Mons. Baronio al parlatorio delle monache

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Il parlatorio profuma di cera, di incenso – la cappella e la sacristia sono proprio a fianco – e di un leggero odore di minestra. La doppia grata è protetta da una tenda di damasco. Sulla destra della grata, funziona ancora l’antica ruota di legno, attraverso la quale una robusta signora del quartiere porta la spesa per le religiose, le medicine per le più anziane di loro, e la posta. Sul lato opposto vi è una piccola consolle con un vaso di rame colmo di fiori freschi, sovrastata da una pendoletta che scandisce i quarti d’ora con un rintocco austero. Un quadro dell’Immacolata, una foto sbiadita di un Prelato. Davanti alla grata è stata preparata una sedia camerale a braccioli, ricoperta di damasco rosso un po’ stinto.
Odo dei passi leggeri. Una monaca, che non vedo dal punto in cui mi trovo, tira la tenda ed appare la reverenda Madre, già assisa su una savonarola. Appena mi vede, si alza e mi saluta con un piccolo inchino: Sia lodato Gesù Cristo, monsignore! Il soggolo perfettamente inamidato è leggermente liso, come lisa è la veste stirata e  pulita. Le mani sono compostamente nascoste sotto lo scapolare. Sempre sia lodato, reverenda Madre, rispondo dopo aver appoggiato il cappello romano e la greca su uno sgabello. La monaca mi fa cenno di sedermi, chiedendomi se gradisco un caffè o un liquore. La ringrazio e capisco dal suo sguardo che una novizia si sta allontanando per lasciarci soli.
La religiosa ha il viso segnato da poche rughe, nonostante l’età avanzata, e gli occhi sereni, anche se dallo sguardo traspare una certa tristezza composta, dissimulata dalla cortesia e dall’abitudine a non lasciar trasparire le emozioni. Siede dopo di me, e mi chiede come sto e se mia sorella si è rimessa dall’influenza. Poi accenna ad un piccolo involto appoggiato sul ripiano della grata: Qui ci sono i sacri lini lavati e stirati, monsignore. Le ho fatto rammendare uno dei purificatoi e cambiare le fettucce rosse dell’amitto. La ringrazio per la gentilezza, mentre la signora che aiuta le monache mi porta un vassoietto con un minuscolo bicchierino ed una bottiglietta di cristallo con del Pedro Jimenez. La pendoletta suona le dieci e poco dopo risponde un altro orologio lontano, assieme alla campana del chiostro. Per le religiose la giornata è già inoltrata: un confratello si reca alle sei a celebrare la Messa tridentina a porte chiuse, nella splendida cappella barocca del monastero. Anche a me capita di essere invitato a celebrare, ed è per me una consolazione sentire le voci esili delle monache che, indifferenti al passare del tempo, non hanno smesso di cantare in gregoriano, accompagnate da un piccolo organo portativo. Le vedo solo quando si avvicinano alla grata per la Comunione. Sono poche e anziane, ma nel loro viso c’è una serenità che le fa sembrare senza età.
La reverenda Madre mi parla di un sacerdote che, in virtù del Motu Proprio, viene a celebrare di tanto in tanto la Messa, o i Vespri seguiti dalla Benedizione Eucaristica. Capisco che vorrebbe dire qualcosa, ma che è trattenuta dal timore di esprimere giudizi poco caritatevoli.Vede, monsignore, è tanto bravo, sa? Veste quasi sempre in talare, e col tempo ha imparato a dir Messa come si deve. Ma mi spiace che continui a celebrare anche il rito nuovo, in italiano, come se fosse la stessa cosa. Capisco cosa intende: il buon prete è uno dei pochi che, in questi anni, ha scoperto la Messa tridentina, ma tiene i piedi in due scarpe. Fa parte di una congregazione di stampo conservatore, che si distingue per la cura della liturgia. Ma, come quasi tutti coloro che beneficiano del Motu Proprio, anche ai suoi membri è chiesto di accettare il rito riformato e il Concilio. Alcuni lo fanno solo implicitamente, cercando di eclissarsi appena c’è un Vescovo che li chiama nelle parrocchie; altri sono più disinvolti, e celebrano indifferentemente nella cosiddetta forma straordinaria e ordinaria. Reverenda Madre, bisogna anche capirli: è l’unico modo che hanno per sopravvivere senza esser fatti oggetto delle attenzioni del Vicariato o delle critiche dei confratelli. Già così, sono derisi ed emarginati. Scegliere di non celebrare il Novus Ordo comporta conseguenze spesso dolorose, trasferimenti, visite apostoliche: guardi che fine han fatto i Francescani dell’Immacolata. La monaca si aggiusta distrattamente lo scapolare, e mi sembra un po’ a disagio. Poi, come trovando il coraggio di dire quel che pensa davanti ad un vecchio sacerdote, mi dice: In refettorio sto facendo leggere un libro sulla persecuzione dei Cattolici durante il regno di Enrico VIII e lo scisma anglicano. Sapesse cos’hanno dovuto sopportare i nostri sacerdoti! Il carcere, la tortura, la morte. Ma non hanno mai tradito la Messa e la fedeltà al Papa. Mi chiedevo… Alza lo sguardo, volgendo gli occhi verso il Crocifisso appeso al centro della grata, tra me e lei. Mi chiedevo cosa avrebbe pensato uno dei nostri sacerdoti se, dopo l’imposizione della nuova liturgia di Thomas Cranmer al clero inglese, gli fosse stato concesso di celebrare la Messa cattolica a fianco del rito riformato. Certo, erano altri tempi, e la tempra dei Prelati era ben diversa da quella del clero di oggi… Ma di certo nessuno avrebbe accettato un simile compromesso, perché avrebbe rappresentato un tradimento della Fede. Appoggio il bicchierino di liquore e mi sporgo leggermente verso di lei. Le chiedo:Intende dire, accettando anche implicitamente il rito di Cranmer pur di celebrare la Messa cattolica?  La religiosa si sistema la veste, sotto la quale scorgo le sue piccole scarpe nere a tacco basso, lucidissime, ma visibilmente vecchie e fuori moda. Sì, monsignore. Non parlo di chi ha abbracciato lo scisma, anche con la scusa di poter così continuare a guidare i propri fedeli senza esser scacciato o messo in prigione. Penso se per un sacerdote cattolico possa esser accettabile – per usare le parole del Vangelo – servire due padroni. Nessuno avrebbe tollerato di prestarsi all’equivoco, a quei tempi. Anche solo l’idea che il proprio silenzio potesse esser inteso come tacita tolleranza dell’errore era inconcepibile. E mi domando: come si fa a celebrare la Messa di sempre, la Messa dei Santi, e fare altrettanto con il rito conciliare, che è praticamente identico a quello inventato da Lutero e da Cranmer? Come si fa a proclamarsi cattolici, fedeli alla Tradizione, ed accettare contemporaneamente anche le deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari di questi ultimi decenni? Sorrido tra me, aggiustandomi le frange della fascia che mi si sono impigliate tra i bottoni della veste. La monaca contiua: Come possiamo rendere onore al Signore in modo così perfetto, nella Messa tridentina, e sopportare quel rito che, anche se non è eretico, di sicuro è meno rispettoso della divina Maestà e del Santissimo Sacramento? Sarebbe come scegliere di amare il proprio Sposo, pretendendo allo stesso tempo di non manifestarGli il nostro amore in modo completo, per non dispiacere i Suoi nemici. Che amore è questo, monsignore?  Gli occhi della monaca sono lucidi, come se cercasse di trattenere le lacrime. E comprendo il suo travaglio, il profondo dolore nel vedere la tiepidezza di tante anime consacrate. Vede, reverenda Madre, questa è la domanda che anch’io mi sono posto molti anni or sono. Non è questione di cerimonie, di paramenti, di incenso, di canto gregoriano. Perché volendo queste cose, con un po’ di impegno, si possono fare anche nel nuovo rito. Io stesso, tanti anni fa, ho pensato che si potesse render più cattolica la Messa riformata, usando la pianeta, l’altare rivolto ad oriente, il latino. Ma questi, per quanto venerabili, sono orpelli. Non mi fraintenda: non dico che il decoro della liturgia sia trascurabile, ma dinanzi alla sostanza, davanti a ciò che la Messa cattolica esprime e a ciò che la Messa riformata deliberatamente tace, un sacerdote non può limitarsi all’aspetto esteriore. Preferisco celebrare la Messa della mia Ordinazione in una cappellina spoglia, a porte chiuse, piuttosto di celebrare una Messa cantata che non vuole rendere a Dio tutto l’onore che Gli è dovuto, contentandosi di lasciar intendere il minimo indispensabile alla validità del rito. Per questo – mi perdoni la franchezza – non mi sento di travestire una serva da regina, quando la regina è costretta all’esilio, o appena tollerata. Le mani della monaca si stringolo ai braccioli della savonarola, sbiancandone le nocche. Se sono prete, lo sono per la Messa, non per le pianete, né tantomeno per le cappemagne. E mi spiace non poter trovare scuse a quanti, per quieto vivere od anche solo per un frainteso senso dell’obbedienza, accettano il riconoscimento della Santa Sede ed il permesso di celebrare la Messa tridentina, barattandolo con il silenzio connivente davanti all’offuscamento della Fede, quando non all’apostasia. E se anche costoro sono in buona fede, e certamente fanno del bene ai fedeli – ed anche a tante religiose che dipendono da loro per avere i Sacramenti – non riesco a comprendere questa scelta di mediocrità, di rinuncia, di compromesso. Paradossalmente, ci sono più critici tra i sacerdoti ed i Vescovi ed i Cardinali che accettano il Concilio tout court, che non negli istituti che beneficiano del Motu Proprio. Quelli, pur nella contraddizione di veder gli effetti senza comprenderne le cause, capiscono che ci troviamo in una situazione di crisi e lo dicono, lo scrivono, lo affermano anche davanti al Papa; questi, per coltivare il proprio orticello e poter continuare a dire la Messa cattolica, devono tacere, e dimostrare di accettare la Messa nuova, il Concilio e il cosiddetto magistero di Bergoglio. Su questo punto, temo, la religiosa non osa seguirmi. Sa bene quali siano le mie riserve sul Sedicente e sul ruolo che egli ha assunto nella demolizione della Chiesa cui assistiamo. Ma è troppo pia, troppo devota, troppo distaccata dal mondo per comprendere le mie intemperanze di vecchio monsignore brontolone.
La pendoletta suona le dieci e mezza: è ora di andare. Passerò in Campo dei Fiori a fare un po’ di spesa, prima di rientrare a casa. Puntarelle con aglio e acciughe. E un po’ di pecorino. Per non imbarazzare la monaca mi alzo, indosso la greca e mi avvicino di qualche passo alla grata. Pregate tutte per la Chiesa, reverenda Madre. Pregate per i sacerdoti e per i Vescovi.La religiosa si inchina e mi chiede di benedirla. La saluto e, mentre la tenda della grata si richiude, mi sorride: Sia lodato Gesù Cristo, monsignore.

 

 

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