CINA-VATICANO: una riflessione ecclesiologica (da una conferenza di d. M. Tranquillo)

cina

Il 22 gennaio scorso l’agenzia d’informazione Asia News pubblicava un articolo dal titolo: «Il Vaticano domanda ai vescovi legittimi di farsi da parte per lasciare spazio a quelli illegittimi» [1]. Giustamente la cosa ha suscitato l’indignazione di quel mondo cattolico  ancora convinto che Gesù Cristo abbia affidato la gestione della Santa Chiesa, quella Cinese compresa, a san Pietro e non ai dirigenti del Partito Comunista e a vescovi traditori e collaborazionisti. Sappiamo però come da molti decennio oramai la Ostpolitik vatican(osecondist)a sacrifichi i diritti della Chiesa di Cristo: l’arbitrario esautoramento del Cardinale Mindszenty, Primate d’Ungheria e Martire della Chiesa del Silenzio, nel 1974 da parte di Paolo VI è a tutti tristemente noto. Quindi sotto certi aspetti, potremmo dire “Nihil sub sole novum”!

Senza entrare nel groviglio delle più o meno torbide mene politiche e diplomatiche fra il Vaticano e la Cina, vogliamo proporvi una riflessione sulla origine ecclesiologica del problema. Per questo proponiamo ai nostri lettori la parte trattante la situazione cinese della conferenza dal titolo “Francesco e la purga del Diritto Canonico: Papa spirituale o tiranno delle anime?”[2] tenuta dal Reverendo don Mauro Tranquillo FSSPX al XXIV Convegno di Studi Cattolici di Rimini (28-30 ottobre 2016).

a cura di Giuliano Zoroddu

Uno degli esempi più gravi e lampanti, che mostrano la dissoluzione della struttura ecclesiastica sulla base dei princìpi teologici ratzingeriani e della pastorale bergogliana, è il caso della Cina. Qui è possibile vedere l’esperimento, effettuato sul corpus vile di milioni di cattolici cinesi, della mancanza di visione giuridica della Chiesa.

Cominciamo con due precisazioni: non vogliamo qui entrare in considerazioni prettamente politiche o diplomatiche, ma squisitamente teologiche. Si vedrà, però, come la «diplomazia» possa spingersi a concessioni arbitrarie proprio sulla base di una dottrina falsa sulla Chiesa, elaborata a suo tempo da Lumen gentium e Benedetto XVI, portata avanti in modo particolarmente spregiudicato da Papa Francesco (e questa sia la seconda precisazione). Qui non si tratta più del semplice disprezzo per il diritto canonico, ma della stessa costituzione divina della Chiesa.

È noto che dopo la rivoluzione comunista in Cina, si stabilì, per volontà del regime, la cosiddetta Associazione Patriottica – di fatto una «chiesa» scismatica separata da Roma e condannata, come tale, da Pio XII – con il tradimento di alcuni Vescovi cattolici che si sottomisero al regime e procedettero a consacrazioni episcopali contro il volere del Papa. La situazione era dunque giuridicamente ed ecclesiologicamente chiara (per quanto nella pratica spesso fosse difficile per i fedeli distinguere): la Chiesa Cattolica era clandestina, con i suoi Vescovi in comunione con Roma; l’Associazione Patriottica, pubblicamente riconosciuta dal governo, era una setta scismatica. Vedremo come le cose si sono complicate proprio a livello dottrinale.

Il 27 maggio 2007, Papa Benedetto XVI pubblicava una Lettera ai cattolici cinesi, nella quale applicava alla situazione cinese la dottrina sull’episcopato e sulla Chiesa di Lumen gentium, dando una sorta di legittimità all’episcopato patriottico [1]. Già da allora si erano venuti a creare strani casi: ad esempio, il 28 giugno 2005, avveniva la nomina di Giuseppe Xing Wenzhi ad Ausiliare del Vescovo scismatico di Shanghai, Aloysius Jin Luxian, gesuita ordinato con il consenso del governo (e quindi scismatico) nel 1985. Il fatto è che il Vescovo Giuseppe era stato nominato dalla Santa Sede (da Giovanni Paolo II poco prima della sua morte) ed «approvato» dal governo di Pechino. La Santa Sede aveva espressamente voluto che a consacrarlo fosse proprio il Vescovo Jin. Insomma, un Vescovo scismatico fino a prova del contrario, che non ha mai pubblicamente abiurato la sua rottura con la Sede Apostolica, veniva dotato da Roma di un ausiliario che poteva anche consacrare lui stesso. Questo in una diocesi dove Roma stessa considerava Vescovo legittimo il clandestino monsignor Giuseppe Fan Zhong Liang, ordinato clandestinamente nel 1985 senza consenso governativo, successore legittimo di Ignazio Gong Pinmei – l’eroe della resistenza cattolica davanti alla propaganda e alle persecuzioni maoiste, arrestato nel 1955, creato cardinale in pectore da Giovanni Paolo II nel 1979, mentre era ancora in prigione e morto in esilio nel Connecticut nel 2000. Per la Santa Sede, Fan deteneva ancora formalmente la titolarità della diocesi di Shanghai, nello stesso momento in cui dotava il suo concorrente scismatico di un Ausiliare.

Attualmente, in Cina, tra i centonove vescovi «cattolici» ve ne sono otto che sono stati consacrati per ordine delle autorità comuniste e non hanno mai avuto l’approvazione di Roma, incorrendo quindi nella scomunica, un paio dei quali con figli e amanti, per i quali si prospetta, però, il perdono del Papa. Nell’aprile del 2016, infatti, le due parti hanno costituito un gruppo di lavoro congiunto che sembra ora arrivato a un’intesa su un punto a cui il Vaticano tiene moltissimo: la nomina dei Vescovi. Abbiamo dunque una chiesa di regime, con i suoi otto Vescovi scomunicati, contrapposta a una Chiesa «sotterranea» con una trentina di Vescovi fedelissimi a Roma, che paga però tutti i prezzi della clandestinità: angherie, persecuzioni, arresti, sequestri. E in mezzo la vasta zona grigia delle rimanenti decine di Vescovi che sono stati ordinati illegittimamente ma poi si sono più o meno riconciliati con Roma, oppure sono stati ordinati con il riconoscimento parallelo di Roma e Pechino, ma devono pur sempre sottostare al controllo ferreo delle autorità comuniste.

Questa politica divenuta sistematica, con il grande accordo che si prospetta, ha suscitato una lettera molto importante del Card. Zen, Vescovo emerito di Hong Kong. È stato lui stesso a denunciare l’assurdo dell’approvazione romana a Vescovi che fanno parte dell’Associazione Patriottica senza che ne escano. Già nel 2008 Zen aveva chiesto a Roma che le cose fossero chiarite. Vi è il caso di Mons. Thaddeus Ma Daquin, nominato (con l’avallo di Roma) ausiliario del Vescovo scismatico di Shanghai, che il 7 luglio 2012, in occasione della sua stessa consacrazione episcopale, ha rinnegato pubblicamente (nella cattedrale scismatica) la sua appartenenza all’Associazione Patriottica. Come risultato è stato arrestato all’uscita della cerimonia. Scomparso per diversi anni, dal giugno 2016 circola una sua dichiarazione di segno opposto, dove elogia l’Associazione Patriottica, difficile da interpretare. Il mistero, però, riguarda il silenzio vaticano di fronte a quest’ultima ritrattazione, tanto che lo stesso Cardinale Zen non esclude che questa sia stata permessa dalla Santa Sede per facilitare il dialogo col regime. Asia News ha pubblicato le dichiarazioni di diversi Vescovi clandestini, estremamente perplessi di fronte all’atteggiamento vaticano. In questo quadro si inserisce anche la lunga intervista di Papa Francesco rilasciata alla stessa agenzia Asia News il 2 febbraio 2016, definita da Sandro Magister «superbo esempio di Realpolitik spinta all’estremo». In un’intervista di più pagine unicamente incentrata sulla Cina, il Papa fa totale silenzio su ogni questione religiosa o anche di semplice rispetto dei diritti e della libertà di culto, con varie espressioni di stima per il grande paese orientale condite dall’invito «ad accettare il proprio cammino per quello che è stato» «come acqua che scorre», tacendo sui milioni di vittime accertate dal regime.

Attenendoci però al problema ecclesiologico, quello che stupisce in questo tentativo di accordo con il regime è il modo in cui vengono di fatto tutti già considerati parti della Chiesa, e come siano presenti in molte diocesi due Vescovi (uno clandestino e uno «ufficiale») ugualmente approvati da Roma. Il 24 agosto 2016, il Segretario di Stato vaticano, il Cardinal Parolin, ha dichiarato ad Avvenire che «sostenere che in Cina esistano due differenti chiese non corrisponde né alla realtà storica né alla vita di fede dei cattolici cinesi»: ci sarebbero due comunità desiderose della comunione col Successore di Pietro, entrambe con il proprio bagaglio di sofferenze, che Papa Francesco vorrebbe riconciliare. Si direbbe dunque che l’appartenenza alla Chiesa si possa misurare oltre che sul valido episcopato (come bastava alla teologia di Benedetto XVI e di Lumen gentium), sulla storia e sulla «vita di fede»,  una specie di «vissuto esperienziale». Né le dichiarazioni di Pio XII, né l’aspetto giuridico della Chiesa, né la giurisdizione e la sottomissione a Roma sembrano contare più nulla per l’appartenenza alla Chiesa, quanto un’impalpabile esperienza che appare più ostacolata che impedita dalla struttura gerarchica, che viene ad apparire come il motivo della divisione. In fondo se i cattolici sottomessi al governo sono tanto cattolici quanto gli altri, e membri della stessa Chiesa, la colpa della divisione e anche della persecuzione ricade sulle pretese della Santa Sede: perché essersi ostinati, sessant’anni fa, a non accettare l’inquadramento governativo, se oggi invece lo si può fare e restare membri dell’unica Chiesa? Perché tante sofferenze accettate dai cattolici «clandestini»? non esistono quindi più criteri giuridici e «legali» per definire i confini della Chiesa Cattolica, con le conseguenze che si vedono in Cina. La struttura gerarchica e la presenza del Pontefice Romano, portando all’estremo le conseguenze della dottrina di Lumen gentium, diventano esigenze del tutto estrinseche per l’appartenenza alla Chiesa. Sembra dunque che il Vaticano sia pronto a concedere a Pechino o alla conferenza episcopale cinese (controllata dal governo) un potere sulla nomina dei Vescovi. Sarebbe Pechino a opporre resistenza, non avendo urgenze per normalizzare la situazione e restando ferma nei suoi princìpi. Se questo avverrà, lo si vedrà presto. Nel frattempo si vede come l’assenza di criteri giuridici si eserciti sulla pelle di chi non vuole accettare compromessi con il regime, secondo l’insegnamento sulla natura della Chiesa ribadito da Pio XII in Mystici Corporis e nelle lettere ai cattolici cinesi Ad Sinarum gentem e Ad Apostolorum Principis che ne furono l’applicazione allo scisma dell’Associazione Patriottica.

Dal ruolo estrinseco del Papato della teologia di Ratzinger e del Concilio alla «chiesa spirituale» di Papa Bergoglio il passo è breve: è il Papato ad essere il cardine, la pietra su cui si regge o cade tutto l’edificio ecclesiologico cattolico. Non si tratta di nuove procedure o di semplici ritocchi al diritto positivo, ma di una serie di interventi che derivano e dipendono da una nuova dottrina. Lo smantellamento della struttura squisitamente sociale e giuridica della Chiesa Romana non può andare, come si vuol far credere, nella direzione di una liberazione «dello spirito» o di una maggiore libertà, ma porta necessariamente alla possibilità dell’arbitrio delle autorità e allo svantaggio dei più deboli. L’inganno, di origine tipicamente gnostica, che considera la legge una prigione da cui liberarsi, porta insensibilmente alla tirannia.

 

 

[1] http://www.asianews.it/notizie-it/Il-Vaticano-domanda-ai-vescovi-legittimi-di-farsi-da-parte-per-lasciare-spazio-a-quelli-illegittimi-42896.html

[2] Cfr. Atti del Convegno di Studi Cattolici,  Rimini, 2016, pp. 5-13.

[3] Al n. 8 della lettera citata, in un paese come la Cina, dove continuamente sono consacrati dei Vescovi senza mandato del Papa, citando un discorso dello stesso Benedetto XVI ai Vescovi neo-ordinati del 21 settembre 2006, si afferma senza esitazione: «Per poter compiere questa missione, avete ricevuto, con la consacrazione episcopale, tre peculiari uffici: il munus docendi, il munus sanctificandi e il munus regendi, che nel loro insieme costituiscono il munus pascendi»; e più avanti ripete questo concetto per i Vescovi cinesi: «anche in Cina la Chiesa è governata da Vescovi che, mediante l’ordinazione episcopale a loro conferita da altri Vescovi validamente ordinati, hanno ricevuto, insieme con l’ufficio di santificare, pure gli uffici di insegnare e di governare il popolo loro affidato nelle rispettive Chiese particolari, con una potestà che viene conferita da Dio mediante la grazia del sacramento dell’Ordine». Chiarissimamente quindi si dice che qualsiasi Vescovo validamente ordinato ha non solo il potere di governo direttamente da Dio, ma addirittura su una diocesi («Chiesa particolare») determinata. Ma allora a che serve il Papa? Proseguiamo la lettera, dove ci è data la spiegazione con una citazione del n. 21 di Lumen gentium: «Gli uffici di insegnare e di governare, però, per loro natura, non possono che esercitarsi se non nella comunione gerarchica con il Capo e con i membri del Collegio», come avevamo visto. Resta ora da chiedersi cosa conceda il Papa (come rappresentante del Collegio): l’esercizio lecito o l’esercizio valido degli atti di giurisdizione? La risposta è data esplicitamente poco più avanti, parlando dei Vescovi consacrati illegittimamente che hanno poi chiesto a Roma di essere ammessi alla comunione con il resto dell’episcopato: «in virtù della propria responsabilità di Pastore universale della Chiesa [il Papa] ha concesso ad essi il pieno e legittimo esercizio della giurisdizione episcopale». Tale dottrina è diametralmente opposta a quanto Pio XII scriveva agli stessi cinesi nella lettera Ad Apostolorum Principis del 1958: « … ne consegue che i Vescovi non nominati né confermati dalla Santa Sede, e anzi scelti e consacrati contro le esplicite disposizioni di essa, non possono godere di alcun potere né di Magistero né di giurisdizione; perché la giurisdizione viene ai Vescovi unicamente tramite il Romano Pontefice», distinguendo poi chiaramente tra possesso ed esercizio: l’esercizio del potere d’ordine viene infatti detto valido ma gravemente illecito e sacrilego, del potere di giurisdizione si nega anche il semplice possesso.

3 Commenti a "CINA-VATICANO: una riflessione ecclesiologica (da una conferenza di d. M. Tranquillo)"

  1. #bbruno   24 Gennaio 2018 at 8:45 pm

    certo, il vaticano di oggi, sede di papi illegittimi, chiede ai vescovi legittimi di lasciare il posto ai vescovi illegittimi: tutto deve essere in linea, nessuna meraviglia! E non per effetto della dissoluzione della struttura ecclesiastica, ma come effetto della erezione di questa nuova chiesa illegittima, quale è quella già manifestatasi al tempo di Paolo VI, per cui, nihil novi sub sole …istae ecclesiae! Ai cattolici cinesi non resta altro che entrare in clandestinità, altro che farsi servire da questi lestofanti!

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  2. #lister   25 Gennaio 2018 at 9:52 am

    Oramai, il Vaticano è diventato uno Stato laico al pari di S. Marino, o Andorra, o Liechtenstein et similia.
    Se senti parlare il Reggente, questi disquisisce di tutto: ecologia, sociale, economia, migrazione (il suo cavallo di battaglia), politica… di tutto fuorché di Gesù Cristo.
    Ogni tanto nomina Dio, ma lui intende quello massone, l’Architetto dell’Universo, quello buono per tutti: cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, scintoisti, induisti e compagnia cantante.
    La soluzione finale è il NOM massone: logico, quindi, che, per quello Stato, sia più importante la Politica Estera e logico, quindi, che i rapporti con Stati Esteri siano tenuti in massima considerazione: Cina comunista compresa.
    Che je frega se un vescovo è legittimo o non: “tuto va bén, tuto fa brodo”…

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  3. #bbruno   25 Gennaio 2018 at 9:59 am

    più che ‘istae’, ‘istius ecclesiae’…si sa, gli errori sono contagiosi…

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