Come uccidere le Parche e vivere felici

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Nota di Radio Spada: con questo articolo Mattia Spaggiari, membro della CAP dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di letteratura tedesca ed europea, inizia la sua collaborazione con Radio Spada.

«Il fato che ci opprime è l’ignavia del nostro spirito»

Novalis

di Mattia Spaggiari

Qual è la differenza che passa tra la tragedia antica e quella moderna? È presto detto: l’antica è la tragedia del fato, la moderna della volontà. Nella prima Edipo tenta in tutti i modi di divincolarsi da un destino inspiegabilmente crudele, ma gli è pur sempre forza fallir miseramente; nell’altra Romeo pretende per sé quella sola donna che non può avere, Giulietta, negatagli dalla meschinità e dall’odio degli uomini, e perde la vita nello scontro fatale. Ecco palesata tutta la differenza tra un mondo pagano popolato da schiavi in fuga dai loro padroni ed uno cristiano innervato da fieri arimanni, volitivi fino allo spasimo, pronti a morire colla spada in mano pur d’affermare la propria libertà. In entrambi i casi abbiamo una legge implacabile e, se non proprio malvagia, quanto meno arcana, che impedisce agli uomini di esser felici; ma non deve sfuggire che quello che per i pagani è un male universale e necessario, per noi è invece un male contingente e libero, la malattia della storia, il peccato, non una corruzione intrinseca all’eterno. Già Prometeo aveva tentato di turbar la quiete degli dei strappando loro il sacro fuoco per donarlo agli uomini suoi figli, ma per questa colpa era stato incatenato alla rupe del Caucaso e costretto al supplizio dell’aquila, e come lui pagarono il fio della loro jattanza anche Marsia, Niobe, Icaro e chissà quanti altri: ecco come la tracotanza, il volersi sottrarre al proprio stato di subordinazione e di finitudine è al tempo stesso il desiderio più tormentoso e la colpa più grave  agli occhi d’un greco.

E le cose sembravano dover seguitare in tal guisa nei secoli dei secoli, fino a quando, duemila anni fa, la Navicella di San Pietro superò le colonne d’Ercole, varcò il confine tra la terra ed il Cielo, conquistò il fuoco degli dei. Ed ecco sorgere la società cristiana, vale a dire un mondo fondato sulla libertà, sull’annichilamento d’ogni vincolo terreno, sull’amore assoluto ed ineludibile; amor di Dio e di quanto Egli creò, non solo e non tanto amor d’una donna, ma anche e soprattutto amor della Bellezza, della Giustizia, della Verità originarie che persistono integre e tangibili nella loro trascendenza incarnata, non più nell’astrazione mentale dei filosofi: non più Fidia o Prassitele, ma Bernini e Bartolini. Ecco rivelato il senso arcano della vita! Ecco rivelato ai piccoli ciò che mai occhio vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo! Ecco che la vita umana torna ad esser degna d’esser vissuta, giustificata non altrimenti che dall’infinità della Nuova Legge, la legge del dovere e dell’amore totali e totalizzanti. Ecco che il limite stesso viene santificato dall’inabitazione dello Spirito Santo, giacché “homo capax Dei”. Che motivo hai dunque ancora, Edipo, per fuggire? Nessuno t’obbliga ad uccider tuo padre e sposare tua madre: ciò non sarà fatto senza il tuo libero assenso. Che motivo hai tu, Romeo, d’amar Giulietta? L’amore, e questo basta.

Ma, ahimè, che cos’è l’amore senza la giustizia? Vana passione, vana ribellione, vano miraggio. Ricorda, Israele: non altrimenti che nella giustizia e nel diritto il Signore vuol far Sua sposa la Chiesa. Ma noi che abbiamo finalmente conosciuto l’assoluto, come possiamo noi fermarci dinnanzi al limite che il peccato e le sue conseguenze ancor c’impongono? E l’uomo, sempre più impaziente dacché ha varcato in Cristo la soglia dell’infinito, non fa che accalcarsi contro quei limiti con un furore prima inimmaginabile, senza però riuscir mai ad infrangerli. Ah, quanti, quanti furon coloro che negli anni della lunga erranza nel deserto s’arresero al mondo, che volsero alla terra quella volontà di nuovo amorevolmente educata a contemplar la sua dolce Patria Celeste! E così costoro tornan, come gli eroi antichi, a bramar la citeriorità, temendo supinamente quel Dio ignoto, misterioso e velato da infiniti nomi, che Cristo ci ha insegnato non essere altro che le mille maschere di Satana; tremino i vostri polsi al cospetto di Cristo, non a quello degli idoli! Cessa, Romeo, d’amar la donna che non puoi avere! apprendi a muover la tua volontà entro la spera di quella del tuo Creatore! E se è giusto – anzi, doveroso – desiderare il Bene assoluto, dobbiamo sempre ricordare che, se ci è impossibile ottenerlo coi nostri mezzi, possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo alla sua realizzazione secondando i disegni di Dio e rimanendo fedeli alla Sua Chiesa. Quanto spesso c’inganniamo «immagini di ben seguendo false», quando ci ostiniamo a seguir le nostre vie!

La Modernità è precisamente tale ribellione declinata nelle più varie forme, uno spostamento – in origine quasi impercettibile, poi a poco a poco sempre più palese e rovinoso – del nostro fine dal cielo alla terra, del nostro culto da Dio a Satana. Ed ecco farsi ben più urgente la questione del rapporto tra le nostre aspirazioni e le costrizioni esterne. Le quali costrizioni, stante quanto affermato sopra, dovrebbero essere stavolta libere e contingenti e non universali e necessarie: eppure, a causa, appunto, dell’intrinseca perversità del pensiero moderno, di quando in quando riemergono nella tragedia – ma stavolta problematicamente – alcuni tratti spiccatamente pagani, a cominciare proprio dal servo arbitrio risdoganato da Lutero; e così è nella fattispecie in quella che a buon diritto si può considerare la perfetta sintesi tra tragedia antica e tragedia moderna, vale a dire il Macbeth di William Shakespeare. Macbeth sceglie di compiere egli stesso il suo destino di potere con ogni mezzo, e poi con ogni mezzo d’opporsi al suo destino di morte. Egli entra in competizione col fato, lo vuole prevenire ed aggirare, pur sapendo fin dall’inizio di non avere scampo: combatte contro il fato in nome del fato! E in nome del fato si crede in diritto di violare la legge, precipitando inevitabilmente nella tirannia. Egli è come un eresiarca, si prende colle sue forze e col crimine (in tal caso l’eresia, che è sempre ipercorrettismo) ciò che il mondo non gli offre – o crede che non gli offra (nel caso dell’eretico il lassismo o la corruzione dei costumi delle autorità ecclesiastiche); combatte tutta la vita per infrangere ogni sua catena finendo per incatenare insieme a tutti coloro che gli stanno intorno anche se stesso. Credendosi investito dall’alto d’un potere superiore, così come un predestinato alla salvezza, non si perita di perpetrare i più turpi abominî pur di compiere, sia pur colla “patente del peccato” il suo destino (forse che i messaliani, i bogomili ed altri sedicenti “puri” si comportavano diversamente?). Ma Macbeth non è Nietsche, non conosce l’“amor fati”: egli non dà il suo consenso che al proprio potere, non certo alla propria morte. E così davanti alla foresta di Birnam che avanza contro di lui, non esita a combattere, a resistere sino alla fine, nonostante sappia di non aver più speranze. «La vita non è che un’ombra che cammina»: ecco l’assurdità e l’insignificanza d’un’esistenza di ribellione alla giustizia reale in nome d’una presunta giustizia o necessità superiore: ecco il dramma del protestante, la cui tanto osannata libertà va ad infrangersi contro il muro del servo arbitrio. Macbeth rimane un personaggio eroico, in quanto non si rassegna né durante l’ascesa, né, persa ogni speranza, dopo la morte della moglie (incarnazione della criminosa tentazione del potere), ad esser servo supino del fato, in cui pure crede, ma titanicamente lotta per esser padrone del proprio destino, per scrivere il proprio dramma e non limitarsi a recitarlo.

Molto simile lui è il Saul di Alfieri: perché obbedire a questo mio dovere di sterminio? Perché non posso seguire la mia coscienza, ma devo rimetter la mia azione ad un Altro? E per questo dovrei esser punito e perseguitato da Dio? e vedermi rimpiazzato da un pastorello? No, io non m’arrendo dinanzi ad una volontà che non comprendo, preferisco lottare disperatamente e mio malgrado contro Dio; preferisco uccidermi piuttosto che consegnarmi al giudizio di morte che Egli ha decretato per me nella battaglia coi filistei! L’unica differenza è che qui si sta parlando della libera elezione di Dio, là d’un cieco fato, l’uno e l’altro, stando agli autori, assolutamente incomprensibili: si postula insomma una radicale dicotomia tra la ragione umana e la forza misteriosa che guida la storia, destino o Provvidenza che sia, non immaginando neppure che quella volontà possa conciliarsi colla nostra, possa trascenderla senza negarla. Sia Macbeth sia Saul appartengono insomma a quella superba schiera di vinti di cui la storia trabocca, dal momento che inesorabilmente votati alla sconfitta sono tutti coloro che non si fanno «collaboratori della Verità».

A differenza di costoro, Amleto è un vincitore: egli non combatte contro il fato o contro Dio, ma contro le storture del mondo, contro una natura che c’incatena nella sua decadenza e nel suo circolo vizioso di sangue e d’oppressione, cui egli oppone l’illimitato, quel significato recondito ed infinito che non si stanca di ricercare ovunque. Egli dovrebbe vendicar suo padre, ma non sa farlo; recalcitra a piegarsi all’ordine cruento di un mondo di cui non si fida e per questo rimane una coscienza critica, una voce profetica che non sa fare altro che dissacrare e distruggere; distruggere, perché, volente o nolente, egli si trova ad uccidere tutti coloro che lo circondano. Così tutto quel mondo «marcio» cui non si sapeva rassegnare gli crolla intorno, colpito a morte dalle sferzate furibonde del dubbio iperbolico di Amleto; e quando cade anche l’ultima illusione, la morte, egli finalmente può scegliere l’«essere» sul «non essere», cioè scartare la morale della virile accettazione e scegliere quella della guerra ad oltranza che conduce inevitabilmente alla morte, e così combattere l’ultima battaglia, quella colla Bestia, alias il Re Claudio, prima di venire a sua volta risucchiato in quel vortice di distruzione che egli stesso ha innescato. È la fine del mondo. Ma ad essa prelude un nuovo inizio, l’invasione di Fortebraccio che marcia indisturbato sulle ceneri della Danimarca, pronto a costruire un Regno nuovo, che sarà però tenuto a battesimo dalle solenni esequie del Principe Amleto: un Regno fatto di quel “silenzio” in cui s’è risolto tutto l’inesauribile mistero del mondo, unica risposta alle mille domande del protagonista. L’ideale di giustizia può finalmente troneggiare assolutamente, al di fuori delle ipocrisie e delle bassezze della storia, ma questo soltanto al prezzo del naufragio di quel mondo antico nell’assenza di significato o comunque nell’afasia del mistero. Solo quando comprende l’insignificanza o l’irresolubile enigmaticità del mondo, Amleto può finalmente acquisire statura eroica e far trionfare i suoi valori assoluti, a prescindere dalla contingenza storica.

Non dissimile la scelta di Brunilde nella Tetralogia di Wagner, in cui, come e più che Amleto nell’omonima tragedia, è figura Christi: anch’ella affronta e vince la morte facendo trionfare un valore assoluto sulla meschinità della storia. In un mondo in cui nemmeno Wotan è libero, schiavo anch’egli d’una legge fatale che non condivide, ella rinuncia alla sua divinità per compassione dell’incestuoso Sigmundo e, dopo aver permesso la morte dell’uomo nuovo, Sigfrido, esaltato, certo, ma anche reso debole e passibile di traviamento proprio dal suo amore per Brunilde, lo vendica e muore insieme a lui restituendo al Reno l’anello del Nibelungo, decretando così la fine del mondo degli uomini e degli dei, l’estinzione d’ogni legge che non sia l’amore; e proprio nell’amore Baldr, il dio della luce, fonderà il nuovo mondo, preannunziato dalle ultime note che risuonano dal golfo mistico dopo l’incendio cosmico che ha distrutto per sempre il Walhalla. Se ci si può legittimamente domandare in un caso quale giustificazione possa avere il dubbio iperbolico di Amleto per chi ha ricevuto la Rivelazione della verità e riconosce che ogni creatura ed ogni avvenimento hanno un significato ben preciso nell’avvincente battaglia che è la storia della salvezza e nell’altro se quel valore tanto assoluto da non tollerare alcuna legge sia proprio l’amore che Dio c’insegna e non invece una cieca e peccaminosa passione, e se ogni forma di potere e di legge sia necessariamente negazione di questo amore (Alberico per rubare alle Ondine l’oro del Reno con cui forgiare l’anello proprio l’amore aveva dovuto rinnegare), rimane valido il principio per cui l’abbandono dell’ordine della carne è il fondamento della nostra fede, il solo mezzo che ci consenta di far trionfare la regalità sociale di Cristo. Amleto e Brunilde vincono, in nome del mistero o dell’amore incondizionati, la natura, supposta, luteranamente, nemica assoluta della Grazia, ma per farlo devono morire, sacrificarsi: non c’è per loro la possibilità di redimer la natura, che l’eroe vota ad indefettibile annientamento.

Se tale annientamento sarà effettivo alla fine dei tempi, ciò non significa che l’uomo non possa, certo ancora soltanto in parte, riscattar nella fede persino i suoi giorni mortali, anche se ciò, evidentemente, non può né deve farci dimenticare la nostalgia della Patria Celeste. Tergiamo dunque le nostre lagrime ed armiamoci per combattere, devoti servi, la buona battaglia: solo nella carità c’è salvezza, solo nella lotta felicità. La promessa di Cristo ci consola e ci addita il cammino verso l’unica nostra meta, l’unico ideale che non sia vano, l’unico Regno stabilito per sempre, l’Eternità. Dinanzi ai «torti dell’oppressore» e alla congerie d’ingiustizie, menzogne ed orrori che ci assediano in questa breve vita, sia pure aborrendo, fiduciosi nell’onnipossente Braccio del Signore, di suicidarci come Edgardo Ravenswood, non ci resta dunque che promettere ai nostri sogni:

«Tu che a Dio spiegasti l’ali, / o bell’alma innamorata, / ti rivolgi a me placata… / teco ascenda il tuo fedel. / Ah! se l’ira dei mortali / fece a noi sì lunga guerra, / se divisi fummo in terra, / ne congiunga il Nume in Ciel.»

 

 

 

 

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