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di Massimo Micaletti

 

L’approvazione del cosiddetto “testamento biologico” non desta alcuna sorpresa. Forse può lasciare un po’ spiazzati il vero e proprio blitz compiuto dai parlamentari, ma tutto sommato era certo che sarebbe accaduto, prima o poi, pur a fronte della generosa battaglia di larga parte del laicato cattolico che ha spiegato in ogni modo i profili etici e giuridici che rendono questa legge null’altro che l’ennesima porcheria tesa a garantire la soddisfazione dei soliti noti. Era pure prevedibile la totale ottusa sordità che il polticame che manteniamo avrebbe opposto a tale messe di argomenti, spiegati benissimo da altri – molto meglio di me, almeno – e che non ripeterò.

Vorrei piuttosto fare una domanda, meglio, qualche domanda, ai medici e agli infermieri, che restano i grandi attori occulti di questa vicenda, come avviene nell’aborto, come avviene nella fecondazione artificiale. Dico “attori occulti” perché sotto i riflettori vediamo sempre certi pazienti speciali, lontani anni luce dalle migliaia di pazienti reali che si trovano nelle medesime condizioni, ma i sanitari non compaiono mai, o quasi. Così come per l’aborto si discute di libertà della madre (anzi, manco “madre” la si può chiamare, perché deve sparire pure il figlio) così nella questione d.a.t. s’è sempre parlato di decisione del paziente e, saltuariamente, del dovere del medico di eseguirla. Le premesse, del resto, s’erano già create coll’approvazione del nuovo codice deontologico, che di fatto declassa il professionista a mero esecutore della volontà del malato e limitando l’autonomia del sanitario alla formazione della diagnosi e nulla più[1]: dinanzi a tale grave svilimento della professione, i medici erano apparsi invece sollevati, come appaiono ora dopo l’approvazione delle d.a.t.

Perché? E’ una storia complicata che si può riassumere nella illusione che nascondersi dietro la cosiddetta volontà del paziente metta al riparo da grane cui i dottori oggi come oggi sono sempre più esposti. Ecco perché c’è stato tanto agitarsi per ottenere che le d.a.t. fossero vincolanti: ancora una volta, se il problema apparente era l’effettivo rispetto delle richieste fatte dal malato (quando era sano), la reale emergenza era costituire uno scudo giuridico verso una condotta del sanitario che determina necessariamente la morte del paziente e che viene attuata solo e soltanto a questo scopo. “Certo, Giudice, il Signor Tizio non ha avuto più acqua ed è morto, ma me l’ha chiesto lui!”, in sostanza.  E’ ciò che in un’altra riflessione ho chiamato “necroterapia[2], la morte procurata come atto medico e forma più efficace di terapia del dolore.

Ora, cari amici medici, questo scudo è ben più teorico che reale. Si legge in proposito nel testo all’art. 1: “Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciarvi. In conseguenza di ciò, il medico è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alle buone pratiche clinico-assistenziali”: se questo vi fa star tranquilli…

Potrei riassumere il tutto in questa domanda: avete presente il campo minato che è divenuto – e che sempre sarà – il consenso informato? Ecco, va moltiplicato per mille, perché sebbene per questa sciagurata legge consenso e dissenso all’atto medico pari siano, nella realtà pari non sono. E non lo sono per una constatazione elementare: di regola il consenso all’atto medico pone il curante nella possibilità e nel dovere di fare qualcosa che cura il malato; il dissenso, invece, priva il curante di questa possibilità ma da oggi, grazie a questa legge, gli lascia un signor dovere, ossia il dovere di astenersi da trattamenti sanitari affinché il malato muoia. E’ di questo che il medico deve farsi garante e perché ciò avvenga deve essere assolutamente certo che il paziente (o meglio, il non ancora paziente, datosi che le d.a.t. vengono rilasciate quando si è sani o comunque non in limine mortis) abbia perfettamente compreso quali possano essere le condizioni che legittimano l’attuazione delle d.a.t. e quali siano le implicazioni e le conseguenze dei trattamenti medici rifiutati. Un bel problema, questo accertamento, quando l’interessato è morto e un parente prossimo viene a dire che la persona non era sufficientemente lucida da rendersi conto di quel che firmava o che non aveva ben afferrato a cosa andava incontro quando formulava queste famose direttive anticipate: come ve la cavereste?

E se un familiare vi portasse le d.a.t. redatte per il figlio minore, voi le eseguiste e l’altro genitore – magari dopo una separazione – facesse presente a suon di avvocati che il figlio non aveva alcuna intenzione di morire o che le dichiarazioni gli erano state carpite?

E se esitaste ad eseguire le d.a.t. perché generiche o ambigue o magari per motivi strettamente tecnici e un familiare del paziente incosciente vi accusasse di prolungarne illegittimamente la sofferenza?

Insomma, la domanda è: cari medici, siete sicuri di aver fatto un affare? Questa legge ha reso voi – e solo voi, in barba a tutte le liriche sulla libertà del malato – i signori della morte e della sofferenza di chi è più debole[3]: siete voi che potete e dovete decidere chi soffre e chi no, chi muore e chi no, in una declinazione quasi blasfema della tanto declamata “alleanza terapeutica”. Avete l’obbligo di lasciar morire, se vi viene richiesto, ma non ne siete irresponsabili né moralmente né giuridicamente.

Ve ne renderete presto conto, eccome. La mia esperienza e un po’ di innato cinismo mi portano a prevedere che quel che alcuni di voi non hanno compreso per ragioni morali, presto lo comprenderanno per convenienza e a suon di processi, in cui si discuterà delle virgole di quelle benedette d.a.t., di come avete fatto quel che dovevate, di quanto il paziente morto avesse contezza da sano e vivo di quel che andava chiedendo. Dico “alcuni” perché so che molti di voi questi problemi li hanno ben presenti: ecco, la voce di questi ultimi avrebbe dovuto farsi sentire con più vigore in questi giorni e speriamo si faccia sentire presto, quando toccherà a voi – a tutti voi, datosi che l’obiezione di coscienza non è prevista – applicare questa roba, con tutto ciò che contiene, col devastante abbrutimento che comporta per la vostra professione, il vostro ruolo, la vostra umanità.

 

 

 


[1] https://www.radiospada.org/2013/10/il-nuovo-codice-di-deontologia-medica-come-trasformare-un-professionista-in-un-tecnico-e-vivere-felici/
[2] https://www.radiospada.org/2017/03/testamento-biologico-necroterapia/
[3] https://www.radiospada.org/2017/06/siamo-tutti-charlie-gard-ma-per-davvero/