ISTERIE CONTEMPORANEE / 1 – L’insostenibile libertà delle fake news

fake news

 

di Ilaria

 

La contraddizione concettuale insita nel combattere oggi le fake news, vere o presunte, con strumenti più o meno legali e con censure più o meno imbellettate è talmente enorme che non stupisce, alla fine, che pochi la colgano, per esservi troppo profondamente immersi. E la radice di tutto, tanto per cambiare, risiede nel liberalismo.

Che cosa dice il liberalismo? Anzitutto che c’è libertà di parola e di stampa, e che quindi nessuna agenzia – statale o religiosa – può avocare a sé un controllo, una censura, una scrematura. Ciascuno può esprimersi, nell’illusione che poi sarà una “mano invisibile” a togliere credibilità alle balle. Ovviamente è una (em)pia illusione. La balla prevale sulla verità, non solo per la blasonata teoria della “montagna di pupù” [1], non solo perché la balla è mediamente più comoda, consolatoria e divertente, ma soprattutto per l’inveterata tendenza dell’uomo, a partire dal peccato originale, a credere alle menzogne, a dirle e poi a piangere tardivamente sugli effetti di ciò.

Il liberalismo porta quindi naturaliter la comunicazione pubblica autentica a diluirsi in una marea di informazioni più o meno farlocche alla tossicità delle quali la mano pubblica (religiosa o statale) deve mantenersi indifferente. D’altronde sul versante privato il liberalismo porta al medesimo indifferentismo, declinato nell’agnosticismo (impossibilità di vera conoscenza) e nel relativismo (cangianza continua dei sistemi di riferimento). Dinamiche intimamente rivoluzionarie, in virtù delle quali tutto ciò che ha una solida base e un forte legame con il buonsenso deve essere discusso, guardato con sospetto e da ultimo cestinato (es. tomismo; legge naturale); mentre tutto ciò che è anche solo vagamente verosimile, ben lungi dall’essere vero, ma titilla l’emozione e l’istinto, va tenuto per certo e ripetuto all’infinito (es. leggende nere sulla Chiesa Cattolica; oroscopo; uomini che si sentono donne prima dei pasti e scoiattoli dopo i pasti).

Uno strabismo che si ripropone al momento di “selezionare” le fake news che effettivamente lo Stato dovrebbe ritenere preoccupanti: un filtro le cui maglie dipendono unicamente da che cosa l’agenda del politicamente corretto ritenga urgente in quel momento. Poco importa se le medesime maglie hanno lasciato (e lasceranno) passare balle spaziali che hanno fatto crollare governi e sistemi-paese, che hanno indebolito mercati e distrutto reputazioni.

Del resto qual è la protesta che oggi si leva, principalmente, contro l’improvvisa virata censoria degli ameboidi eredi “moderati” del comunismo all’amatriciana? Di offendere il vero? Ma va’! Di ammazzare la libertà di espressione. Ariecco il liberalismo, apparentemente cacciato dalla porta, rientrare dalla finestra.

Stupore? Per nulla. L’idea che il valore di ciò che si dice e si scrive, che si sostiene e si insegna, dipenda dal suo legame con la Verità, non sfiora nessuno perché semplicemente appartiene a un linguaggio che il liberalismo ha rottamato. Senza malizia, la Verità viene oggi rifiutata non più con l’odio dei primi rivoluzionari, ma con la triste, sorridente incredulità di chi si è visto amputare ogni prospettiva diversa dall’orizzontale. Conoscere la Verità è ritenuto impossibile dagli stessi che in teoria deterrebbero le Chiavi con cui circa duemila anni fa la Verità in Persona comandava di sciogliere e legare. Quindi, ripeto, nessuno stupore.

Lo spettacolo del liberalismo che affoga nelle sue contraddizioni, ancorché prevedibile, è gustoso. Se non altro, suscita meno dolore e meno rabbia dello spettacolo delle faide intraconciliari nell’ospedale da campo (okkupato) di Bergoglio. Sono curiosa di vedere quale sintesi hegeliana sarà partorita dall’Armata Boldrini per giustificare come mai vero e falso non esistono, a meno che sia l’Agcom a scriverlo su un foglio benedetto da S.A.R. Google e con l’imprimatur di S.E.R. Facebook. Ma un modo salterà fuori: se in Vaticano han trovato il modo di farci credere che la ‘messa’ bugniniana sia il non plus ultra, si può far credere a chiunque qualunque stramberia.

L’unico sentimento di rabbia rimane, in chi scrive, al pensiero che il debunking ufficiale più necessario e più scomodo, a danno di chi prospera nel sottobosco della formazione e dell’informazione mediocre, scandalistica, volgarizzante, a orologeria e taroccata, non arriverà mai.

 

 


[1] Teoria per cui un altissimo numero di scimmie che digitino a casaccio su un altrettanto altissimo numero di tastiere, per un lunghissimo numero di anni produrrà senz’altro un romanzo di pregio ma anche una travolgente “montagna” di spazzatura.

 

 

 

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