[SPADAREWIND] L’inascoltato appello contro la beatificazione di Giovanni Paolo II

assisi ecumenismo

 

a cura della rivista americana The Remnant Newspaper (fonte). Wojtyla è stato canonizzato nel 2014.

 

21 marzo 2010 – Festa di San Benedetto

La prossima beatificazione di Giovanni Paolo II, prevista per il 1 maggio 2011, ha sollevato delle serie preoccupazioni in un gran numero di cattolici nel mondo intero, preoccupati per la situazione della Chiesa e per gli scandali che l’hanno afflitta in questi ultimi anni – scandali che spinsero il futuro Benedetto XVI a dichiarare, il Venerdì Santo del 2005: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!».
È la nostra stessa preoccupazione, che noi esprimiamo attraverso questo mezzo pubblico, rimanendo fedeli alla legge della Chiesa che recita:

«In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone.» [CIC (1983), Can 212, § 3].

Quello che crediamo in coscienza essere il bene comune della Chiesa ci obbliga ad esprimere le nostre riserve su questa beatificazione. Lo facciamo per le seguenti ragioni, anche se altre ne potrebbero essere avanzate.

La vera questione

Per cominciare, precisiamo che non presentiamo queste considerazioni come degli argomenti contro la pietà o l’integrità personale di Giovanni Paolo II, che dobbiamo dare per data. Non si tratta di considerare la sua pietà o la sua integrità personali in quanto tali, quanto piuttosto di sapere se vi è un fondamento oggettivo per proclamare che Giovanni Paolo II abbia dato prova di virtù eroiche nell’esercizio delle sue elevate funzioni di Papa, tali che debba essere posto immediatamente sulla via della canonizzazione e offerto come Papa modello a tutti i suoi successori.

La Chiesa ha sempre riconosciuto che la questione delle virtù eroiche in una beatificazione è inestricabilmente legata all’esercizio eroico del candidato dei doveri del suo stato.
Come ha spiegato Benedetto XIV (1675-1758) nel suo insegnamento sulla beatificazione, il compimento eroico del dovere di stato si realizza con degli atti così difficili da essere «al di sopra delle forze comuni degli uomini», «compiuti prontamente, facilmente», «con una santa gioia» e «tanto frequentemente per quante sono le occasioni che si presentano» [Cf. De servorum Dei beatificatione, Libro III, cap. 21, in Reginald Garrigou-Lagrange, Les Trois Ages de la Vie Intérieure, Vol. 2, p. 443].

Supponiamo che il capo di una famiglia numerosa venga proposto come candidato alla beatificazione. Non ci sono grandi speranze di veder avanzare la sua causa se si sapesse che, quantunque pio, egli avrebbe costantemente fallito nel correggere e nell’educare correttamente i suoi figli, che gli disubbidivano sempre e creavano il disordine in casa, al punto da combattere apertamente la Fede anche quando vivevano sotto il suo tetto; oppure, quantunque fosse attento nelle sue preghiere e nei suoi doveri spirituali, avrebbe trascurato di sostenere industriosamente la sua famiglia, lasciando che la sua casa andasse in rovina.

Quando il candidato alla beatificazione è un Papa – il Santo Padre della Chiesa universale – la questione non verte solo sulla sua pietà e sulla sua santità personali, ma anche sulla cura che egli ha avuto dell’immenso dominio della Fede che Dio gli ha affidato e per il quale Dio accorda al Papa delle grazie di stato straordinarie.
Ecco qual è la vera questione: Giovanni Paolo II ha compiuto eroicamente i suoi doveri di Sommo Pontefice come i suoi predecessori canonizzati? Doveri che si possono elencare così: combattere l’errore, difendere con coraggio e prontezza il suo gregge dai lupi feroci che lo diffondono, proteggere l’integrità della dottrina e del culto divino della Chiesa. Noi temiamo che nelle circostanze di questa “affrettata” beatificazione, tale questione di fondo non abbia ricevuto la prudente a attenta considerazione che merita.

 

Una indebita pressione popolare

Tra le circostanze che ci preoccupano possiamo citare la inopportuna pressione della “richiesta popolare” di beatificazione, espressa dallo slogan «santo subito!». È proprio per evitare l’influenza dell’effimera emozione popolare e per permettere di stabilire le condizioni per un giudizio storicamente spassionato, che la legge della Chiesa prescrive saggiamente di aspettare cinque anni prima di dare inizio ad un processo di beatificazione. Invece, in questo caso si è derogato da questo prudente lasso di tempo. È per questo che un processo che dovrebbe essere appena cominciato si trova oggi quasi al suo epilogo, come se si trattasse di soddisfare immediatamente la volontà popolare, anche se non è questa l’intenzione.

Noi siamo coscienti del ruolo dell’acclamazione popolare in certi casi eccezionali di canonizzazione di santi.
Il Papa Gregorio Magno, per esempio, è stato canonizzato per acclamazione popolare quasi immediatamente dopo la sua morte, ma questo Romano Pontefice fuori dal comune è stato, né più né meno, che il fondatore della civiltà cristiana, ha posto le basi sia spirituali sia strutturali della Chiesa e della Cristianità mantenutesi di secolo in secolo.
Ugualmente, il Papa San Nicola I, l’ultimo Papa onorato dalla Chiesa col titolo di “Grande”, ha svolto un ruolo determinante nella riforma della Chiesa nel corso di una grande crisi della fede e della disciplina specialmente relativa all’alta gerarchia ecclesiastica, ai cui membri corrotti egli si oppose con coraggio, tale da essere considerato giustamente come il vero salvatore della civiltà cristiana in un momento in cui era messa in dubbio perfino la sua sopravvivenza.

Inoltre, l’acclamazione popolare di beati e santi è relativa ad un tempo in cui la stragrande maggioranza degli uomini era fedele e sottomessa alla Chiesa. Oggi invece si pone la domanda: qual è il valore della richiesta popolare di questa beatificazione in un’epoca in cui l’immensa maggioranza di coloro che si dicono cattolici rigetta puramente e semplicemente ogni insegnamento in materia di fede o di morale perché lo considera inaccettabile – soprattutto l’insegnamento infallibile del Magistero sul matrimonio e la procreazione?

 

Una eredità preoccupante

In tutta sincerità, se facciamo la comparazione, siamo costretti ad osservare che, dato lo stato della Chiesa com’egli l’ha lasciata, il pontificato di Giovanni Paolo II non può oggettivamente giustificare la sua beatificazione per acclamazione popolare, e ancor meno l’immediata canonizzazione reclamata a gran voce dalle folle. Un’onesta analisi dei fatti obbliga a concludere che il pontificato di Giovanni Paolo II è stato segnato, non dal rinnovamento e dalla restaurazione che si osservano nei pontificati dei suoi più eminenti predecessori, quanto piuttosto, per riprendere il celebre appunto del vecchio cardinale Ratzinger [Cf. L’Osservatore Romano, 9 novembre 1984], dall’accelerazione di «un continuo processo di decadenza», in particolare nelle nazioni di tradizione cristiana nell’Europa occidentale, nelle Americhe e nel Pacifico.

Questa oggettiva realtà appare ancora meglio quanto si consideri che lo stesso defunto Papa, nel corso della fine del suo pontificato, lamentava «l’apostasiasilenziosa» di un’Europa un tempo cristiana [Cf. Ecclesia in Europa (2003), n. 9]. Per di più, il suo successore ha poi deplorato pubblicamente il «processo di secolarizzazione» che «ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa». In quella occasione il Papa Benedetto XVI ha annunciato la creazione di un nuovo Pontificio Consiglio la cui missione specifica sarà di «promuovere una rinnovata evangelizzazione nei paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede… ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di “eclissi del senso di Dio”» [Cf. Omelia dei Primi Vespri del 28 giugno 2010].

La penetrazione di questa “apostasia silenziosa” perfino tra gli stessi membri della Chiesa è apparsa ancora più evidente dopo il Concilio Vaticano II. Prima del Concilio, il mondo nel suo insieme subiva un declino vertiginoso, come denunciato da un Papa dopo l’altro, ma all’interno della Chiesa la Fede era ancora salda, la liturgia era intatta, le vocazioni erano abbondanti e le famiglie numerose – fino alla grande “apertura al mondo” del Concilio.

Il Sommo Pontefice regnante, scrivendo quand’era ancora il cardinale Ratzinger, a metà dei 27 anni di pontificato del suo predecessore, ha fissato una parte della diagnosi dell’improvviso esplodere di una crisi post-conciliare senza precedenti nella Chiesa: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia…» [La mia vita (1997), p. 113].

L’idea che la Chiesa non abbia subito alcun “crollo della liturgia” prima del Vaticano II e delle “riforme” intraprese in suo nome, non necessita di alcuna dimostrazione.
Solo quindici anni dopo il Concilio, nel secondo anno del suo pontificato, lo stesso Giovanni Paolo II ha pubblicamente chiesto perdono per la perdita improvvisa e drammatica della fede e del rispetto eucaristico in seguito alle “riforme liturgiche” approvate da Paolo VI:

«Conducendo ormai a termine queste mie considerazioni, vorrei chiedere perdono – in nome mio e di tutti voi, venerati e cari fratelli nell’episcopato – per tutto ciò che per qualsiasi motivo, e per qualsiasi umana debolezza, impazienza, negligenza, in seguito anche all’applicazione talora parziale, unilaterale, erronea delle prescrizioni del Concilio Vaticano II, possa aversuscitato scandalo e disagio circa l’interpretazione della dottrina e la venerazione dovuta a questo grande sacramento. E prego il Signore Gesù perché nel futuro sia evitato, nel nostro modo di trattare questo sacro mistero, ciò che può affievolire o disorientare in qualsiasi maniera il senso di riverenza e di amore nei nostri fedeli.» [Lettera Dominicae Cenae (1980), § 12].

Ma questo sorprendente pentimento di Giovanni Paolo II non fu mai seguito, nel corso dei successivi 25 anni del suo governo, da alcun atto decisivo per arrestare il continuo collasso della liturgia. Esattamente al contrario, nel 1988, anno del 25 anniversario della Sacrosanctum Concilium, il Papa salutò le « riforme che essa ha consentito di attuare» come «il frutto più visibile di tutta l’opera conciliare», notando che «Per molti il messaggio del Concilio Vaticano II è stato percepito innanzitutto mediante la riforma liturgica».
Difatti!
Per ciò che riguarda il crollo manifesto della liturgia, il Papa si è limitato a segnalare diversi abusi che “talvolta” si producono, insistendo però sul fatto che «i pastori e il popolo cristiano, nella loro grande maggioranza, hanno accolto la riforma liturgica in uno spirito di obbedienza ed anzi di gioioso fervore» [Vicesimus Quintus Annus(1988), § 12].

Tuttavia, oggi la maggioranza del popolo cristiano non crede più nella Presenza Reale di Cristo nella Santa Eucarestia, che i fedeli ricevono in mano dalle mani non consacrate dei ministri laici, come se si trattasse di un banale pezzo di pane, ed è esattamente così che la trattano. In più, di pari passo con l’attitudine quasi universale di ubbidienza selettiva al Magistero, la pratica della contraccezione si è largamente diffusa tra i cattolici, che hanno di essa una visione che differisce poco da quella dei Protestanti, come attestato da innumerevoli studi e sondaggi. E questo è anche evidenziato dalla caduta vertiginosa del tasso di natalità e dell’infimo livello da essa raggiunto tra le popolazioni cattoliche d’Occidente, che non hanno neanche il necessario numero di nascite per rinnovarsi. È per questo che lo stesso Giovanni Paolo II ricordava «la paura diffusa dappertutto di dar vita a nuovi bambini» in seno all’«apostasia silenziosa» che deplorava in Ecclesia in Europa. In effetti, non si può contestare che il più alto tasso di natalità nel mondo cattolico lo si ritrova presso i “tradizionalisti”, che non partecipano alla liturgia riformata o che, non avendo altra scelta, la sopportano senza la minima traccia di “gioioso fervore”.

Per di più, è notorio che Giovanni Paolo II ha contribuito lui stesso, con i suoi atti, al crollo della liturgia. Per la prima volta nella sua storia, la Chiesa ha visto, sotto il suo pontificato, la scandalosa novità delle “chierichette”, a proposito delle quali il Papa è ritornato sulla sua originaria decisione di proscrivere questa innovazione come incompatibile con la tradizione bimillenaria della Chiesa. Poi ci sono state le liturgie papali “inculturate” comprendenti musica rock ed elementi decisamente pagani, come lo spettacolo incredibile della lettura dell’epistola da parte di una donna a seno nudo in Nuova Guinea o dei danzatori aztechi rivestiti di piume che piroettavano agitando delle raganelle o del “rito di purificazione” in Messico o della aborigena “cerimonia del fumo” in Australia al posto del rito penitenziale.
La scusa secondo la quale il Papa non avrebbe saputo niente in anticipo di queste aberrazioni liturgiche è smentita dal fatto che lui stesso scelse e mantenne fino alla fine il loro ideatore ed autore: quel Piero Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche papali per quasi vent’anni a dispetto delle universali proteste contro le grottesche deformazioni della liturgia romana da lui operate. Marini è stato sostituito finalmente, e con grande clemenza, nel 2007 dal Papa Benedetto XVI.

Si deve ammettere onestamente che se i grandi Papi di prima del Concilio fossero stati testimoni delle liturgie papali di Giovanni Paolo II o anche solo semplicemente dello stato generale del rito romano nel corso del suo pontificato, avrebbero provato, inorriditi, un miscuglio di indignazione e di incredulità.

Ma alla fine dell’ultimo pontificato, in stato di collasso non c’era solo la liturgia. Come abbiamo ricordato all’inizio di questa esposizione, il Venerdì Santo del 2005, appena prima di essere elevato al Soglio di Pietro, il cardinale Ratzinger osservava: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!» [Via Crucis, nona meditazione]. Questa sporcizia a cui si riferiva il cardinale era costituita evidentemente dal numero incredibile di scandali sessuali causati dagli atti inqualificabili di certi preti cattolici su tutta la terra – frutto di decenni di “rinnovamento conciliare” nei seminari.

Invece di sanzionare i vescovi che favorivano questa sporcizia nei loro seminari, coprendola con lo spostamento dei predatori sessuali da un posto all’altro e quindi rovinando le loro diocesi col pagamento dei danni civili, Giovanni Paolo II offrì un rifugio a molti dei prelati più scandalosamente lassisti. L’esempio più eclatante è forse quello del cardinale Bernard Law. Obbligato a rispondere davanti ad un gran giurì della sua colpevole negligenza nel contrastare i galoppanti abusi sessuali nei confronti di ragazzi da parte di preti della diocesi di Boston, cosa che condusse al pagamento di 100 milioni di dollari  per il risarcimento dei danni nei confronti di più di 500 vittime, la “punizione” comminata a Law dal Papa, dopo le sue dimissioni di arcivescovo in disgrazia, fu la sua chiamata a Roma con la gratifica della funzione di arciprete in una delle quattro splendide basiliche patriarcali.

 

Il cardinale Bernard Law benvenuto in Vaticano

E che dire dell’arcivescovo Weakland, il famigerato teologo dissidente che aveva ammesso in una deposizione di aver deliberatamente riassegnato al ministero attivo dei preti che avevano commesso degli abusi omosessuali nella diocesi di Milwaukee, senza avvertire i parrocchiani né denunciare alla polizia i loro crimini? Dopo aver portato alla bancarotta la diocesi a causa del pagamento di danni e interessi, Weakland concluse la sua lunga carriera di demolitore dell’integrità della fede e della morale – strumentalmente pubblicizzata nel mondo intero – solo dopo la rivelazione del suo storno di 450.000 dollari dal fondo diocesano per comprare il silenzio di un uomo col quale aveva avuto una relazione omosessuale. Giovanni Paolo II permise a questo lupo predatore di andare in pensione con tutta la dignità dovuta al suo alto ufficio nella Chiesa; dopo di che una casa editrice protestante ha potuto pubblicare le sue memorie: : Pilgrim in a Pilgrim Church : Memoirs of a Catholic Archbishop (Pellegrino in una Chiesa pellegrina: Memorie di un Arcivescovo Cattolico), mentre un critico ammirato ha potuto scrivere che il libro presenta «il ritratto di un uomo impregnato dei valori del Concilio Vaticano II che ha avuto il coraggio di porli prima della fede, come abate benedettino e come arcivescovo di Milwaukee».

La sporcizia che ha oppresso la Chiesa nel corso dell’ultimo pontificato include la lunga storia degli abusi sessuali di Padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, presentato come il vero esempio del “rinnovamento” in azione. Giovanni Paolo II si rifiutò di intraprendere la minima inchiesta sui comportamenti di Maciel a dispetto dell’accumulo delle prove dei suoi crimini abominevoli, i quali, grazie ad una pubblicità mondiale, sono ormai i più famigerati commessi da un chierico cattolico. Non tenendo in alcun conto i processi canonici ben noti e iniziati da lunga data da otto seminaristi dei Legionari di cui Maciel aveva abusato sessualmente, Giovanni Paolo II lo ricoprì di onori in occasione di una cerimonia pubblica in Vaticano nel novembre 2004. Tuttavia, alcuni giorni dopo, il cardinale Ratzinger «si è assunto la responsabilità di autorizzare un’inchiesta su Maciel» [Jason Berry, Money Paved the Way for Maciel’s Influence in the Vatican (Il denaro ha lastricato la strada dell’influenza di Maciel in Vaticano), National Catholic Reporter, 6 aprile 2010].
Perché Maciel fosse sanzionato, si è dovuta letteralmente attendere la morte di Giovanni Paolo II. Egli è stato finalmente allontanato del ministero attivo ed esiliato in un monastero solo dopo che il cardinale Ratzinger è diventato Benedetto XVI.

 

Padre Marcial Maciel Degollado benedetto da Giovanni Paolo II

Ma tutto questo rappresenta solo una parte del quadro dipinto da un noto commentatore cattolico: «Giovanni Paolo II, il papa che volava alto, ha lasciato che ai suoi piedi si diffondessero gli scandali e ha lasciato che a ripulirli fosse il poco carismatico Ratzinger. Questo schema si estende ad altri problemi spinosi che l’ultimo papa aveva la tendenza di evitare, come la demolizione della liturgia cattolica o la crescita dell’Islam in una Europa un tempo cristiana» [Ross Douthat, The Better Pope (Il miglior Papa), New York Times, 11 aprile 2010].

Un altro motivo per avere delle riserve su questa beatificazione è costituito dal fatto che, lungo tutto il pontificato di Giovanni Paolo II i fedeli cattolici sono stati sorpresi e scandalizzati da una quantità di dichiarazioni e di gesti manifestamente imprudenti del Papa, come la Chiesa non ne aveva mai visti in 2000 anni.
Ricordiamo solo alcuni degli esempi più noti:

 

Le numerose scuse teologicamente dubbie per le presunte colpe dei cattolici nelle epoche anteriori della storia della Chiesa.
È evidente che il mondo non ha guardato a questi mea culpa inediti del Papa come ad una dimostrazione dell’umiltà della Chiesa. Al contrario, com’era prevedibile, essi sono stati interpretati come il riconoscimento della colpevolezza della Chiesa in ogni sorta di crimini contro l’umanità. Con l’eccezione delle scuse apparentemente dimenticate in Dominicae Cenae, non v’è stato del pentimento per l’incapacità catastrofica dei membri viventi della gerarchia di preservare la fede e la disciplina in mezzo al «continuo processo di decadenza» e all’«apostasia silenziosa».

L’ecumenismo di Assisi
Il Vicario di Cristo a fianco dei vicari di se stessi

Gli incontri ecumenici di Assisi dell’ottobre 1986 e del gennaio 2002.
Durante l’incontro di Assisi del 2002, Giovanni Paolo II assegnò dei locali all’interno del sacro Convento di San Francesco, ai praticanti delle “grandi religioni del mondo”, dall’animismo allo zoroastrismo, affinché potessero compiere i loro riti assortiti all’interno di questo sacro santuario cattolico. Riferendosi con enfasi a questi “luoghi assegnati”, il Papa dichiarò a quell’assemblea eterogenea che includeva i seguaci del Vudù: «pregheremo secondo forme diverse, rispettando le altrui tradizioni religiose» [Discorso ai rappresentanti delle varie religioni del mondo del 24 gennaio 2002. La lista dei partecipanti alla giornata di preghiera è disponibile sul sito del Vaticano].

L’impressione che inevitabilmente ha lasciato l’avvenimento di Assisi, specialmente attraverso la rifrazione dei media mondani, è stata che tutte le religioni piacciono più o meno a Dio – che è esattamente la teoria rigettata come falsa dal Papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium Animos del 1928. Se non fosse così, perché il Papa avrebbe convocato tutti i loro “rappresentanti” ad Assisi per offrire le loro «preghiere per la pace»? Onestamente, è possibile negare che ciascuno dei predecessori preconciliari del Papa avrebbe condannato queste esibizioni?

Il bacio del Corano effettuato in pubblico dal Papa nel 1999 in occasione della visita a Roma di un gruppo di cristiani e di musulmani irakeni.
Il Patriarca di rito caldeo cattolico in Irak salutò quest’atto come un “gesto di rispetto” per una religione la cui essenza è la negazione della Trinità e della divinità di Cristo e la cui storia intera è contrassegnata dalla persecuzione contro i cristiani, come si può vedere ancora oggi in Irak e nelle “repubbliche” islamiche del mondo arabo. La stupefacente esclamazione del 21 marzo 2000 in Terra Santa: «San Giovanni Battista protegga l’Islam, tutto il popolo della Giordania e…»[Preghiera del Papa in visita a Wadi Al-Kharrar].
Come spiegare questa preghiera senza precedenti per la protezione di una falsa religione in se stessa (indipendentemente dai suoi adepti in quanto persone) nel corso di una celebrazione papale in Terra  Santa –  proprio in quel luogo che venne liberato dall’Islam durante la prima Crociata? L’imposizione della Croce pettorale – simbolo dell’autorità episcopale – a George Carey e a Rowan Williams.
Questi anglicani, sedicenti arcivescovi di Canterbury, la cui validità delle ordinazioni sacerdotali ed episcopali fu definitivamente esclusa dalla Bolla Apostolicae Curae del Papa Leone XIII nel 1896, non aderiscono all’insegnamento della Chiesa su delle questioni basilari di morale fondate sulla legge divina e naturale [Cf. John Allen, Papal Deeds Speak Louder (Gli atti del Papa parlano con più forza), National Catholic Register, 8 novembre 2002].

 

La partecipazione attiva di Papa Giovanni Paolo II ad un culto pagano in una «foresta sacra» del Togo.
È lo stesso giornale del Papa che ha riportato come, appena giunto sul posto, «uno stregone ha incominciato a invocare gli spiriti: Potenze dell’acqua, io vi invoco. Antenati, io vi invoco». Dopo questa invocazione degli “spiriti”, al Papa fu presentato «un recipiente piano d’acqua e di farina. [Egli] si è prima inchinato leggermente e poi ha disperso il miscuglio in tutte le direzioni. Il mattino aveva effettuato lo stesso gesto prima della Messa. Questo rito pagano[!] significa che colui che riceve l’acqua, simbolo di prosperità, la condivide con i suoi antenati gettandola sul suolo» [L’Osservatore Romano, edizione italiana, 11 agosto 1985, p. 5].
Poco dopo il suo ritorno a Roma, il Papa espresse la sua soddisfazione per aver partecipato pubblicamente alla preghiera e al rituale animista. «L’incontro di preghiera al santuario del Lago Togo fu particolarmente toccante. Là ho pregato per la prima volta con degli animisti» [La Croix, 23 agosto1985]. Si potrebbe pensare che basterebbe questo solo caso – non solamente senza pentimento, ma rivendicato pubblicamente – per annientare la causa di canonizzazione di Giovanni Paolo II, visto che per sua stessa ammissione ha “pregato… con degli animisti”. Questo tipo di atti – partecipazione diretta e formale ad un culto pagano – è una cosa che la Chiesa ha sempre giudicato come oggettivamente gravemente peccaminosa. Tanto che il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che vi è idolatria non solo nell’adorazione dei falsi dei o degli idoli in quanto tali, ma anche quando si «onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dei o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. (…) L’idolatria respinge l’unica signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina.» [CCC § 2113].

 

Ma questo è solo il più scandaloso tra i numerosi incidenti simili verificatisi durante il pontificato di Giovanni Paolo II.
È istruttivo considerare il verdetto postumo emesso dalla Chiesa nei confronti di un Papa del IV secolo, Liberio, il primo vescovo di Roma che non è stato proclamato santo. Liberio ha goduto di questo triste primato per aver sottoscritto – mentre era in esilio e sotto la tirannica oppressione di un imperatore persecutore – una dichiarazione dottrinale ambigua favorevole all’arianesimo e quindi per aver scomunicato Atanasio, il campione dell’ortodossia trinitaria. Anche se dopo la sua liberazione e il suo ritorno a Roma, egli ritrattò prontamente i suoi deplorevoli atti e sostenne nuovamente la dottrina ortodossa fino alla fine del suo pontificato, la canonizzazione gli fu ugualmente rifiutata.L’ufficio dei vespri “ecumenici” nella basilica di San Pietro, cuore della Chiesa visibile, nel corso dei quali il Papa ha acconsentito a pregare insieme con dei “vescovi” luterani, tra i quali delle donne che pretendevano di essere dei successori degli Apostoli.
Questo spettacolo ha subito sollevato l’interrogativo se il Papa rinnegasse il suo stesso insegnamento contro l’ordinazione delle donne [Cf. Allen, cit.]

Insomma, l’esame oggettivo dei fatti dimostra che Giovanni Paolo II ha governato e lasciato dietro di sé una Chiesa perdurante nella crisi causata dal capovolgimento che seguì immediatamente il Concilio Vaticano II. Vero è che il suo pontificato ha comportato delle realizzazioni veramente positive, come l’ammirevole difesa senza compromessi della vita umana a fronte di una «cultura della morte» sempre più invasiva, l’insegnamento di gran valore delle varie importanti encicliche sociali, la dichiarazione infallibile sulla impossibilità dell’ordinazione delle donne e il Motu Proprio (Ecclesia Dei) che ha quanto meno preparato il terreno alla “liberazione” della Messa tradizionale effettuata dal Papa Benedetto XVI. Noi non mettiamo neanche in dubbio la sua pietà personale, né la sua vita interiore, evidenti per coloro che gli erano a fianco, e che noi abbiamo riconosciuto all’inizio di questa esposizione.

Non si può negare, tuttavia, che tutti i predecessori di Giovanni Paolo II rimarrebbero storditi e costernati dalla disobbedienza diffusa disastrosamente, dal dissenso dottrinale, dalla degradazione liturgica, dagli scandali morali e dal declino dell’assistenza alla Messa che è proseguito fino alla fine del suo pontificato – il tutto aggravato dalle frequenti mediocri nomine episcopali e dalle dichiarazioni ad atti pontifici estremamente discutibili che abbiamo ricordato prima. Perfino il riformista Paolo VI, le cui iniziative ecumeniche e interreligiose erano molto più prudenti, sarebbe rimasto sgomento per lo stato della Chiesa alla fine del lungo governo di Giovanni Paolo II. E fu proprio Paolo VI che descrisse lo sfacelo postconciliare galoppante con le parole più dure mai pronunciate un Sommo Pontefice:

«da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. (…) È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. (…) Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. (…) Come è avvenuto questo?  Vi confessiamo il nostro pensiero: c’è stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo…» [Paolo VI, Insegnamenti, Ed. Vaticana, vol. X, 1972, p. 707].

Al pari di Giovanni Paolo II dopo di lui, Paolo VI non prese alcuna misura efficace per far fronte allo sfacelo che solo il Papa – e unicamente il Papa – avrebbe potuto impedire o quanto meno circoscrivete strettamente.

È stato proprio Mons. Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che ha ripreso queste disastrose ammissioni del Papa Paolo VI, nel suo discorso ai sacerdoti europei della Fraternità San Pietro, il 2 luglio 2010 a Wigratzbad. Egli ha riconosciuto in quella occasione: «Purtroppo gli effetti di quanto individuato da Paolo VI non sono scomparsi. Un pensiero estraneo è entrato nel mondo cattolico, gettando scompiglio, seducendo molti animi e disorientando i fedeli. Vi è uno “spirito di autodemolizione” impregnato di modernismo…». La crisi postconciliare, ha osservato, comprende una “ideologia para-conciliare” che “ripropone nella sostanza l’idea del modernismo, condannato all’inizio del Novecento da San Pio X.”

Ma chi, se non l’ultimo Papa e il suo predecessore, porta una parte di responsabilità nella diffusione di questa ideologia para-conciliare eterodossa in tutto il mondo cattolico?
Certo, Giovanni Paolo II, come Paolo VI, ha promulgato un gran numero di documenti magisteriali in linea con la dottrina tradizionale e diretti contro questa eterodossia, ma la domanda che si pone oggi è questa: la sua testimonianza è stata così forte e così consistente che lo si possa qualificare come eroico difensore della fede e della morale ortodosse? O piuttosto le sue stesse discutibilissime innovazioni in parole ad atti – al pari delle sue omissioni e della sua mancanza di fermezza nel governo della Chiesa – hanno avuto l’effetto complessivo di riprendere con la mani sinistra molto di più di quello che dava con la destra?

A questo proposito, sottolineiamo la suprema ironia che mentre l’insorgere dell’eresia modernista generava il caos in tutta la Chiesa, Giovanni Paolo II ritenne opportuno annunciare personalmente la scomunica di solo cinque persone in ventisette anni di pontificato: quella del defunto arcivescovo Marcel Lefebvre e dei quattro vescovi da lui consacrati nel 1988 per la Fraternità San Pio X, il cui scopo era precisamente (che si sia più o meno d’accordo con la loro posizione) di lottare contro “l’ideologia para-conciliare”, segnalata da Mons. Pozzo, secondo il programma del santo Papa di cui la Fraternità porta il nome (Si noti che Giovanni Paolo II non annunciò personalmente la scomunica di Tissa Balasuriya, che comunque fu riabilitato un anno dopo).

Come tutti sanno, all’inizio del 2009 Papa Benedetto XVI ha tolto le scomuniche ai quattro vescovi della Fraternità. Egli ha dichiarato successivamente che “per il fatto stesso di avere riconosciuto il papa… la loro scomunica è stata revocata” [Luce del mondo, p. 43]. Ma essi avevano sempre riconosciuto il primato papale, contrariamente alla moltitudine di cattolici – laici, preti, religiosi, teologi e perfino certi vescovi – che l’hanno negato di fatto dissentendo apertamente sui più basilari insegnamenti del Magistero, e contro i quali il Vaticano non ha fatto niente a quasi per più di un quarto di secolo.

Lo stesso dicasi per lo sfortunato Paolo VI, che nel bel mezzo della crescente ’“auto-demolizione” della Chiesa, da lui stesso denunciata, ha riservato le sue più dure misure disciplinari alla Fraternità e a Mons. Lefebvre, da lui ripreso personalmente e in pubblico prima che ne ordinasse la sospensione a divinis, mentre i ribelli nella teologia e nella liturgia mettevano a sacco la Chiesa nel mondo intero godendo di ogni impunità.

Ben pochi oggi propongono seriamente la beatificazione di Paolo VI, che governò il crollo che presiedeva senza fare il minimo indispensabile per contrastarlo. In effetti, non s’è parlato di beatificazione di Paolo VI prima che Giovanni Paolo II facesse aprire il processo a livello diocesano, nel 1993. Da allora esso non è andato avanti apparentemente per delle gravi obiezioni non diverse da quelle che abbiamo suggerito qui. E allora corre l’obbligo di chiedersi: perché tanta fretta di beatificare Giovanni Paolo II dal momento che egli ha perseverato tenacemente nell’imprudente programma riformatore del suo predecessore, aggiungendovi tutta una serie di innovazioni che lo stesso Paolo VI, questo personaggio altamente tragico, non avrebbe osato azzardare? Almeno Paolo VI ha avuto l’onestà di ammettere di aver visto il fumo di Satana penetrare nella Chiesa e non una «nuova primavera di vita cristiana che dovrà essere rivelata dal Grande Giubileo, se i cristiani saranno docili all’azione dello Spirito Santo» [Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente (1994) § 18].

Per amore della verità dobbiamo francamente trarre l’ovvia conclusione: nella storia della Chiesa, nessun Papa beatificato o canonizzato ha lasciato un’eredità così preoccupate come quella di Giovanni Paolo II, tranne forse Paolo VI.

 

Un miracolo dubbio

Per finire, non possiamo evitare di notare che il solo miracolo su cui poggia tutta la beatificazione – la pretesa guarigione di una religiosa francese, Suor Marie Simon-Pierre, dichiarata affetta dal morbo di Parkinson – dà da pensare.

Da un lato, la stessa diagnosi del morbo di Parkinson dà luogo a dubbi in assenza del solo test definitivo riconosciuto dalla scienza medica: l’autopsia del cervello. Vi sono altri sintomi derivati da mali suscettibili di remissione spontanea che assomigliano a quelli del morbo di Parkinson. Dall’altro, il legame tra la presunta guarigione della religiosa e la “notte di preghiere a Giovanni Paolo II”, sembra dubbio. Le preghiere fatte escludevano l’invocazione di un altro santo e di tutti i santi riconosciuti?

Consideriamo i due miracoli – fu lo stesso Giovanni Paolo II a ridurre l’esigenza ad uno solo – che Pio XII ha giudicato sufficienti per beatificare Pio X. Il primo riguarda una religiosa con un cancro alle ossa, che guarì istantaneamente dopo l’applicazione sul petto di una reliquia di Pio X. Il secondo riguarda un’altra religiosa il cui cancro sparì non appena toccò una statua-reliquario di Pio X. Nel caso attuale non si riscontra una tale indiscutibile connessione tra la pretesa guarigione ed una qualche presunta reliquia di Giovanni Paolo II.

Qui non è in ballo il magistero infallibile della Chiesa, la valutazione di questo solo miracolo è limitata ad un giudizio di tipo medico suscettibile d’errore. Si pensi ai danni per la credibilità della Chiesa se questa religiosa vedesse un giorno riapparire i suoi sintomi. In effetti, nel marzo dell’anno scorso, uno dei quotidiani polacchi più seri, Rzeczpospolita, ha riferito che vi era stato un certo riapparire dei sintomi e che uno dei due consulti medici aveva espresso dei dubbi sul presunto miracolo. Questo articolo indusse il precedente Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, il cardinale José Saraiva Martins, a comunicare alla stampa che «è possibile che uno dei due consulti medici possa avere qualche dubbio. E questo sfortunatamente è trapelato». Il cardinale rivelò inoltre che «i dubbi dovrebbero richiedere un’inchiesta più approfondita. In questi casi la Congregazione chiede ad altri medici di occuparsi del caso e di esprimere il loro parere» [Nicole Winfield, Associated Press, John Paul II ‘Miracle’ Further Scrutinized, 28 marzo 2010].

Un medico mette in dubbio il miracolo e quando i suoi dubbi “trapelano” inaspettatamente altri medici vengono incaricati del caso – e questo meno di un anno fa! Abbiamo mai visto riconosciute da Pio XII, per la beatificazione di Pio X, questa sorta di indubitabili guarigioni miracolose?

 

Le probabili conseguenze di questa beatificazione

Ancora una volta, la vera questione su questa beatificazione non consiste nel sapere se Giovanni Paolo II fu un buon uomo o un sant’uomo, quanto piuttosto nel capire che cosa significherà la sua beatificazione per le persone che non prestano alcuna attenzione alla distinzione tra beatificazione e canonizzazione. Essa significherà che la Chiesa considera come un santo, e perfino un grande santo tra i pontefici romani, un Papa il cui governo della Chiesa non è suscettibile di reggere il minimo confronto con gli esempi dei suoi santi e beati predecessori.

Prendiamo per esempio il penultimo Papa canonizzato, San Pio V, modello di coraggio nella sua riforma del clero secondo i decreti del Concilio di Trento, nelle sue energiche misure contro la propagazione degli errori nella Chiesa e nella sua difesa dell’insieme della Cristianità contro la minaccia dell’Islam – per il quale Giovanni Paolo II implorava la protezione di San Giovanni Battista! Consideriamo anche l’ultimo Papa elevato agli altari, San Pio X, anch’egli conosciuto per il suo coraggioso governo della Chiesa nella repressione dell’eresia modernista, esattamente quella che è esplosa di nuovo dopo il Concilio Vaticano II ed è stata diffusa nel mondo cattolico durante il pontificato di Giovanni Paolo II, come ha candidamente osservato Mons. Pozzo  appena qualche mese fa (ma senza considerare, sembra, la responsabilità del capo della Chiesa in questa catastrofe).

Questa beatificazione, quindi, non fa correre il rischio di ridurre la beatificazione e perfino la canonizzazione al livello di una testimonianza di stima popolare tributata ad una figura prediletta nella Chiesa? Ad una sorta di Oscar ecclesiastico? Facciamo notare che tra le sue numerose innovazioni, Giovanni Paolo II ha “semplificato” il processo di beatificazione e di canonizzazione, cosa che gli ha permesso di arrivare alle incredibili cifre di 1338 beatificazioni e 482 canonizzazioni – più di tutti i suoi predecessori messi insieme.
È prudente che il Papa che ha messo su questa “fabbrica di santi” (largamente sminuita dalla stampa), venga giudicato sulla base di queste norme da lui ammorbidite?

Noi dobbiamo anche esprimere la nostra preoccupazione per il prevedibile sfruttamento di questa beatificazione da parte di coloro che muovono abilmente l’opinione pubblica. Facciamo notare che costoro osservano un silenzio sospetto quando ci si aspetterebbe una dura opposizione se questa beatificazione rappresentasse veramente un attacco allo spirito liberale oggi dominante – come è accaduto per la beatificazione di Pio XII, il cui annuncio venne accolto da una martellante campagna mediatica volta a bloccarla ad ogni costo. Si ha l’impressione che l’opinione pubblica mondiale valuti la beatificazione di Giovanni Paolo II con compiacimento nella misura in cui essa serve a convalidare le “riforme del Vaticano II”, che il mondo ha salutato come un adeguamento atteso da tempo di una Chiesa retrograda con la “libertà” e con i “diritti umani” del “mondo moderno”.

Tuttavia, siamo sicuri che, se la beatificazione avrà luogo come previsto, questi potenti settori della pubblicistica di massa non perderanno un istante per brandire come un esempio dell’“ipocrisia” della Chiesa l’inezia e il nepotismo manifestato con l’onore reso ad un Papa che ha presieduto allo scandalo della pedofilia ed si è rifiutato di punire il sinistro fondatore dei Legionari di Cristo. Su quest’ultimo punto esiste già una esposizione sotto forma di libri e di film, Vows of Silence: The Abuse of Power in the Papacy of John Paul II (I voti di silenzio: L’Abuso di Potere nel pontificato di Giovanni Paolo II), in cui si racconta come Maciel fu protetto dai principali consiglieri del Papa, tra cui il cardinale Sodano, Segretario di Stato, il cardinale Martinez, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e il cardinale Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, Segretario di Giovanni Paolo II e suo più prossimo confidente.

 

Conclusione

In mezzo a quello che giustamente Suor Lucia di Fatima ha chiamato il “disorientamento diabolico” nella Chiesa, noi siamo ben coscienti che questa beatificazione non rientra interamente dal carisma dell’infallibilità. Essa non stabilisce un culto obbligatorio, ma autorizza la venerazione del beato solo se lo si desidera. In questo caso, dunque, siamo di fronte alla reale possibilità di un grave errore di giudizio prudenziale provocato dalle circostanze contingenti, compresa la popolarità e l’affetto, che invece non dovrebbero influenzare il procedimento essenziale di un’approfondita istruttoria e di una prudente deliberazione – specialmente nel caso di questa beatificazione, con tutte le implicazioni che essa comporta per la Chiesa universale.

Ancora una volta ci chiediamo: perché questa fretta? Si teme forse che se non si procedesse immediatamente a questa beatificazione un giudizio più ponderato della storia potrebbe impedirla, come fu certo il caso di Paolo VI? Se sì, perché non conformarsi per questo giudizio alla visione ad ampio respiro che la Chiesa adotta generalmente in materia di beatificazione e di canonizzazione? Se perfino un gigante come San Pio V venne canonizzato solo 140 anni dopo la sua morte, non si può aspettare ancora almeno alcuni anni per poter valutare l’eredità di questo pontificato, la quale che dovrebbe figurare al primo posto nella decisione di beatificare Giovanni Paolo II? La Chiesa non può attendere almeno i 37 anni trascorsi tra la morte di Pio X e la sua beatificazione decretata da Pio XII nel 1951 (seguita dalla sua canonizzazione nel 1954)? In effetti, è prudente beatificare adesso – senza una valutazione supplementare e sulla base di un solo miracolo la cui autenticità è messa in dubbio – un Papa la cui eredità è dichiaratamente segnata dalla diffusione galoppante dello stesso male a cui San Pio X si oppose eroicamente e vinse?

Per tutte queste ragioni noi crediamo che sia giusto ed appropriato implorare il Santo Padre di differire la beatificazione di Giovanni Paolo II ad un tempo in cui si potranno valutare i motivi di quest’atto solenne in modo oggettivo e senza passione, alla luce della storia. Un ritardo prudente può servire solo al bene della Chiesa che diversamente verrebbe messo in pericolo da un processo precipitoso non esente da errore e non coperto dal carisma del Magistero infallibile della Chiesa.

Maria, Regina della Sapienza, Virgo prudentissima, prega per noi!

 

 

 

 

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