato per sei mesi mentre i post di bestemmie o oscenità “rispettano gli standard della comunità”? Twitter, dal canto suo, ulula che oltre trentaseimila “bot” in odor di Russia avrebbero diffuso unmilionequattrocentomila tweet per duecentottantottomilioni di utenti, sempre sui temi di cui sopra, mentre YouTube s’è impegnata ad una maggior vigilanza sulle pubblicità elettorali: sostanzialmente, lo scopo è bannare una nazione intera, una sorta di social embargo fondato su contatti, connessioni e tematiche che sono ordinari sulle piattaforme interessate. Ma non è questo il punto: Twitter, Google, Facebook sono aziende private e possono fare quello che gli conviene (meglio, quello che conviene a coloro che le controllano).

Il punto è che, al dunque – e il dunque è il deep state americano e la sua creatura Fuffagate – queste aziende spifferano tutto e dimostrano di sapere tutto di quel che si fa, di quel che si scrive, di chi appoggia o sostiene cosa. Già lo si sapeva, ma qualcuno forse credeva ancora che la raccolta dei dati e delle preferenze avesse fini solo commerciali, invece abbiamo visto che può essere usata per censire le posizioni politiche di milioni di persone, anche sulla base di categorie francamente assurde come il “sostegno” della Russia.

E’ sufficiente un mandato di un tribunale americano: per Zuckerberg è andata così, per Twitter e Google manco quello.

Se mai l’hanno avuta, queste strutture hanno col Fuffagate – scusate, Russiagate – perduto del tutto l’innocenza: esse sono per molti di noi irrinunciabili, anche come occasione di sana militanza o svago, ma è sempre più evidente che chiunque le utilizzi ha una cartellina col suo nome, da qualche parte, cartellina che, a comando, oltreoceano qualcuno può aprire e leggere.

La scoperta dell’acqua calda? Certamente. Ma non c’è molto da star tranquilli nel sapere che quella cartellina è in mano a chi vede legami con la Russia “pericolosi per la democrazia” in ogni post che parli di famiglia, identità, sicurezza.

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/18/news/facebook_russia_russiagate_ads_elezioni-175804647/

[2] https://www.thenation.com/article/are-russias-friends-hiding-on-your-facebook-page/