[CINESPADA] “Brazil”: Terry Gilliam, Orwell e la tragicommedia del pensiero unico

di Luca Fumagalli

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Terry Gilliam è uno scorbutico regista americano trapiantato in Inghilterra che ha creato più di un guaio alle case di produzione con cui ha collaborato, sforando clamorosamente i budget e litigando con le maestranze. Tra fallimenti, rovinose cadute e straordinarie intuizioni, l’ex Monty Python non ha tuttavia mai abdicato alla sua missione, quella, cioè, di costruire un cinema basato sul potere dell’immaginazione e della fantasia.

Brazil (1985), il suo capolavoro indiscusso, è un immenso lavoro di satira sociale e un ammonimento sinistro sui rischi di un futuro non troppo lontano. È una storia di un amore impossibile, un’avventura del coraggio e della coerenza.

In un futuro imprecisato Sam Lowry (interpretato dall’attore gallese Jonathan Pryce) lavora per il ministero dell’Informazione e conduce un’esistenza noiosa e abitudinaria. A consolarlo gli resta una vita parallela fatta di sogni ambientati in mezzo a una natura bucolica, mentre si libra in volo come un novello angelo salvatore alla ricerca di una donna misteriosa e bellissima, da soccorrere e amare. L’incontro quasi fortuito che avrà nella vita reale proprio con questa ragazza (Kim Greist) innescherà una serie di eventi che lo porteranno a scontrarsi con l’apparato statale e con le sue assurde regole spersonalizzanti: la burocrazia, infatti, ha preso il sopravvento e tiene la cittadinanza sotto scacco, vittima e ostaggio di un ordinamento sociale austero, caotico e implacabile, che ha annullato la creatività e la libertà di pensiero.

Per quanto all’inizio Gilliam volesse intitolare la pellicola 1984 e mezzo, con duplice richiamo a Orwell e Fellini, l’originale orwelliano rimane solamente un riferimento ideale, l’immagine più famosa di una realtà distopica dove l’individuo non conta più nulla, dove macchine ed elettronica imperano.

Nel film il futuristico convive con il barocco, il vintage e il kitsch; passato e presente si cristallizzano in un cortocircuito schizofrenico che rende ancora più allucinante la dissonanza tragicomica fra sogno e realtà, fra le aspirazioni e le frustrazioni del protagonista (sublimate dalla scelta del motivetto ricorrente, Aquarela do Brasil, la canzone popolare brasiliana di Ary Barroso).

La sceneggiatura, invece, è una sorta di contrappeso allo sbilanciamento aggressivo dell’aspetto visivo. Laddove le immagini sono folli e indisciplinate, lo script tenta di dare una quadratura all’insieme, donando una fisionomia chiara e precisa anche ai personaggi di contorno, interpretati da grandi attori quali Bob Hoskins e Robert De Niro.

In Brazil Gilliam, con lungimiranza profetica, parla del presente molto meglio di tanti registi contemporanei, in un film che, dopo oltre un trentennio, è sempre più drammaticamente attuale. Ecco perché è utile e, oserei dire, necessario guardarlo ancora oggi.

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