«È la terra che piange»: la fede, il martirio e la speranza nei romanzi di mons. R. H. Benson

di Luca Fumagalli

R. H. Benson al lavoro nel suo studio (1910)
R. H. Benson al lavoro nel suo studio (1910)

I grandi classici della letteratura sono tali proprio perché non invecchiano. Nonostante siano trascorsi anni, decenni o addirittura secoli dalla loro composizione, le pagine riverberano di uno sguardo così profondo che non corrono mai il rischio di passare di moda.

Anche il libri di Robert Hugh Benson (1871-1914), sebbene collocabili su un piano più umile, vantano qualcosa in comune con il genio intramontabile della narrativa: in essi, infatti, al pari dei capolavori di Dante, Shakespeare, Goethe o Cervantes è l’uomo a essere protagonista, messo a nudo davanti al mistero della realtà. Da questo confronto scaturiscono romanzi in grado di solleticare le corde più intime di chi legge e, soprattutto, di educare a un metodo esistenziale.

Se sovente i lavori di Benson vennero criticati per il loro intento troppo scopertamente apologetico, quasi si trattasse di trame “a tesi”, in realtà solo la superficialità impedisce di scorgere il portato rivoluzionario di cui essi si fanno testimoni, ancora più evidente se paragonati all’indistinto grigiume di certa narrativa contemporanea. Il sacerdote inglese, preoccupato innanzitutto del destino dell’anima e della relazione, contraddittoria ma feconda, tra Creatore e creatura, traccia una delle parabole letterarie più affascinanti di sempre, interamente giocata sul rapporto triangolare tra l’umanità, Dio e la storia, sia essa passata, presente o futura.

La storia dell'eremita Richard Raynal (1906)
La storia dell’eremita Richard Raynal (1906)

I poli entro cui si muovono i personaggi e che, in generale, fungono da immagine dell’ideale che essi perseguono, sono quelli della terra e del cielo, della temporalità e della spiritualità. Il dramma dell’esistenza si colloca dunque nella tensione verso l’alto e nella gravità del peccato che costringe a un’orizzontalità materialista. Poco importa se l’ambientazione è l’Inghilterra dei Tudor, i bassifondi della Londra vittoriana o la fantascientifica società del futuro, la sostanza non cambia, perché, oltre i tempi e i luoghi, l’essere umano è mosso dal medesimo desiderio di pienezza e felicità.

Sul suo cammino, però, si frappongono diversi ostacoli, limiti e tentazioni con cui, prima o poi, la sua libertà è costretta a fare i conti. La strada della vita, tutt’altro che lineare, offre ammiccanti scorciatoie che, se a tutta prima sembrano garantire immediati vantaggi, in realtà non portano a nulla. Dalla scelta sbagliata prende a diffondersi come un parassita il germe della discordia e del dolore, in grado di generare solo un vuoto disperante, impossibile da colmare.

Il Papa e il Re sono i due correlativi-oggettivi più forti della poetica bensoniana e rappresentano il bene e il male che albergano nell’anima. Il Papa è segno dell’intimo legame con Dio, della vocazione a spendere la propria vita per gli altri, del gesto generoso e disinteressato. Il Re, al contrario, rappresenta i vizi capitali, l’egocentrismo, la sopraffazione e la meschinità. Tra queste due figure si consuma la stessa guerra che fu all’alba dei tempi tra Dio e Satana, tra le forze della luce e quelle delle tenebre. Non si tratta di una questione esclusivamente personale: l’ingordigia prevaricatrice del singolo si tramuta in apostasia collettiva; così fu ai tempi della Riforma – dove un’intera nazione si contrappose alla Chiesa – così è nel mondo moderno e, chissà, forse sarà così anche negli anni a venire.

I Necromanti (1909)
I Necromanti (1909)

Ma la posizione di Benson nei confronti dell’esistenza è, in ultima istanza, positiva. Ogni parola scritta è un inno a Cristo, a colui che patì il supplizio della croce per riscattare i suoi figli dal peccato. Nei suoi racconti i cattolici sono presentati già dalle prime battute come destinati alla sconfitta, agnelli da sacrificare sull’altare della follia secolarizzatrice. Eppure, anche nella disfatta, i martiri di ogni epoca sono consapevoli che gli strumenti di tortura e il ghigno avido dei padroni di questo mondo non sono il giudizio definitivo sulla loro vita. Per essi e per tutti coloro che confidano in Dio vale la stessa promessa fatta al buon ladrone, la promessa di una vittoria più grande: la felicità eterna.

Più in dettaglio, nella vasta bibliografia bensoniana si distinguono tre principali filoni.

Il Benson dei romanzi storici miscela con abilità passato e invenzione. Il filo rosso che lega questi libri – per esempio Con quale autorità? (1904), Il trionfo del Re (1905) e La storia dell’eremita Richard Raynal (1906) – è il progressivo impoverimento religioso della nazione inglese che ha il suo culmine nella rivoluzione protestante. Dalla feconda collaborazione tra potere spirituale e potere temporale tipica del Medioevo si passa all’Inghilterra dei Tudor, una terra dominata dall’ingordigia di sovrani che, accecati dalla smania di potere, giungono a rompere ogni legame con la Chiesa di Roma e a inaugurare un periodo caratterizzato da violenze e persecuzioni (a cui non può porre freno neanche una sincera restauratrice come Maria o un moderato come Carlo II Stuart). Nell’ombra di una realtà che rifiuta Dio spiccano, per contrasto, i pochi rimasti fedeli all’antico ideale cattolico – volgarmente chiamati “papisti” – disposti a rinunciare a tutto, persino alla vita, pur di non tradire Cristo.

Il Padrone del mondo (1907)
Il Padrone del mondo (1907)

Nei romanzi d’ambientazione edoardiana, in un’età generalmente più tollerante, dove lentamente anche ai cattolici sono garantiti numerosi spazi sociali, Benson tende ad abbandonare la dimensione politica della battaglia tra bene e male per privilegiare lo studio della personalità dei singoli protagonisti. Il nemico più pericoloso è ora la mondanità, la tentazione di abbandonare una fede che costa fatica e sacrifici per seguire la via breve del godimento immediato (mutatis mutandis quello che fecero Enrico VIII o Elisabetta). Superate le lusinghe di una religione diminuita o secolarizzata, ai personaggi di volumi come I Necromanti (1909) e Il baronetto vagabondo (1910) tocca finalmente prendere sul serio il cattolicesimo, anche a prezzo di grandi sacrifici.

Per ultimo vi è il Benson “ucronico”, quello più famoso a causa del grande successo riscosso da Il Padrone del mondo (1907). Il sacerdote inglese propone attraverso un racconto fantastorico dalle marcate sfumature escatologiche i due possibili scenari futuri percorribili dall’umanità: la distruzione della Chiesa, una filiazione su scala globale degli eccidi della Riforma – raccontata per l’appunto ne Il Padrone del mondo –, oppure il ritorno alla concordia e alla pace (L’alba di tutto, 1911). Ancora una volta il destino dell’universo ruota attorno a Cristo, alla sua accettazione o al suo rifiuto. In gioco non vi è solo la salvaguardia della religione, ma anche e soprattutto la sopravvivenza dell’uomo che il totalitarismo ateo rischia di annientare.

I due saggi di Luca Fumagalli dedicati alla vita e alle opere di mons. Benson
I due saggi di Luca Fumagalli dedicati alla vita e alle opere di mons. Benson

Per quanto possa sembrare paradossale, il dono più grande che il sacerdote inglese offre ai suoi lettori è la speranza. Il mondo bagnato dalle lacrime di sangue versate da coloro che soffrono in nome di Dio – «È la terra che piange», commenta uno dei protagonista de Il trionfo del Re – non è che una parentesi, pochi istanti di buio prima del sopraggiungere di una luce che non tramonterà mai più.

 

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