Interviste ad alta quota: Bergoglio di ritorno dal Myanmar su immigrazione, preghiera interreligiosa ed evangelizzazione

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Sagrario Ruiz de Apodaca, «Radio Nacional de España»: Sulla crisi dei rohingya si è centrato gran parte del viaggio. Ieri li ha chiamati per nome in Bangladesh. […] E che cosa ha sentito ieri quando ha chiesto loro perdono?

Francesco: […] Lei mi chiede cosa ho sentito ieri. Questo non era programmato, così. Io sapevo che avrei incontrato i rohingya. Non sapevo né dove né come, ma questo era condizione del viaggio, per me, e si preparavano i modi. Dopo tante gestioni, anche con il governo, con la Caritas, il governo ha permesso il viaggio di questi che sono venuti ieri. Perché è avvenuto tramite il governo, che li protegge e dà loro ospitalità, e questo è grande: quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un Paese piccolo, povero, che ha ricevuto 700 mila profughi… Penso a Paesi che chiudono le porte… Dobbiamo essere grati per l’esempio che ci hanno dato. Il governo deve muoversi per i rapporti internazionali con il Myanmar con permessi, dialogo… Perché sono in campi per rifugiati, una condizione speciale. Ma alla fine sono venuti. Erano spaventati, non sapevano… Qualcuno aveva detto loro: “Voi salutate il Papa, non dite nulla” — qualcuno che non era del governo del Bangladesh — gente che si occupava dei contatti… A un certo punto, dopo il dialogo interreligioso, la preghiera interreligiosa, questo ha preparato il cuore di tutti noi, eravamo religiosamente molto aperti. Io, almeno, mi sentivo così. Ed è arrivato il momento che loro venissero per salutarmi. In fila indiana — quello non mi è piaciuto, uno dopo l’altro —; ma subito volevano cacciarli via dal palco. E io lì mi sono arrabbiato e ho sgridato un po’ — sono peccatore — e ho detto tante volte la parola “rispetto”, rispetto. Ho fermato la cosa, e loro sono rimasti lì. Poi, dopo averli ascoltati a uno a uno con l’interprete che parlava la loro lingua, io cominciai a sentire qualcosa dentro: “Ma io non posso lasciarli andare senza dire una parola”, e ho chiesto il microfono. E ho incominciato a parlare… Non ricordo cosa ho detto. So che a un certo punto ho chiesto perdono. Credo due volte, non ricordo. Ma la sua domanda è “cosa ho sentito”: in quel momento, io piangevo. Facevo in modo che non si vedesse. Loro piangevano, pure. E poi, ho pensato che eravamo in un incontro interreligioso, mentre i leader delle altre tradizioni religiose erano lontani. [Allora ho detto:] “No, venite anche voi: questi sono i rohingya di tutti noi”. E loro hanno salutato. Non sapevo cosa dire di più perché li guardavo, salutavo… E ho pensato: “Tutti noi abbiamo parlato, i leader religiosi. Ma uno di voi, che faccia una preghiera, uno del vostro gruppo…”. E credo che fosse un imam, un “chierico” della loro religione, che ha fatto quella preghiera, e anche loro hanno pregato lì, con noi. E, visto tutto il trascorso, tutto il cammino, io ho sentito che il messaggio era arrivato. […]

[Etienne Loraillère, «Kto»]: Alcuni oppongono il dialogo interreligioso e l’evangelizzazione. Durante questo viaggio, lei ha parlato del dialogo per costruire la pace. Ma qual è la priorità: evangelizzare o dialogare per la pace?

Francesco: Grazie. Prima distinzione: evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione, cioè per testimonianza. Questo lo ha detto Papa Benedetto XVI. Com’è l’evangelizzazione? E’ vivere il Vangelo, è testimoniare come si vive il Vangelo: testimoniare le Beatitudini, testimoniare Matteo 25, testimoniare il Buon Samaritano, testimoniare il perdono settanta volte sette. E in questa testimonianza, lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni. Ma noi non siamo molto entusiasti di fare subito le conversioni. Se vengono, aspettano: si parla…, la tradizione vostra…, si fa in modo che una conversione sia la risposta a qualcosa che lo Spirito Santo ha mosso nel mio cuore davanti alla testimonianza del cristiano. Nel pranzo che ho avuto con i giovani nella Giornata della Gioventù a Cracovia — una quindicina di giovani di tutto il mondo — uno mi ha fatto questa domanda: “Cosa devo dire a un compagno di università, un amico, bravo, ma che è ateo? Cosa devo dirgli per cambiarlo, per convertirlo?”. La risposta è stata questa: “L’ultima cosa che tu devi fare è dire qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo, e se lui ti domanda perché fai questo, gli puoi spiegare perché tu lo fai. E lascia che lo Spirito Santo lo attiri”. Questa è la forza e la mitezza dello Spirito Santo nelle conversioni. Non è un convincere mentalmente con apologetiche, ragioni… no. E’ lo Spirito che fa la conversione. Noi siamo testimoni dello Spirito, testimoni del Vangelo. “Testimone” è una parola che in greco si dice “martire”: il martirio di tutti i giorni, il martirio anche del sangue, quando arriva… La sua domanda: cosa è prioritario, la pace o la conversione? Ma, quando si vive con testimonianza e rispetto, si fa la pace. La pace incomincia a rompersi in questo campo quando incomincia il proselitismo, e ci sono tanti tipi di proselitismo, ma questo non è evangelico. […]

[Alicia Romay, «Gestiona Radio»]: Ieri, quando siamo stati con i preti che hanno preso i voti, ho pensato se non hanno paura di essere preti cattolici in questo momento della vita cattolica in questo Paese, e se loro hanno chiesto a lei cosa fare quando arriva la paura e non sanno che fare.

Francesco: Io ho l’abitudine, sempre, cinque minuti prima dell’ordinazione, di parlare con loro in privato. Mi sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti, avevano coscienza della missione, poveri, normali. Una domanda che ho fatto è stata: “Giocate a calcio?” — “Sì!”, tutti. Questo è importante. Una domanda teologica! […]

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, ediz. cartacea oggi martedì 5 dicembre

 

 

 

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