Proprio la Chiesa importò il tabacco in Italia

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Il tabacco in Italia portato dalla Chiesa | Urbano VIII lo vietò, Roncalli fumava

di Gian Guido Vecchi

«Cosa vuole, ormai siamo sempre meno…». Un alto prelato, ai vertici di uno dei dicasteri più importanti della Curia romana, ne parla con timore e tremore, neanche fosse il «fumo di Satana» evocato da Paolo VI. E invece è solo qualche sigaretta, fumata di nascosto. «A volte ti vergogni anche un po’», sospira. I tempi sono cambiati, pure nella Chiesa.

E pensare che è cominciato tutto dal Vaticano. In principio, a Roma, il tabacco veniva chiamato «erba Santacroce», dal nome del porporato che lo aveva portato per primo in Italia nel XVI secolo. Il cardinale Prospero Santacroce era stato nunzio a Lisbona e in Portogallo aveva conosciuto un altro diplomatico, Jean Nicot, finissimo studioso della lingua francese che non avrebbe mai sospettato di poter essere ricordato dai posteri, con buona pace del suo Dizionario, per un alcaloide: la nicotina, appunto. Il buon Nicot aveva spedito del tabacco a Parigi nel 155o, dieci anni più tardi il cardinale Santacroce donò a papa Pio IV alcuni semi di quella pianta del Nuovo mondo. I primi a coltivarla furono i monaci cistercensi nelle campagne romane. Se ne esaltavano le virtù medicinali. E si tendeva a esagerare: gente che fiutava, masticava o fumava perfino in chiesa, durante le messe. Papa Urbano VIII arrivò a minacciare la scomunica (nel 1624) e fu costretto, come il successore Innocenzo X, a vietarne l’uso a San Pietro. Subito dopo, però, fu Alessandro VII a creare il primo monopolio di tabacco in Europa, nel 1655, con una «privativa» che assegnava la produzione ai fratelli Michilli, in Trastevere. Nel 1742 un altro Papa, Benedetto XIV, faceva costruire una nuova fabbrica pontificia di tabacco affidandone il progetto a Luigi Vanvitelli, l’architetto della reggia di Caserta. A Pio IX si deve invece, nel 1860, la costruzione della grande Manifattura che riuniva tutti gli impianti romani nell’attuale piazza Mastai.

La Chiesa, del resto, non ha finora condannato l’uso del tabacco in sé ma il suo «eccesso». A proposito di «rispetto della salute», il [nuovo] Catechismo accenna al fumo nella parte dedicata al quinto comandamento, «non uccidere», numero 2290: «La virtù della temperanza dispone a evitare ogni sorta di eccessi, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e dei medicinali». Ci sono stati pure dei Papi che ne facevano uso, se è per questo. È celebre l’aneddoto di Pio IX [ma non era Pio X? ndr], che amava fiutare tabacco [San Pio X lo masticava in verità, ndr]; ne offrì un poco a un cardinale che declinò dicendo «Santità, non ho questo vizio». Si racconta che papa Mastai non l’abbia presa bene: «Se fosse un vizio, Eminenza, lei lo avrebbe». [San] Giovanni XXIII era un blando fumatore, almeno da monsignore e cardinale, una foto ai tempi della nunziatura di Parigi lo ritrae con una sigaretta fra le dita. Una versione più addolcita riconduce il tutto a una questione di cortesia: da fine diplomatico, per mettere a loro agio gli ospiti fumatori, offriva loro le sigarette accendendone una per primo. La stessa cortesia che portava Paolo VI a far sistemare un portacenere se aveva invitati a cena.

Roncalli, peraltro, non è l’unico santo accostato al tabacco. Si narra che san Giuseppe da Copertino, nel Seicento, vi vedesse un rimedio contro le tentazioni della carne. Padre Pio non disdegnava íl tabacco da fiuto. Anche nelle regole rigidissime del conclave non sono previsti divieti di sorta. A chi glielo chiedeva, nel 2013, padre Federico Lombardi spiegava che i cardinali «sono liberi di fumare» purché lo facciano «nei luoghi aperti e non in quelli comuni». Al Conclave che elesse Giovanni Paolo I, nell’agosto del 1978, il cardinale di Madrid Vicente Enrique y Tarancón, fumatore incallito — morirà nel ’94, a ottantasette anni — si portò una scorta adeguata di sigarette, si sa mai quanto possa durare. Dopo l’elezione, per sua fortuna rapida, alla fine della cena con il nuovo papa chiese il permesso di accenderne una. Luciani ci pensò su e infine rispose: «Lei può fumare, eminenza, ma a una condizione: che il fumo sia bianco!».

 

 

 

Fonte: Corriere della Sera, edizione odierna