Eric Gill e il “distributismo”: il caso della Guild of St Joseph and St Dominic

di Luca Fumagalli

«Un avventuriero nella vita umana». Così il pittore Roger Fry definì Eric Gill (1882-1940), una delle figure più outré del cattolicesimo inglese del XX secolo. La casa di Gill, spesso paragonata al focolare domestico di San Thomas More, culla di sapienza, affetto e virtù cristiane, fu lo spazio privilegiato in cui operò questo strano scultore-artigiano, terziario domenicano, e da cui partì per sfidare il mondo moderno che si era colpevolmente allontanato da Dio. Mons. John O’Connor, suo grande amico, scrisse di Gill come di un uomo incline alla controversia, amante delle teorie, desideroso di ricondurre la complessità del reale all’unicità dei principi.

Eric Gill con la moglie Mary e i nipoti (1938)
Eric Gill con la moglie Mary e i nipoti (1938)

Mosso da una passione sconfinata, Eric Gill fu artista poliedrico, incisore, tipografo, scrittore e conferenziere. Sebbene la sua parabola biografica si snodò secondo un percorso tutt’altro che esemplare, tra gli anni ’20 e ’30 fu forse il “papista” più famoso presso l’opinione pubblica britannica. Anche le sue opere riscossero una vastissimo consenso, con torme di critici che spesero fiumi d’inchiostro per elogiare quello che era considerato all’unanimità il miglior scultore inglese vivente (tra i suoi lavori più riusciti si ricordano le stazioni della Via Crucis per la Cattedrale di Westminster, il gruppo scultoreo Prospero e Ariel per il centro di produzione della BBC e i tre bassorilievi della Creazione di Adamo per il Palazzo della Lega delle Nazioni a Ginevra). Né va dimenticato che, come incisore, Gill inventò alcuni caratteri – su tutti “Perpetua” e “Gill Sans-serif” – ancora molto utilizzati.

Una della stazioni della Via Crucis scolpite da Gill per la Cattedrale di Westminster
Una della stazioni della Via Crucis scolpite da Gill per la Cattedrale di Westminster

Eppure, non senza ragioni, Eric Gill è oggi dimenticato. Col passare degli anni, infatti, la portata rivoluzionaria della sua arte è stata di molto ridimensionata e anche come apologeta cattolico il suo contributo appare, se paragonato a quello di colossi quali G. K. Chesterton, decisamente modesto. Nel 1989, inoltre, la pubblicazione della biografia di Fiona MacCarthy a lui dedicata – intitolata semplicemente Eric Gill – svelò un lato nascosto e inquietante della personalità dell’artista di Brighton, che padre Brocard Sewell bollò con evidente imbarazzo come un caso di «sessualità rampante»: si scoprì che il pruriginoso erotismo di certe opere di Gill era solo la superficie di un catalogo di perversioni che andavano dai tradimenti coniugali all’incesto. Fu così che la stessa Chiesa inglese preferì dimenticarsi di lui e che alcuni intellettuali espressero giudizi taglienti sul suo conto.

Al netto dei limiti, Eric Gill merita comunque di essere menzionato nella storia del cattolicesimo inglese almeno per lo strano esperimento “distributista” che condusse a Ditchling Common. Il suo, per quanto effimero, fu uno dei più interessanti tentativi di declinare nel concreto le idee che certi ambienti “papisti” andavano elaborando da diversi anni. Il saggio Lo stato servile (1912) di Hilaire Belloc aveva infatti dato il la a un generale ripensamento dell’economia che, partendo dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, ambiva a creare un sistema alternativo sia al socialismo che al capitalismo.

La famiglia Gill a Ditchling (1914)
La famiglia Gill a Ditchling (1914)

La storia della Guild of St Joseph and St Dominic, una comunità cristiana fondata a imitazione di una corporazione medievale, iniziò quando Gill arrivò a Ditchling nel 1907 con il suo apprendista Joseph Cribb, presto seguito dai colleghi Edward Johnston, Hilary Pepler e Desmond Chute. Fondata ufficialmente nel 1921, la Guild aveva come scopo quello di proteggere e promuovere il lavoro dei suoi membri, riprendendo diverse idee sull’artigianato di qualità caratteristiche del movimento “Arts and Crafts” (in aperta polemica con la crescente standardizzazione del prodotto industriale). La cura per il dettaglio e la ricerca della bellezza erano i poli entro i quali si muovevano Gill e i suoi che, nella corporazione, non mancarono di infondere pure un certo pacifismo di stampo fabiano.

Quella di Ditchling era una comunità di lavoro e di fede, dove primeggiava una dimensione domestica della vita che, dalle stanze della casa, si estendeva fino a comprendere i grandi laboratori e la cappella. Ognuno svolgeva la mansione che gli era stata assegnata secondo i propri talenti, e una piccola azienda agricola garantiva il necessario per sopravvivere. I fanciulli venivano educati in una stanza adibita a scuola, i pasti erano consumati in comune, gli abiti indossati avevano una curiosa foggia medievale e ogni lavoro era eseguito impiegando solamente attrezzi tradizionali.

Eric Gill mentre lavora al gruppo scultoreo "Prospero e Ariel" (1931)
Eric Gill mentre lavora al gruppo scultoreo “Prospero e Ariel” (1931)

Padre Vincent McNabb, molto vicino a Gill, aveva impiantato nella Guild il seme della spiritualità domenicana, nella speranza, tra l’altro, che il progetto potesse essere d’esempio per la fondazione di una rete di corporazioni analoghe in tutta l’Inghilterra.

Questo Eden dominato dagli uomini – nessuna donna venne ammessa come membro fino al 1972 – ebbe il suo apogeo negli anni che seguirono la Grande Guerra, quando molti giovani, tra cui il pittore e poeta David Jones, il falegname George Maxwell e l’incisore Philip Hagreen, giunsero a Ditchling mossi da un viscerale disgusto per la vita moderna e la crescente disumanizzazione prodotta dalla società industriale.

Gli edifici della Guild of St Joseph and St Dominic
Gli edifici della Guild of St Joseph and St Dominic

Un elemento chiave della comunità era costituito dalla Saint Dominic’s Press, gestita da Pepler. Questa piccola casa editrice, che stampava perlopiù libri di raffinata fattura in un numero limitato di copie, permise di far circolare le idee della Guild in tutta l’Inghilterra, guadagnando la stima del canonico John Gray, ex poeta decadente, di Marc-André Raffalovich, un facoltoso russo di origini ebraiche convertitosi di recente alla Chiesa di Roma, e di parecchi altri simpatizzanti e finanziatori. Non è esagerato affermare che intorno a Ditchling gravitarono tutte o quasi le più importanti personalità del cattolicesimo inglese dell’epoca.

Nel 1924, dopo anni di sacrifici e sudore, Gill abbandonò la Guild of St Joseph and St Dominic, non senza dubbi o ripensamenti. Quantunque amasse la stabilità, Eric Gill era una spirito irrequieto, e abitare per troppi anni nel medesimo posto gli risultava insopportabile. Le tensioni con gli altri membri che si erano accumulate nel corso del tempo costituirono un pretesto troppo irresistibile per lasciarselo sfuggire. Dunque con la famiglia si trasferì prima a Capel-y-ffin, in Galles, per poi fondare una nuova comunità a Pigotts, sulle Chiltern Hills. Nessuna di queste esperienze, però, fu altrettanto importante come quella di Ditchling, a cui Gill non smise mai di pensare con nostalgia (la Guild, modificandosi progressivamente, continuò a prosperare fino al 1989, quando la società venne liquidata e le officine demolite).

La tomba di Eric Gill e della moglie nel cimitero di Speen
La tomba di Eric Gill e della moglie nel cimitero di Speen

La storia di Gill, il buffo Tolstoj «fastidioso intruso tra gli eccentrici» – secondo l’azzeccata definizione di Graham Greene –, è quindi legata a doppio filo con quella dei grandi intellettuali e degli uomini di Chiesa che, nella prima metà del XX secolo, combatterono in Inghilterra una delicatissima battaglia culturale e politica in nome del cattolicesimo. La Guild of St Joseph and St Dominic, pur rimanendo un esperimento isolato e non privo di difetti, diede un piccolo contributo al dibattito, dimostrando che era ancora possibile condurre una vita cristiana all’insegna del radicamento, alternativa al trambusto massificante della modernità, dove la fede e la bellezza potevano prosperare a stretto contatto con la terra. Soprattutto provò che il “distributismo”, lungi dall’essere una trita speculazione accademica, almeno su piccola scala poteva davvero diventare realtà.

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