“Don Tarquinio”: un romanzo rinascimentale di Baron Corvo tra papi, principi e mirabolanti avventure

di Luca Fumagalli

Don Tarquinio

Frederick Rolfe, in arte Baron Corvo, nutriva per il Rinascimento una passione viscerale. Epoca di contraddizioni, di santi e peccatori, per lo scrittore inglese costituiva l’esempio più eclatante di un mondo ancora vitale, energico, pronto all’azione e alla preghiera; nulla a che vedere, dunque, con il grigio piattume dell’Inghilterra edoardiana, tutta buone maniere e banalità preconfezionate. Corvo aveva espresso questa sua visione in un poderoso saggio, Cronache di casa Borgia (1901), un lavoro dedicato alla ben nota famiglia spagnola che, seppur storicamente non molto accurato, rivelava la grande inventiva di una penna d’eccezione.

Il florilegio narrativo del libro sui Borgia trovò in Don Tarquinio un naturale esito. Dedicato al fratello Herbert e pubblicato nel maggio del 1905 per i tipi della Chatto & Windus, l’agile romanzo – il più breve della bibliografia rolfiana – propone una trama lineare e compatta. Il registro impiegato è antiquato, manieristicamente maccheronico, punteggiato da latinismi e grecismi forgiati dalla penna di un colto dilettante (e fu forse questo aspetto, più di altri, a decretarne il fallimento commerciale).

La vicenda, pretesa trascrizione di un olografo – databile tra il 1523 e il 1527 – di don Tarquinio Drakontoletes Poplicola di Santacroce al figlio Prospero, è la relazione di una giornata del 1495 in cui il protagonista eponimo, all’epoca quindicenne, riesce in ventiquattro ore a compiere un’importante missione per conto di Cesare Borgia, a far revocare il bando che costringe la sua famiglia lontano da Roma e a sposare la bella Hersilia, damigella al seguito di Lucrezia. Intorno a Tarquinio si muovono i protagonisti della politica dell’Italia rinascimentale, su tutti Alessandro VI e Carlo VIII, fino a giungere al cardinale Ippolito d’Este e a Gioffredo Borgia, principe di Squillace, amici leali del giovane Santacroce.

Deprecando le falsità di Guicciardini e Giovio, don Tarquinio narra la sua straordinaria giornata a Prospero per dimostrare al figlio come si scriva seriamente di storia. Il curioso sottotitolo del libro, A Kataleptic Phantasmatic Romance, indica il metodo di lavoro seguito, alludendo all’evidenza come criterio veritativo ultimo, secondo la dottrina stoica ripresa anche dal Pater: «La verità è ciò che ogni uomo può acquistare grazie alla natura ricettiva di sensi perfettissimimanete coltivati o, come disse lo stoico Zenone, la prova della verità è il Fantasma Catalettico». La forma memorialistica, di conseguenza, è la più opportuna per operare questa riduzione ai puri caratteri umani, smarcando al contempo i personaggi da ogni possibile verifica obiettiva.

Nel prologo, stilato sottoforma di epistola indirizzata a Herbert, Baron Corvo racconta l’origine del libro, frutto della rielaborazione di un articolo che gli era stato commissionato e poi rifiutato da un editore, in cui avrebbe dovuto descrivere la giornata di un gentiluomo sul finire del XV secolo. Don Tarquinio fu frutto indiretto, per così dire, degli appunti ricavati dalle ricerche condotte per il libro sui Borgia (nonché dalla personale biografia dell’autore). Diversi brani ripropongono tesi già presenti nel volume del 1901, come l’attacco alla parzialità degli storici, la protezione accordata da Rodrigo agli ebrei capitolini o la dubbia paternità di Cesare: il Papa «è generoso con noi; ma non è paterno. Né noi stessi crediamo … no, non lo crediamo».

Il clima generale che si respira sfogliando le pagine di Don Tarquinio è quello di un’immersione in un passato credibile, descritto con verosimiglianza. Gli pseudonimi latineggianti con cui i personaggi si chiamano tra loro, ricalcando la moda rinascimentale, sono una delle tante possibili esemplificazioni del labor limae di Corvo che, tra l’altro, spesso si sofferma con mania fotografica a dettagliare i preziosi oggetti presenti in scena o a imitare le dissertazioni filosofiche diffuse nell’ambiente cortigiano.

I Borgia, autoproiezione di Rolfe nel passato, come gli altri eroi del libro, vivono il dinamismo prodotto da un aneddoto elevato a romanzo; l’autore li cattura in una perenne azione dove i loro gesti hanno proporzioni gigantesche, innaturali e sono per lo più grandiose in senso barbaro, disumano.

Tra il sangue e la preghiera, tra la spada e l’aspersorio, il contesto è ancora una volta quello di un’epoca ideale, che depreca le mezze misure, «quando gli uomini (essendo esseri ragionevoli) credevano in Dio, il quale li aveva creati a Sua Immagine», e il Papa, avversario dei potenti, era ancora il maestoso «Governatore del mondo, Padre di principi e re, il Vicario terreno di Gesù Cristo nostro Salvatore».

PS Don Tarquinio è stato pubblicato in Italia nel 1963 dalla casa editrice Longanesi. Qualche copia è ancora possibile trovarla online a cifre accessibili. In inglese sono invece disponibili moltissime edizioni, anche recenti, ugualmente valide e facilmente reperibili.

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