Carl Schmitt ed i fondamenti pre-politici dell’autorità della Chiesa

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di Lorenzo Roselli

Comprendere appieno la monumentale architettura concettuale del giurista tedesco Carl Schmitt (1888 – 1985), risulta un’impresa alquanto ardua per qualsiasi studioso; che questo provenga dalle file del Diritto come da quelle della Filosofia.
Eppure, mai come negli ultimi anni Schmitt appare sempre più fondamentale per una corretta interpretazione della realtà politica attuale.
Mai come adesso ci pare legittimo considerare il giurista di Plettenberg un profeta del caos in cui sguazziamo tutti e che sembra aver distrutto ogni residua certezza nella direzione del divenire dopo la fine della storia perentoriamente proclamata da Francis Fukuyama.
Se si vuole davvero intervenire nel dibattito filosofico politico odierno, Schmitt (e lo diciamo con un minimo di cognizione di causa) è imprescindibile.
Ma cosa leggere? E sopratutto chi leggere?
Negli ultimi anni sono uscite diverse antologie schmittiane di degno interesse, mi preme qui segnalare le più note come Le Categorie del Politico a cura Mulino e la più densa Stato, Grande Spazio, Nomos meritevolmente edita dall’Adelphi.
Ma se approcciati da un dilettante alle prime armi questi testi possono risultare anche ostici alla lettura: Schmitt è infatti un autore estremamente sistematico e la sua visione d’insieme su concetti quali il politico se è quasi sempre premessa non è affatto detto venga prontamente esplicitata.
Quello che forse mancava era quindi un testo introduttivo di natura divulgativa che permettesse di gettarsi nello studio schmittiano con un bagaglio adeguatamente preparato.

E il recente lavoro della Mimesis Archeologia del concetto di Politico in Carl Schmitt di Fabrizio Grasso riesce magistralmente nello scopo, collocando Schmitt non tanto nel suo tempo (con quel tono quasi giustificativo di Emanuele Severino teso a spiegare perché proprio un autore lapalissianamente anti-liberale come Schmitt abbia qualcosa da dirci), ma nel suo alveo di pensiero che per Grasso è quello cattolico e contro-rivoluzionario del XIX secolo.
Inoltre ci dà interessanti linee di lettura per comprendere in che termini il ragionamento schmittiano fondi l’autorità politica (o pre-politica, come vedremo) della Chiesa cattolica.
Certo, Schmitt è il principe della Konservative Revolution forse il movimento culturale e politico tedesco più florido e influente dell’Europa pre-bellica ma a Grasso non interessa un confronto con Von Salomon, Spengler, Mann o Ortega y Gasset.
Nel I capitolo Il concetto di rappresentazione  troviamo proprio un breviario contro-rivoluzionario teso ad evidenziare tutto ciò che accomuna Schmitt ai grandi della cosiddetta Reazione: Joseph De Maistre e, ovviamente, Donoso Cortés a cui Schmitt stesso ha anche dedicato un interessantissimo tomo monografico.

Per  Grasso <<E’ attraverso lo studio attento delle opere contro-rivoluzionarie che certamente Schmitt trova ed identifica le analogie, operanti (concrete), storiche ed epocali, esistenti tra la teologia (sempre intesa come una scienza) e la politica.
[…] Solo così sarà possibile mettere in evidenza il chiaro rapporto che esiste tra religione e diritto, teologia e politica.
Posto che la scienza debba superare l prova della realtà, per Schmitt studiare la teologia-politica è possibile, perché essa ha un suo proprio ambito scientifico, questo perché ci sono più fatti storici, che concorrono a mostrarne la realtà.

Altra questione toccata in questo piccolo ma sostanzioso volume è la genesi storica del concetto di Politico in Schmitt che è strettamente legata a quello di autorità.
Nel corso del I e del II capitolo sono quindi contenuti riferimenti dettagliati ad un breve trattato schmittiano che assurge però ad un ruolo centrale nella sua opera: Cattolicesimo Romano e forma politica.

Infatti l’autorità della Chiesa come la sua politicità sono rilevabili da Schmitt nella mera osservazione della storia ecclesiastica dal Tardo-Impero fino ed oltre la Riforma Protestante dove scoppia l’anti-rominischer Affekt, il sentimento anti-romano che caratterizzerà sempre la dialettica Chiesa-Impero prima e Chiesa-Stato poi nell’evoluzione dell’Occidente cristiano.
Del resto il  fondamento del politico per come è da intendersi della Modernità ovvero l’opposizione permanente tra Amico/Nemico.
Nella  res publica christiana le prerogative del sacerdotium e quelle dell’imperium erano si distinte ma complementari, seppur orientate verso un primato del primo sul secondo come ci ricorda il decreto Venerabilem del Sommo Pontefice Innocenzo III e che, se pur non rappresentasse l’ordinamento vigente nel caso concreto (come dimostrano i precedenti e successivi scontri tra vassalli imperiali e vescovi sullo sfondo del Concordato di Worms) costituiva certamente un’importante pressione ideale su tutti i governi [se non si vuol parlare di stati] europei.

Secondo Schmitt  <<le costruzioni politiche e giuridiche che caratterizzano la prosecuzione dell’Imperium Romanum non sono l’elemento essenziale riferite alla dottrina del katéchon; esse sono già la caduta e la degenerazione della religiosità nel mito erudito>>.
L’annullamento della res publica christiana e la decadenza che la trasformerà in Antico Regime prima ed Assolutismo (lo stesso che, secondo De Maistre, vedrà nella Rivoluzione francese il castigo della corruzione verso cui ha trascinato l’Europa) poi è dovuto proprio dalla rottura del sodalizio tra sacerdotium e imperium che degenererà anche lo scontro tra il nuovo modello statuale (quello nazionale) e la Chiesa.

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Tale sodalizio potrebbe essere spiegato attraverso il moto che da sempre permette alla Chiesa cattolica di sopravvivere alle contingenze del tempo o del luogo in cui si trova. Essa infatti si trova ad imprimere la sua autorità pastorale e sociale in ogni epoca, di modo che crollano le umane istituzioni; si succedono, gli uni e gli altri, i più impensati tramonti. E ad ogni alba nuova la Chiesa assiste serena ed è baciata dal sorgere di ogni nuovo sole. {Servo di Dio e Sommo Pontefice Pio XII}

Grasso però ci mette in guardia: Schmitt non intende così concordare con Hegel nella sua ermeneutica della Storia, la complexio oppositorum non si riallaccia alla dialettica fichtiana del superamento attraverso la negazione.
Quello tra sacerdotium ed imperium nel Medioevo cristiano va intesa un sodalizio mai un’opposizione quantunque sintetizzata.
Per Schmitt è altresì proprio nel frangente dell’opposizione che sorge il Politico come lo intendiamo oggi.

Volendo ancora citare il giurista tedesco in Cattolicesimo Romano e forma politica: <<Muovendo da una promiscuità spirituale che cerca fraterne affinità di tipo romantico o hegeliano, col cattolicesimo, qualcuno potrebbe fare della “complexio oppositorum” una delle proprie molte “sintesi” e credere precipitosamente di aver ricostruito l’essenza del Cattolicesimo.>>

Infatti <<l’essenza di questa “complexio oppositorum” romano-cattolica consiste in una specifica superiorità formale nei confronti della materia della vita umana, quale finora nessun impero ha conosciuto. In questo caso ad una formazione sostanziale della realtà storica e sociale è riuscito – nonostante il suo carattere formale – di rimanere dentro l’esistenza concreta, di essere piena di vita e tuttavia razionale nel grado più alto. Questa peculiarità formale del Cattolicesimo Romano si basa sulla rigorosa attuazione del principio di rappresentazione.>>

E quale rappresentazione? <<[quella] della “civitas humana”, [la Chiesa] rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’Incarnazione e con il Sacrificio in croce di Cristo, rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto Uomo nella realtà storica.>>

Ecco allora l’eminente autorità pre-politica della Chiesa di Cristo che si trasmette di secolo in secolo attraverso la coscienza di essere superiore ad ogni formazione politica del momento, una coscienza che passa attraverso la fedeltà al Magistero apostolico di cui si fa portavoce; la Verità è solo in Gesù Cristo ed ogni ordinamento secolare si orienta più o meno alla Verità a seconda di quanto sia fedele Egli ed alla Sua Chiesa.
Non può esistere su questa terra alcun Nomos più fondato che quello che proviene da Dio; non dal dio dei sapienti, dal dio dei filosofi [dal dio-nazione ndr] ma Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe e Mosè: Dio di Gesù Cristo. {Blaise Pascal}

Quando sentiamo parlare allora di genesi della Modernità politica, dei suoi caratteri di antropocentrismo teoretico (Umanismo), sociale (Liberalismo) ed economico (Capitalismo), dovremmo tenere a mente proprio quel dualismo dialettico che fonda il Politico come siamo da secoli abituati ad intenderlo: l’imprescindibile scontro tra Amico/Nemico che si replica nella nostra visione della storia recente come nelle aule dei nostri parlamenti, delle nostre associazioni di categoria sino alle più elementari proiezioni rappresentative municipali o, perché no, condominiali.
Un aspetto quello dell’antidualismo della complexio oppositorum su cui Grasso torna molto, sopratutto in aperta critica con il noto accademico modenese Carlo Galli curatore di un recente saggio sul pensiero schmittiano intitolato Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno. Galli è infatti persuaso  che nella complexio oppositorum sia rilevabile un dualismo dialettico tra vita (o non-ragione) e ragione.

Ma appunto per Grasso basta rispondere con Schmitt; <<al concetto cattolico-romano di natura è del tutto estranea questa separazione fra un mondo razionalmente tecnicizzato dal lavoro umano ed una natura romanticamente [secondo l’accezione tedesca di tragica impotenza umana di fronte ad essa] inviolata>>.
Nella complexio oppositorum cattolica descritta da Schmitt vi è allora la manifestazione suprema della Ragione nella sua totalità: si tratta, in fondo, del profondo tomismo di Carl Schmitt che non gli permette di immaginare una contrapposizione tra il piano mistico della Rivelazione e quello razionale-naturale come invece avverrà nel fideismo protestante figlio della lettura occamista.

Ponendoci più specificatamente su un piano strettamente politico, Grasso scrive:
<<A questa specifica razionalità cattolica, che potremmo definire razionalità dell’Unità si oppongono in diverse forme, secondo Schmitt, l’imprenditore quanto Lenin (in quanto perseguenti lo stesso scopo), con il pensiero moderno che poggia il suo sapere soltanto su un apparato tecnico-economico. Questo è però incapace di trovare le origini del Politico ed esso può tutt’al più inseguire il progresso tecnico dei suoi mezzi di potenza (potenza modificatrice della natura e non della politica), ma il concetto di Politico rimane a questi sempre sconosciuto.>>
Nell’evo moderno la principale aporia del Politico, come già detto, si trova nella sua necessità di fondazione di quell’autorità delegante che né l’Assolutismo né il Liberalismo subito dopo sono riusciti a risolvere; quella Groundnorm che Kelsen si trova costretto a ritenere di matrice positiva.
Ora per Schmitt la Chiesa di Cristo nella forma giuridica che da sempre la contraddistingue da ogni altra sapere soteriologico o culto è l’unica che può  farsi erede (o più propriamente) del primo diritto capace di ordinare il mondo: il diritto romano.

Una struttura quella del diritto romano di cui la Rivelazione, attraverso il sangue San Pietro e San Paolo, si serve per incrementare l’organizzazione della Chiesa cristiana e dilatare oltre ogni immaginazione la sua portata evangelizzatrice.
Scrive ancora Grasso: <<Dopo aver sgomberato il campo da qualsiasi equivoco è possibile riuscire a capire su cosa fonda la Chiesa il concetto di Politico. Essa non abbisogna né dei mezzi di potenza della Tecnica né di quelli dell’Economia, poiché possiede [citando direttamente Schmitt] quel pathos dell’autorità nella sua purezza.>>

Come ricorda anche Luciano Albanese ne Il pensiero politico di Schmitt: <<non c’è politica senza autorità, né c’è autorità senza un ethos [della convinzione]>>.

 In conclusione, la più importante lezione che il cattolico Carl Schmitt vuole dare a noi cattolici occidentali imbevuti di Liberalismo fin dalla culla è che l’Autorità come tutti i moti di spirito non si dà da se, ma deriva da qualcos’altro di più grande, di irrimediabilmente vero.
E se l’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini ci rammenta che nella storia vi è <<il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose>> non dovrà a maggior ragione riferirsi a Lui l’autorità di cui l’uomo si serve per regolare se stesso e la sua comunità nel mondo?
In definitiva, Schmitt non fa che presentare in termini giuridici e filosofico-politici la Regalità sociale di Cristo la cui necessità per i cristiani è codificata dall’enciclica Quas Primas del Sommo Pontefice Pio XI:

<<Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».>>

L’autorità definitiva che esiste ed esisterà prima del momento politico, della volontà movibile di una generazione e degli accidenti di una stagione non può che essere l’autorità Prima, l’autorità Vera.
E non vi può essere verità all’infuori di Nostro Signore Gesù Cristo.

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